Premi Oscar, qualche riflessione sulle nomination 2024 e sull’autoreferenzialità del mondo del cinema

Ormai la candidatura equivale a una vittoria. A eccezione di chi si limita a collezionarle senza mai agguantare la statuetta. Come Annette Bening, quest'anno insidiata dalla favorita Lily Gladstone, prima nativa americana in gara. Tra i registi, solo una donna: Justine Triet con Anatomia di una caduta. Film bellissimo ma accusato di essere tutto sceneggiatura. Comunque vada, assisteremo al solito rito seriale di autocelebrazione. Il pubblico? Per dire la sua ha solo un modo: pagare il biglietto.

Premi Oscar, qualche riflessione sulle nomination 2024 e sull’autoreferenzialità del mondo del cinema

Qualche giorno fa, Giancarlo Giannini mi ha mostrato il documento dell’Academy che certificava la nomination all’Oscar 1977 quale miglior attore protagonista per Pasqualino Settebellezze, diretto da Lina Wertmüller. A una prima occhiata, il documento ha l’aspetto del diploma assegnato a un vincitore ufficiale, su carta pregiata, ricco di fregi e marchi illustri. Con la semplice nomination, allora, il destinatario si sente in qualche modo già investito dell’aura magnifica e insostituibile del premio Oscar. Tanto che lo stesso Giannini, ormai anche assegnatario della prestigiosa stella sulla Walk of Fame di Hollywood, giustamente, così intendeva e ancora la intende. Questo spiegherebbe perché le nomination aumentano vertiginosamente col passare degli anni. Se si guarda ai nastri di partenza del miglior film di quest’anno, 2024, si noterà che la tradizionale cinquina si è persino raddoppiata: i film in gara sono ben 10. La nomination, in fondo, è un Oscar virtualmente vinto.

I collezionisti di candidature: da Annette Bening a Martin Scorsese

L’eccezione può riguardare chi accumula nomination senza mai riuscire a vincere davvero. È il caso, oggi, di Annette Bening, giunta con il film Nyad alla quinta nomination quale migliore attrice. Avrà il coraggio l’Academy di escludere la grande favorita, Lily Gladstone, prima nativa americana eventualmente a conquistare un Oscar per The Killers of the Moon Flowers, di Martin Scorsese? Annette Bening interpreta l’atleta Diana Nyad, che all’età di 64 anni percorse a nuoto la distanza marina tra Cuba e la Florida. La performance della Bening, 65 anni, è senza dubbio straordinaria, includendo non solo l’ottima recitazione, ma anche la prestazione fisica natatoria nelle acque dell’oceano. Avrà la meglio il politically correct o la legge non scritta, ma in qualche modo giusta e comprensibile, per cui non è possibile inanellare candidature senza mai tagliare davvero il traguardo?

Premi Oscar, qualche riflessione sulle nomination 2024 e sull'autoreferenzialità del mondo del cinema
La locandina di Nyad.

 

Capitò qualcosa di simile anche a Martin Scorsese. Beffato sul filo di lana al tempo del suo capolavoro Toro scatenato, nel 1981 in cui fu Gente comune di Robert Redford, incredibile dictu, ad aggiudicarsi la prestigiosa statuetta. Scorsese, dopo altre infruttuose candidature, fu risarcito soltanto nel 2007 per un’opera decisamente inferiore, The Departed, a cui spettarono sia il miglior film che la miglior regia. È il classico caso dove il risarcimento suona peggio del torto. Certo, Stanley Kubrick non ha mai vinto l’Oscar, né per un film, né per la miglior regia, ma lì si trattava di una vendetta dell’Academy nei confronti di un cineasta che aveva liquidato Hollywood ritirandosi a vivere in Inghilterra, insediandosi negli studi cinematografici londinesi di Pinewood, e che non avrebbe mai preso l’aereo, causa una inestirpabile fobia per il volo, nel caso fosse proclamato vincitore.

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Stanley Kubrick (Getty Images).

