Fabiana Giacomotti

Quali sono le tendenze di Pitti Uomo 2019

Quali sono le tendenze di Pitti Uomo 2019

09 Gennaio 2019 16.50
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In effetti, come dicevano l’altra mattina dalle sale superiori del Gucci Garden di Firenze, ormai stabilmente adibite a museo e galleria, inaugurando i nuovi dipinti murali dell’artista inglese Alex Merry e di MP5 – una serie di rappresentazioni critiche e politicamente impegnate della molteplice fisicità umana – l’uomo in questo periodo è decisamente più interessante, creativo e mutevole della donna. Lo è stato alla metà del XV secolo, presso la corte di Borgogna, ancora verso la metà del Settecento, in misura epica fra l’Ottocento e il Novecento; ancora una volta, attorno ai Settanta, l’unico decennio del Novecento che abbia esplorato artisticamente l’androginia. Lo è ora, attorno alla nuova identità di genere e a un rapporto col femminile che abbraccia al tempo stesso la curiosità e il timore post #metoo.

PITTI UOMO È DIVENTATO UN MOVIMENTO CULTURALE

La nuova edizione di Pitti Uomo, la numero 95, aperta fino all’11 gennaio presso la Fortezza da Basso accompagnata da un francobollo celebrativo (la società che gestisce la manifestazione, Pitti Immagine, compie i 30 anni in queste settimane), ne è una interessante dimostrazione. Scomparsi gli eccessi, le punte interpretative e creative, pare invece di assistere a una maggiore fluidità, fra generi, mode e modi. Quattro i grandi filoni di questa fiera che continua a crescere proprio perché ha saputo superare la logica dello stand. Pitti Uomo è diventato un movimento culturale. O a sort of.

1. LA MULTICULTURALITÀ PIACE

Alla faccia dei sovranismi, file davanti al piccolo stand del brand etiope Afar. I proprietari sono toscani, vivono nel Paese da una decina d’anni, lavorano con tessutai e piccoli artigiani lanieri locali. Grande recupero, dopo anni di relativo silenzio, delle linee pulite e del rigore provenienti dal Giappone e dai Paesi scandinavi.

2. LA RISCOPERTA DELLA STORIA

I marchi ma soprattutto i prodotti che hanno fatto storia. In tempi di incertezze, si cerca conforto nel conosciuto, anche se indossato dai genitori. Dunque, grande rilancio per 125 anni di Barbour che già ebbe una seconda primavera negli Anni 80, festa per i 50 anni di Moon Boot, allestimento spettacolare al Tepidarium di Giacomo Roster per Levi’s Engineered, il primo jeans twisted, che negli Anni 90 ha cambiato la storia del denim, molti apprezzamenti per il piccolo marchio di giubbotti e parka in nappa e rifiniture in canvas Stewart, leggenda degli Anni 80 realizzata nel Parmense che mette ancora le pelli ad asciugare e prendere aria nei campi.

3. ATTENZIONE ALL'ECO-SOSTENIBILITÀ

Tutti o quasi i produttori ormai raccontano di investire risorse variabili dal 2 al 6% nel recupero/riciclo/impatto ambientale zero o quasi. Provarlo è un altro discorso. Lo fanno Ecoalf, con una capsule collection genderless in tessuti di riciclo, e lo fa Herno, con l‘evoluzione tecnologica della linea Laminar e una nuova collezione, pronta già per l’estate, con attestato PEF (Product Environmental Footprint) realizzati con tessuti Sensitive® Fabrics grazie alla collaborazione con il gruppo tessile Radici. Fra i 16 criteri di sostenibilità che rispetta, la maggior parte è sovrapponibile a quella dichiarata dall’Onu come obiettivo a sette anni.

4. CONFINI LABILI TRA FORMALE E ATLETICO

Sono sempre più labili i confini fra guardaroba formale e atletico. Balenciaga e Vetements (che poi sempre la mano di Demna Gvasalia hanno alle spalle) stanno segnando la nuova evoluzione streetwear-sportiva-elegante. Un mix difficile da copiare, ma in cui tutti si esercitano. Anche per gli straoardinari margini di guadagno.

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