«Più smart con Google»

Redazione
10/10/2010

di Gabriella Colarusso e Giuliano Di Caro  Se c’è una cosa che Mimi Ito, antropologa giapponese naturalizzata Usa, non sopporta,...

«Più smart con Google»

di Gabriella Colarusso e Giuliano Di Caro 

Se c’è una cosa che Mimi Ito, antropologa giapponese naturalizzata Usa, non sopporta, sono i professionisti dell’anti-internet, modello Nicholas Carr. Due anni fa, dalle colonne del The Atlantic, il giornalista americano lanciò una provocazione: Google ci sta rendendo tutti più stupidi. A furia di passare da un link all’altro, da una short news a un tweet, stiamo perdendo la capacità di concentrarci, di leggere testi lunghi, di valutare le informazioni.
Provocazione interessante, se non fosse che, nel giro di qualche mese, si è trasformato in una litania di massa, utile forse a sfornare libri, ma «molto meno a capire in profondità la Rete».
Mimi Ito ha passato migliaia di ore a osservare i comportamenti online dei teen ager, e del Carr pensiero condivide quasi nulla: «grazie al web  – dice- stiamo diventando più responsabili nella scelta dei nostri consumi culturali».
L’offerta di contenuti mediali è così «ampia e diversificata che ci impone di selezionarli con consapevolezza. Google ci da più potere, più possibilità di vedere con molti occhi, ascoltare con molte orecchie, e perciò una maggiore capacità di critica». Ito si è laureata ad Harvard e specializzata a Stanford, e da anni studia come le tecnologie digitali e i social network influiscono sull’identità e sul modo di conoscere dei nativi digitali, i giovani nati e cresciuti con Internet. Lettera43 l’ha incontrata a Milano, dove era ospite alla rassegna Meet The Media Guru.
Domanda. Lei dice che il web rende più smart. Non sarà troppo ottimista?
 Risposta. Da anni mi occupo di come le nuove tecnologie, internet, i giochi online, i media digitali possano rappresentare una forza produttiva per i ragazzi e non il contrario. Non sono d’accordo con chi pensa che il web renda gli adolescenti distratti, incapaci di leggere la letteratura tradizionale. E’ un approccio deterministico, che non considera l’importanza del contesto sociale e della cultura di riferimento come elementi che cambiano il modo in cui i ragazzi usano le nuove tecnologie.
D. Ma la cultura del multitasking, non ci porta a lavorare in superficie più che in profondità?
R. Niente affatto. Viviamo in un mondo in cui non tutti guardano le evening news alle cinque della sera, dove non tutti leggono gli stessi giornali, ma abbiamo la possibilità di scegliere se giocare con i videogiochi, leggere quotidiani, guardare serie tv o programmi di informazione. E questo ci aiuta a sviluppare una maggiore responsabilità individuale. Il che non significa che facciamo sempre la scelta giusta e ci nutriamo solo di cose stimolanti, ma che abbiamo l’opportunità di accedere a contenuti prima negati, di coltivare passioni che ci permettono di specializzarci.
D. Per il progetto di ricerca Digital Youth Project, lei ha osservato 5.200 ore di interazione sociale online tra adolescenti. Cosa fanno online i nativi digitali?
  R. La maggior parte di loro usa internet per tenersi in contatto con i propri amici. Ed è già un elemento interessante, considerato che il web viene accusato da molti di funzionare principalmente come piattaforma di interazione con perfetti sconosciuti e dunque spersonalizzante. Molti però utilizzano la Rete in maniera strepitosa: per fare attivismo politico, creare film, cortometraggi, quadri, per l’apprendimento o per la promozione della propria musica. Per i nativi digitali il web è il luogo in cui condividere le proprie idee e i propri contenuti anche con gli adulti, con gli insegnanti, con altri sperimentatori: un rapporto alla pari, molto diverso dal guardare i media professionali, percepiti come distanti e unidirezionali.
D. E la scuola che fine fa?
  R.Non è più l’unico luogo della formazione. E un nodo della rete di apprendimento dei ragazzi e ha un compito speciale: far sperimentare loro una conversazione più riflessiva, insegnare a esercitare un punto di vista critico su argomenti che molto probabilmente hanno già appreso relazionandosi in Rete con i loro pari o con altri.
D. Lo chiamano Peer based learning, apprendimento alla pari. Ma come si fa a valutare la qualità e l’affidabilità delle informazioni che circolano sui nuovi media?
 R. Il nodo cruciale è che questo apprendimento alla pari, che stimola molto gli adolescenti e li invoglia all’attivismo culturale, non deve avvenire solo tra i ragazzi, ma in connessione con le altre e alte istituzioni culturali.
D.Insegnanti, genitori, coach e preti, tutti online?
 R. Assolutamente si. È importante che in Internet ci sia un dialogo intergenerazionale. Quando sento un adulto dire: “ma che fanno questi ragazzi su Internet, stanno perdendo tempo, devono fare i compiti”, mi spavento. Perché i genitori devono conoscere la Rete meglio dei loro figli. E invece la tendenza è trivializzare i contesti peer based e pensare che l’unico momento in cui i nostri figli apprendono sia quando vanno a scuola. Gli adulti devono assumersi la responsabilità di contribuire a formare una conoscenza di alta qualità nelle comunità online.
D. Esperimenti ben riusciti di dialogo intergenerazionale online?
 R.Ci sono molti esempi di reti di conoscenza intergenerazionali, che integrano cultura di alta qualità e conoscenze nate da contesti peer. Uno è wikipedia, che ha un ottimo processo di revisione e verifica dei contenuti. È una comunità aperta ma che si è data regole e standard per garantire la qualità. E inoltre è molto trasparente. Anche nelle comunità di gioco troviamo esperimenti interessanti: giocatori adulti che fanno da filtro sulla qualità dei contenuti dei giochi, del programming, e ai quali i giovani possono ispirarsi.
D.Gran parte di queste interazioni, sostiene nelle sue ricerche, avviene con l’m-learning. Cos’è?
R. E’ l’apprendimento che si avvale di dispositivi mobili: telefoni cellulari, iPhone, iPad, giochi portatili, tutte le piattaforme digitali non imprigionate al personal computer da tavolo. L’m learning permette alle persone di portare con sè conoscenze, informazioni, relazioni sociali, è il trasferimento del digitale nella vita realei.
D.L’informazione ovunque, insomma, anche a letto o al parco. Non starà diventando un’ossessione?
 R. Non credo. La disponibilità costante di tecnologie mobili con cui ottenere informazioni sul mondo spinge i ragazzi a un approccio più consapevole col contesto con il quale interagiscono. Vale anche per gli adulti: le tecnologie ci permettono di seguire costantemente i nostri interessi.
D. In Giappone c’è una vera e propria mania per le tecnologie mobili. Perché?
 R. Risponde alla necessità sociale di avere un sistema che permetta relazioni uno a uno, come il telefonino. E’ il desiderio di una rete sociale pubblica a cui poter accedere in qualunque momento da qualunque luogo senza dover essere legato ad uno schermo fisso. C’è poi un’estetica e una sottocultura, chiamata otaku, che si esprime in feticismo per i techno-gadget e il design. In Giappone, l’utilizzo estremo di tecnologie indossabili, è frutto una combinazione di diversi fattori: geografici, culturali, tecnologici. Lo spazio urbano è sempre molto ‘ristretto’, così come lo spazio privato, altrettanto ‘piccolo’: più sono piccoli e portatili i dispositvi per la connessione più è facile usarli. E poi perchè, quando i luoghi sono affollati e asfittici, il web spalanca i confini dell’immaginazione.