Il cortocircuito di Anatomia di una caduta: un film bellissimo ma accusato di essere tutta sceneggiatura

Nella sezione miglior regista, compare oggi una donna soltanto, la francese Justine Triet: è ammissibile in tempi come questi che non sia proprio lei la vincitrice? Il film che ha diretto, Anatomia di una caduta, un courtroom drama dai risvolti esistenziali, è bellissimo. Sapete però cosa dicono a mezza bocca i cinèfili duri e puri? Che si tratta di un film tutto e soltanto di sceneggiatura, ovvero ben scritto e recitato, ma che non possiede particolari virtù di pura e cristallina messa in scena, e pertanto, basato com’è sulla forza del copione, non potrà essere mai cinema sul serio. Forse teatro o un radiodramma, ma cinema proprio no, perché il linguaggio cinematografico vi è evidentemente tradito lungo una colonna sonora piena zeppa di parole di dialogo.

Sì all’ironia ma non alla delegittimazione imprevista: l’Oscar è un rito seriale in cui il cinema si autocelebra

L’Oscar ha prodotto figli e nipoti. O forse cloni. Cambia nome e si restringe, ma in fondo è sempre lui. In Francia, si chiama César, in Spagna, Goya. In Italia, come è noto, David di Donatello, inscritto all’interno di una solenne e un po’ pomposa istituzione non a caso denominata Accademia del cinema italiano. Poiché tutto è molto ludico, e al tempo stesso terribilmente serio, ospite fisso a presentare la cerimonia di premiazione, non a caso, è sempre un comico. La parola d’ordine deve essere infatti il trionfo dell’ironia. L’ironia sovente si muta in sarcasmo, il sarcasmo in offesa, tanto che il comico di turno può trascendere la misura beccandosi aspri rimproveri se non sonori ceffoni. Il sistema prevede lo scherzo, o il lazzo, ma non certo la delegittimazione imprevista, magari cruda e astiosa. Perché cosa è davvero il premio Oscar se non il rito seriale in cui l’ambiente del cinema si autocelebra? Cerimonia puramente autoreferenziale, un Csm dello spettacolo (o lo spettacolo di un Csm), in cui il sistema detta ai propri affiliati le regole inequivocabili dello show business. A Hollywood, e ovunque. Come spiegare altrimenti il fatto che Alfred Hitchcock non abbia mai vinto un Oscar? È vietato premiare qualcuno venuto dall’Europa a insegnare agli americani cosa sia il cinema?

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Le statuette degli Oscar (Getty Images).

La giuria popolare e l’esperimento fallito della Festa del cinema di Roma

Concludo con un aneddoto personale. Nel 2006, Walter Veltroni inventò la Festa del cinema di Roma. Poiché festa, e non festival, il premio, il Marc’Aurelio d’oro, era assegnato da una giuria popolare. La presidenza fu affidata a Ettore Scola, il quale fu anche incaricato del lavoro di selezione di tutti i giurati. Per l’intera durata dei lavori, collaborai con lui, e osservai con i miei occhi. Scola fu scrupolosissimo: iniziò a selezionare un impiegato, una casalinga, un autista dell’autobus, un operaio, un disoccupato, e via di questo passo. L’inedita giuria popolare, convocata per assegnare i premi, euforica, quasi ubriaca del compito assegnatole, individuò quale miglior film una bizzarra pellicola realizzata da un giovane cineasta russo, una sorta di rivisitazione oscura e allucinata del mito di Amleto. Film che, oltre noi della giuria, credo nessuno abbia mai visto. Il risultato di tutto ciò fu che, in un paio d’anni, la giuria popolare fu cancellata dalla Festa di Roma. Le case di produzione avevano minacciato di non inviare più i propri film alla manifestazione, se questi fossero ancora caduti sotto gli occhi e il giudizio di persone prese dalla strada. La regola era stata colpevolmente infranta, il principio dell’autoreferenzialità reciso. L’ambiente non può tollerare che i propri prodotti e anche gli affiliati siano valutati al di fuori dall’ambiente medesimo. L’unico modo che il pubblico ha infatti di votare il proprio gradimento per un film, o un attore, o un regista, resta sempre il solito: quello di pagare il biglietto.