Cosa cambia con la svolta europeista della Polonia e il ritorno di Tusk

Stefano Grazioli
17/10/2023

I nazionalpopulisti del leader storico Kaczynski non hanno i numeri per governare a Varsavia, dopo otto anni di sovranismo. Ora liberali e sinistra dovranno lavorare a un ritorno dello stato di diritto, ripristinando una giustizia indipendente e la liberalizzazione dell’aborto. A Bruxelles riecco la collaborazione su migranti e fondi Ue.

Cosa cambia con la svolta europeista della Polonia e il ritorno di Tusk

In Polonia il ribaltone è a un passo. I risultati delle elezioni hanno di fatto ricalcato gli exit poll, e anche se i conservatori di Diritto e giustizia (Pis) si sono confermati il primo partito in parlamento, saranno i secondi arrivati della Coalizione civica (Ko) a formare un governo. Una svolta europeista. La palla passa quindi da Mateusz Morawiecki a Donald Tusk, che dovrebbe essere incaricato dal presidente Andrzej Duda, uomo di Pis, di costituire la coalizione reggente a Varsavia. A meno che Duda non voglia prima far fare un (disperato quanto inutile) tentativo di consultazioni a Diritto e giustizia, alla ricerca di numeri che non ci sono. Si materializza dunque un grande smacco per i nazionalpopulisti del leader storico Jaroslaw Kaczynski, che dopo otto anni di governo sovranista, tra conflitti interni e con l’Unione europea, devono fare le valige e andare all’opposizione.

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Cosa cambia con la svolta europeista della Polonia e il ritorno di Tusk
Un manifesto di Jaroslaw Kaczynski, storico leader dei nazionalpopulisti (Getty).

Occhio però ai tempi: possibile incarico esplorativo a Morawiecki

Modi e tempi per formazione e insediamento del nuovo governo sono tutti da vedere, come detto: molto dipende da quanto il Pis avrà voglia di mettere i bastoni tra le ruote nel protocollo, tra un eventuale incarico esplorativo a Morawiecki e i tentativi di Kaczynski di rallentare il processo, e quanto ci metterà Tusk a schierare la sua squadra, sostenuta da Terza via, forza un po’ ibrida nata dall’alleanza elettorale di forze centriste e progressiste, e dalla sinistra eterogenea di Lewica.

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Il presidente della Repubblica polacca Andrzej Duda (Getty).

Affluenza altissima (73 per cento) spinta dall’elettorato femminile

Quello che pare comunque certo è appunto che l’era Pis a Varsavia è finita, almeno per ora, anche se i conservatori rimangono una forza di rilievo nel sistema che nelle due precedenti legislature hanno in parte piegato ai propri interessi e che adesso Ko e compagni dovranno cercare di raddrizzare: compito non facile, almeno sulla carta, a partire dalla coabitazione con Duda e i poteri di veto del capo di Stato. L’elettorato rimane comunque in sostanza spaccato: da una parte il centrodestra e la destra estrema, che arriva ancora al Sejm, il parlamento polacco, con Confederazione, addirittura in leggera ascesa, ma che non ha potuto assorbire tutte le perdite del Pis; dall’altra i moderati e la sinistra, riuniti per scalzare il nemico comune. I polacchi sono andati a votare, mobilitati più dall’opposizione che non dal governo, e sono riusciti nel ribaltone, anche se un elettore su quattro è stato a casa, nel quadro di un’affluenza altissima, oltre il 73 per cento, spinta dall’elettorato femminile.

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Donald Tusk ha vinto le elezioni in Polonia (Getty).

Ritorno dello stato di diritto, tra giustizia indipendente e aborto libero

In sostanza l’era sovranista si è chiusa, ma ci vorranno settimane se non mesi prima che la Polonia si metta in marcia nella direzione indicata dagli elettori, quella di un ritorno dello stato di diritto nei suoi molteplici aspetti. Certamente per Tusk arriva ora il compito più difficile, che è quello di trasformare la piattaforma tripartitica che ha alle spalle da una conventio ad excludendum a un’efficace forza di governo. Tra Ko, Terza via e Lewica non mancano i punti comuni, al di là dello scopo principale di relegare il Pis all’opposizione, ma anche le differenze tra liberali e sinistra non potranno non pesare. Ci sono questioni sulle quali c’è accordo, dal ritorno a una giustizia indipendente alla liberalizzazione dell’aborto, ma ne rimangono altre più divisive che riguardano l’economia e il suo rilancio in un contesto nazionale e internazionale sempre più difficile.

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Da sinistra: il premier polacco uscente Mateusz Morawiecki e l’ungherese Viktor Orban (Getty).

Immigrazione e fondi trattenuti, adesso si ragiona con l’Ue

Il ritorno di Tusk a Varsavia, già premier tra il 2007 e il 2014 prima della parentesi alla guida del Consiglio europeo fino al 2019, farà tirare un sospiro di sollievo anche a Bruxelles, che almeno per un po’ si toglierà di mezzo gli impicci polacchi e i veti nazionalisti. Il nuovo governo della Polonia avrà sicuramente un approccio più europeista e il vantaggio di presentarsi con un interlocutore che ben conosce i meccanismi dell’Unione: probabile quindi che gli screzi su temi come immigrazione e giustizia vengano tolti dall’ordine del giorno e si ritorni a una piena collaborazione, con lo sblocco dei fondi trattenuti dall’Ue e che a Varsavia non si possono regalare facilmente.