Chi è Aldo Maria Camillo, il talent di Pitti

13 Gennaio 2019 08.00
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La sera del 10 gennaio, alla Leopolda ormai di proprietà di Pitti Immagine e vorrà pur dire qualcosa, il quarantenne Aldo Maria Camillo ha fatto sfilare la sua collezione uomo, parzialmente dedicata anche alla donna e gliene siamo molto grati perché era da parecchio tempo che non vedevamo caban e pantaloni dalle proporzioni altrettanto perfette. Camillo arriva da Roma, ha studiato alla Lumsa (domanda, «come mai la Lumsa?», risposta: «perché nessuno ha docenti di letteratura russa altrettanto validi». Silenzio ahinoi acquiescente. Sipario), e poi ha lavorato per Zegna, Valentino (prima epoca Piccioli-Chiuri, molto evidente), Cerruti e Berluti. Ha competenze di produzione, merchandising, distribuzione. E si vede. Non ha lo sguardo del Bambi in attesa che gli regalino un bosco intero dove saltare e pascolare in libertà e senza preoccupazioni, non ha nemmeno l’arroganza che dei Bambi e in generale dei giovani di questa generazione è attributo che si accompagna agli occhioni sgranati: timidi e aggressivi al tempo stesso, con l’idea di essere derubati di un futuro che, in realtà, dovrebbero iniziare a costruirsi.

LAVORA DA VENT'ANNI E HA IMPARATO QUEL CHE DOVEVA

Camillo lavora da vent’anni, e in questi due decenni ha imparato tutto quel che c’era da imparare. Pitti italics scommette su di lui offrendogli sfilata, sostegno e visibilità, ma lui ha risparmi, conoscenze e solidità sufficienti per sapere dove andare a cercare e come stringere accordi, dal giorno dopo la sfilata. La vita continuerà a riservargli sorprese e difficoltà, come a tutti in particolare in questo campo, dove la forza economica non è tutto ma comunque molto, ma lui ha già da tempo le spalle sufficientemente solide per autofinanziarsi, come sottolinea con orgoglio. Merita, e gli auguriamo ogni successo, come abbiamo fatto con molti altre giovani, e un po’ meno giovani, che negli anni hanno vinto concorsi, ottenuto finanziamenti, sostegni e supporti, e hanno avuto l’umiltà di capire se e quanto fossero eventualmente carenti nell’ambito di competenze manageriali, o gestionali, o culturali, accettando di iniziare la carriera come dipendenti e non come enfant prodige ehe è, purtroppo, quanto molti concorsi tendono a far credere.

L'IMPORTANZA DI UNA FORMAZIONE CULTURALE VERA

Pur educando i laureandi al linguaggio della moda e del lusso e un po’, spero, anche alla vita, vi devo dire che inizio a temere gli inviti ai cosiddetti “talent”, cioè le sfilate collettive di debuttanti, veri o di ritorno, della moda. Negli ultimi vent’anni, questi momenti si sono moltiplicati a dismisura, per l’ordine di motivi che leggerete nelle prossime righe e sui quali tutti tacciono, conniventi e omertosi. I giovani vi giocano un ruolo relativo o, per meglio dire, quasi esclusivamente in una condizione di subalternità rispetto a chi li promuove. Qualche tempo fa ho incontrato uno di questi vincitori osannati dalla stampa e dagli organizzatori dei contest: un anno dopo essere salito sul palco della Scala per ritirare un premio convinto di avere la strada spianata, non ha ancora trovato un fornitore disposto a scommettere su di lui e fatica a piazzare le proprie collezioni. I media, nel frattempo, si sono dimenticati di lui. Ecco perché, ed ecco perché chi si appresta a intraprendere questa carriera dovrebbe seguire l’esempio di Camillo, cioè procurarsi una formazione culturale vera, non abborracciata in qualche scuola, e accettare un periodo più o meno lungo di apprendistato. Poi, magari, finirà vittima di questo sistema che corre in soccorso ai vincitori, ma almeno avrà una seconda carriera da intraprendere.

  • Motivo numero 1. Vittime della stessa perversa spirale do ut des che hanno contribuito ad innescare dalla Guerra del Golfo, cioè dalla prima grande crisi dell’editoria in poi (e che sembra aver colpito i media italiani come non è accaduto altrove: forse ne avevamo inaugurati troppi al solo scopo di far quattrini, chissà) le riviste di moda ormai vanno malissimo e, allo scopo di restare in vita, si sono trasformate in agenzie di eventi. Organizzare “un talent” costa relativamente poco, permette di coinvolgere tante aziende della moda che a loro volta non avrebbero i budget per permettersi vere e proprie campagne ma che hanno comunque e anzi vieppiù bisogno di visibilità e dunque pagano o pro-quota o in natura lo stilista vincente, producendogli cioè unna o due collezioni.
  • Motivo numero 2. Il talent offre visibilità e un’ottima ragione per alzarsi dal letto la mattina non tanto e non solo a chi vi partecipa, ma anche (e spesso soprattutto) a una serie di signore di ampie possibilità economiche, media preparazione accademica e nessuna esperienza di lavoro vero, dunque totalmente sfaccendate in questi anni durissimi per tutti e dunque spietati con chi non abbia mai combinato una cippa in vita sua. Pur non intendendosi affatto di moda, let alone di produzione o marketing, ma pagando semplicemente un obolo, le suddette entrano quindi a far parte di comitati, club, enti votati alla promozione dello stilista, selezionato naturalmente da altri cioè da chi ne capisce, godendo in cambio della photo opportunity, dell’invito alle sfilate e della sensazione di fare qualcosa, anzi di “essere oberate dagli impegni”. Un’ottima ragione per tornare a letto la sera soddisfatte. E lo stilista? Si faranno fare un vestito su misura pagandoglielo cento euro.
  • Motivo numero 3. Non si può fare accademia, informazione, formazione e associazione senza spendersi per i “ggiovani”, in particolare in un paese con un tasso di disoccupazione che supera il 10 per cento e pazienza se per avere successo nella moda valgano quasi esclusivamente competenza e meritocrazia, come in tutti i mestieri creativi: bisogna mostrarsi aperti, anzi “inclusivi” e qualcuno, dopo aver sognato un monomarca a venticinque anni, in capo a due stagioni si trova senza mezzo contratto. Le vittime sacrificali, dopotutto, sono giovani di default dai tempi di Isacco. Dunque, per una Camera della Moda che organizza un “Tavolo showroom”, cercando di mettere in relazione i “talent” più efficaci e spendibili con le 240 showroom attive sul territorio nazionale, fin troppi altri attori del sistema usano semplicemente i “ggiovani” per promuovere se stessi. Senza nemmeno l’aura del no profit.

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