Come Boris Johnson può far implodere il Regno Unito (e non solo)

Bugie sulla hard Brexit. Tensioni fomentate in Irlanda. Rancore degli scozzesi. Mano libera sull’Iran a Trump. Il nuovo premier britannico parla per slogan come Salvini. Eludendo i gravi nodi politici ed economici.

24 Luglio 2019 11.20
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C’è analogia tra il modo di pensare di Matteo Salvini e quello del neo premier britannico Boris Johnson. Il che fa presumere che i due andranno anche più d’accordo del previsto. Per il leader dei conservatori (tory), che ha rimpiazzato Theresa May con il 66% dei consensi nel partito, tutto si può fare subito, niente è complesso. Per esempio uscire dall’Unione europea il prima possibile senza pagare pegno e, afferma Johnson, senza far saltare gli accordi di pace del 1998 con l’Irlanda che, dopo anni di sangue, hanno garantito la quiete con l‘Irlanda del Nord, anche grazie alla cruciale apertura delle frontiere.

PER IL PREMIER EUROSCETTICO ANDRÀ TUTTO BENE

Dopo la Brexit i confini tra il Regno Unito e l’Irlanda tornerebbero a chiudersi. Nel 2019 sono riesplose bombe a Londonderry. Ad aprile, mentre May e l’Ue si impiccavano sulla Brexit, nella città del Bloody Sunday moriva una giovane giornalista per un proiettile vagante. Ma per il premier euroscettico, anche con una hard Brexit senza accordo andrà tutto bene per i britannici e tra Belfast e Dublino. «Se siamo andati sulla Luna, risolveremo anche il problema irlandese», ha detto per i 50 anni dello sbarco dell’Apollo 11. Alludendo, ora come allora, a «soluzioni tecnologiche» perfette.

SE RIESPLODE LA BOMBA IRLANDESE

Come Salvini, Johnson parla per slogan eludendo chi chiede spiegazioni. L’allunaggio fa molta più presa dell’Ue, degli irlandesi e degli esperti che obiettano sull’efficacia di congegni elettronici per una frontiera «meno rigida» tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord fuori dall’Ue. Al mondo non esistono confini virtuali, nemmeno nel caso della Svezia e della Norvegia, sempre citate per la Brexit. Tra i due Paesi scandinavi il check delle merci è in parte informatizzato e le auto vengono identificate dalle telecamere al passaggio, ma si continuano a controllare fisicamente migliaia di mezzi pesanti al giorno. E gli ex funzionari di frontiera svedesi hanno fatto presente all’Ue come dei posti di blocco ci siano ancora.

LA QUESTIONE TRA BELFAST E DUBLINO È POLITICA

Tra le due Irlande il ritorno dei check-point sarebbe benzina sul fuoco: giacché la questione tra Belfast e Dublino è politica, non economica, non c’è rimedio tecnologico. Johnson può aggravare, non risolvere il problema, per diverse ragioni. Il vicepremier e ministro degli Esteri irlandese Simon Coveney (liberale di destra come lui, in teoria) ha minacciato «guai» se stravolgerà il pluribocciato piano sulla Brexit di May, che in mancanza di alternative aveva previsto un discusso meccanismo di backstop

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Boris Johnson.

ESCAMOTAGE SUL MERCATO UNICO EUROPEO

L’escamotage ideato terrebbe di fatto l’Irlanda del Nord nel mercato unico europeo – a tempo indefinito – spostando all’isola della Gran Bretagna (Inghilterra, Scozia e Galles) il confine dell’Ue per le merci. Si capisce perché il backstop vada bene a Dublino, e sia viceversa rigettato dagli euroscettici e dall’ultradestra unionista dell’Irlanda del Nord. Separata in quel caso più dalla madrepatria che dall’Irlanda di Coveney, il quale senza backstop minaccia però di piazzare subito dogane e posti di blocco.

USCITA SENZA ACCORDO, UN BLUFF PERICOLOSO

Il partito del Dup dei protestanti nordirlandesi è poi una stampella indispensabile dell’ultimo governo May ereditato da Johnson. Non è chiaro neanche, di conseguenza, come possa Johnson sbandierare la Brexit a tutti i costi entro il 31 ottobre 2019, quando gli unionisti da una parte rifiutano con veemenza il pasticcio di May. Ma dall’altra temono e vogliono evitare una hard Brexit. Sull’intricata e delicatissima situazione il nuovo premier glissa, atteggiandosi – quel che è peggio – a schiacciasassi in mesi di tensioni tra i nordirlandesi. Fosse anche un bluff l’uscita dall’Ue senza accordo, è pericoloso. Tanto più che Johnson minimizza anche su un’altra potenziale reazione a catena della Brexit: il secessionismo scozzese.

IL RANCORE DEGLI SCOZZESI SECESSIONISTI

Tra i nei del backstop per evitare posti di blocco tra le due Irlande c’è lo status speciale concesso, suo malgrado, a Belfast come zona più integrata con l’Ue. Se sarà legge, intende reclamarlo anche il governo indipendentista della Scozia che al referendum sulla Brexit del 2016 votò – come l’Irlanda del Nord (56%) – in netta maggioranza (62%) per il remain. Mentre i sei eurodeputati scozzesi battono i piedi, la premier scozzese Nicola Sturgeon chiede un nuovo voto popolare sulla Brexit e, con un nuovo sì, un nuovo referendum sull’indipendenza.

IL PREMIER SARÀ LA FINE DELLA GRAN BRETAGNA?

Anche a Edimburgo insomma le acque si agitano parecchio. Per il socialdemocratici del partito (Snp) di Sturgeon il nuovo premier rappresenta un «disastro per la Scozia», e c’è da «sbalordirsi che in una cosiddetta democrazia moderna qualche migliaio di membri dei tory abbia deciso di insediare il nostro prossimo primo ministro senza consultare il parlamento o i 66 milioni di cittadini britannici». Il Snp promette di fare di tutto per fermare Johnson dal «trascinare la Scozia fuori dall’Ue» e per bloccare le «gravi conseguenze della Brexit». Il New York Times, in un commento su Johnson che «mente come respira», indica il nuovo premier «come la fine della Gran Bretagna».

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L’IMPATTO PERICOLOSO SUI MERCATI

Il rancore degli scozzesi verso Johnson è da sempre fortissimo ma ovunque, in Europa come pure negli ambienti della finanza londinese, c’è apprensione sulle mosse dell’elefante entrato nella cristalleria del numero 10 di Downing Street. Come i leader di Edimburgo, il Financial times prospetta «un impatto enorme sui mercati globali e nel panorama geopolitico per la nomina del nuovo premier», e «le elezioni nazionali sono fissate a maggio del 2022 ma potrebbero tenersi prima». Non sono le parole di un tabloid, ma del quotidiano londinese primo foglio finanziario internazionale, che allude anche alla mano libera di Donald Trump in Medio Oriente, con Johnson primo ministro britannico.

ASSE USA-UK DESTABILIZZANTE PER LA POLITICA ESTERA

Un sodalizio tra gli Stati Uniti e il Regno Unito può essere molto destabilizzante anche in politica estera, a partire da una possibile guerra con l’Iran. Ma di nuovo, Johnson non replica e anche sulla hard Brexit continua a sostenere ciò che per tutti gli addetti ai lavori è impossibile: senza un nuovo accordo, si potranno congelare i rapporti del Regno Unito con Bruxelles dal 31 ottobre e si potrà continuare a commerciare con l’Ue senza dazi e altre gabelle. Messa così è semplicissima, ma nella realtà andrebbe diversamente.

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