Politica & web

Redazione
18/10/2010

di Manuela Sasso In principio fu Obama, con la campagna per le presidenziali americane condotta capillarmente anche con l’aiuto delle...

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di Manuela Sasso

In principio fu Obama, con la campagna per le presidenziali americane condotta capillarmente anche con l’aiuto delle nuove tecnologie. Poi il modello è sbarcato in Europa e in Italia. Oggi non c’è politico famoso o meno che non abbia un profilo (più o meno aggiornato) o una pagina su Facebook.
Di contro, le sezioni di partito restano aperte poche ore al giorno, file di sedie malinconicamente addossate alle pareti. Godono di miglior sorte i banchetti o i gazebo allestiti nei mercati o nelle vie dello struscio italiane. Con buona pace degli storici militanti. «È normale che chi si è fatto le ossa sul campo organizzando cortei e attaccando i manifesti ora, di fronte ai più giovani che strimpellano sul computer, storca il naso e dica che non c’è più partecipazione politica», spiega Gianpietro Mazzoleni, ordinario di comunicazione politica alla Statale di Milano. «Viviamo in un ambiente post moderno dove tutto è frammentato. L’attivismo attraverso Internet è molto più facile e veloce, perché ci si trova dentro una rete».
Di più: «La partecipazione politica attraverso i social network è il minimo di cui potremmo essere contenti. L’alternativa è che non ci si raggiunga neppure questa soglia». Insomma, i social network, secondo il docente della Statale, costituiscono una cassa di risonanza ampia, capace di stimolare una grande partecipazione emotiva su campagne di ampia scala e su singole iniziative.
Un risultato non da poco, secondo Mazzoleni, tanto più che a frequantare i social network è un pubblico giovanile. Proprio quella fascia di età, dai 35 anni in giù, che non è attratta dalla partecipazione politica. Facebook, quindi, potrà riservare sorprese, soprattutto durante le prossime campagne elettorali. «Sarà interessante osservare» sostiene Mazzoleni «quali contenuti circoleranno nel brusio sotterraneo della rete rispetto al livello superficiale dei grandi media».
È la stessa curiosità che anima Oliverio Gentile, community manager della Fondazione rete civica di Milano e di PartecipaMi.it, che avanza un dubbio: «Con i social network esiste il rischio che la partecipazione si riduca a un semplice click e di non riuscire di conseguenza a costruire qualcosa di più tangibile». Insomma, vanno bene le campagne e le iniziative politiche nate su Internet, poi però, spiega Gentile, «è necessario creare una mobilitazione in poco tempo, altrimenti la fiammata che nasce dall’evento si affievolisce». In altre parole serve trovare il giusto mix tra virtuale e reale.
Che vuol dire, per esempio, incrementare gli strumenti di comunicazione tra un amministratore e un cittadino. Spiega Giuseppe Civati, consigliere regionale in Lombardia del Partito democratico e “veterano” dei blog e dei social network: «Facebook è una cassa di risonanza enorme, poi sta a noi politici evitare di fermarci a questo livello. Obama, per esempio, ha fatto in modo che attraverso Internet fosse organizzata una campagna capillare porta a porta. Ormai ogni iniziativa ha una pagina su Facebook, poi però bisogna affrontare la prova della realtà». Anche perché persino Obama, dopo una campagna elettorale travolgente, ora soffre un calo di consensi.