Le previsioni sul Consiglio europeo del 23 aprile

Redazione
23/04/2020

Eurobond archiviati, Recovery Fund ancora tutti da definire e troppe divisioni interne all'Eurogruppo. Così il vertice dei leader europei rischia di essere l'ennesimo incontro interlocutorio. Intanto la Bce si prepara ad accettare anche i titoli di Stato con rating 'junk'.

Le previsioni sul Consiglio europeo del 23 aprile

Era atteso come uno dei vertici più importanti della storia dell’Ue me ora rischia di diventare l’ennesimo incontro interlocutorio, teso solo a prendere tempo. Pare ormai certo, infatti, che i 27 leader europei, pronti al meeting in videoconferenza previsto per oggi 23 aprile, non faranno alcun progresso sui contenuti dei Recuvery Fund, in attesa della proposta formale che la Commissione presenterà il 29 aprile. Dalle prime indiscrezioni, la presidente Ursula von der Leyen sarebbe disposta a mettere sul tavolo una proposta da 1.600 miliardi, cioè una potenza di fuoco simile a quella chiesta da Italia, Francia e Spagna.

Sembra invece scontato, al vertice, il via libera finale ai tre paracadute approvati dall‘Eurogruppo, cioè quello per gli Stati (Mes), quello per i lavoratori (Sure) e quello per le imprese (nuova Bei). Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel sa che si troverà di nuovo a gestire due fronti opposti: il Nord contro il Sud, ovvero chi vuole usare solo gli strumenti esistenti come il bilancio Ue per aiutare la ripresa e chi vuole invece creare quegli «strumenti innovativi» di cui aveva già discusso l’Eurogruppo, senza successo.

Michel non vuole rischiare di mettere sul tavolo argomenti troppo divisivi, che potrebbero tenere i leader impegnati per lunghe ore senza arrivare a nessuna conclusione, dando così l’immagine di un’Unione sempre in disaccordo. Per questo, già a inizio settimana ha cominciato a mediare, convocando un minivertice a cinque con i leader delle due fazioni: Giuseppe Conte, Pedro Sanchez, Emmanuel Macron da una parte, Mark Rutte e Angela Merkel dall’altra.

ARCHIVIATI PER ORA GLI EUROBOND, SI TRATTA SUL FONDO PER LA RIPRESA

Già il fatto che tutti abbiano partecipato è un segnale di disgelo, visto che due settimane prima il tentativo era fallito. Anche se il clima della riunione sarà migliore, non significa che sarà più facile trovare una convergenza. L’unico punto su cui si potrà cantare vittoria è affermare la necessità di creare un fondo per la ripresa. Le idee su come crearlo sono ancora molto diverse. C’è la proposta spagnola, la più ambiziosa: il Recovery Fund deve essere finanziato attraverso un «debito europeo perpetuo», gestito dalla Commissione Ue sulla base di garanzie prese dal bilancio comune, e capace di dare agli Stati sovvenzioni a fondo perduto. È un’idea completamente indigeribile per i Paesi del Nord, i quali alla vigilia del vertice europeo sono già soddisfatti che sul tavolo non ci siano più gli Eurobond.

L’Olanda invece resta scettica su tutto, perché non ritiene che sia questo il momento di dare più poteri alla Commissione e sovvenzioni agli Stati

Far indebitare la Commissione Ue, con un debito perpetuo, la considerano una strada vietata dai Trattati. C’è poi sempre la proposta francese: la Commissione costituisce il fondo grazie a garanzie degli Stati e concede prestiti a lunga scadenza, in base alle necessità di ognuno. E poi c’è la proposta italiana, che è un tentativo di compromesso molto realista: un fondo di solidarietà gestito da Bruxelles, con la garanzia del budget europeo, ma includendo inizialmente garanzie comuni di tutti gli Stati membri. Le risorse che la Commissione Ue raccoglierà sui mercati daranno prestiti back to back agli Stati membri, con «scadenze il più possibile a lungo termine».

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Giuseppe Conte e Angela Merkel.

Tutti accettano il concetto del fondo, la Germania accetta anche che sia la Commissione a gestirlo e strutturarlo come un grande Sure (garanzie statali che si moltiplicano sui mercati). Purché dia prestiti e non sovvenzioni. L’Olanda invece resta scettica su tutto, perché non ritiene che sia questo il momento di dare più poteri alla Commissione e sovvenzioni agli Stati. Mentre l’Italia, ha chiarito Roberto Gualtieri al Financial Times, insisterà sulla necessità di trasferimenti (grants) a fondo perduto e non prestiti, per «evitare un peso eccessivo sul peso pubblico dei singoli Stati». Per mediare, la von der Leyen potrebbe proporre non sovvenzioni ma prestiti a lunga scadenza, da un fondo che nasca all’interno del perimetro del bilancio europeo ma che funzioni in modo autonomo come il vecchio piano Juncker per gli investimenti, o il nuovo Invest EU.

LA BCE SI PREPRARA AD ACCETTARE TITOLI DI STATO JUNK

Mentre gli occhi sono puntati sul Consiglio europeo, la Bce continua ad agire per far fronte allo choc economico del coronavirus. Il consiglio direttivo guidato da Christine Lagarde si è riunito il 22 aprile in una video conferenza per sancire che la Bce accetterà anche i titoli di Stato con rating ‘junk’, il livello speculativo, a garanzia della liquidità che fornisce alle banche. Una decisione – che investe i titoli che avevano rating d’investimento al 7 aprile e che dovessero subire un downgrade – che arriva di fronte all’impatto devastante del coronavirus e del lockdown sull’economia che rischia di provocare un’ondata di downgrade. Ma che – con l’impegno della Bce a fare di più se necessario – guarda con particolare attenzione alla situazione italiana.

Lo spread Btp-bund l’osservato speciale a Francoforte, tornato a superare i livelli di guardia nonostante gli interventi della Bce sul debito italiano,

L’Italia – che fronteggia un aumento drastico del debito e una recessione intorno a -10% quest’anno, ha un rating due gradini sopra il ‘junk’ da S&P, che giusto il 23 aprile è pronta a rivedere il suo giudizio. E un gradino appena sopra la ‘spazzatura’ da Moody’s, che si esprimerà a giugno. Perché la Bce possa tagliare dai rifinanziamenti ordinari i bond di un Paese, relegando le sue banche alla costosa liquidità d’emergenza ‘Ela’, occorre il ‘junk’ di tutte e quattro le agenzie di rating: anche Fitch e Dbrs. Una prospettiva lontana. Ma la cui semplice prospettiva innervosisce non poco i mercati: meglio muoversi d’anticipo, è il ragionamento a Francoforte. Tanto più che i mercati sono quanto mai instabili.

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La presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde. (Getty)

Ma è lo spread Btp-bund l’osservato speciale a Francoforte, tornato a superare i livelli di guardia nonostante gli interventi della Bce sul debito italiano, riportano le lancette a prima che Lagarde lanciasse i 750 miliardi di acquisti di debito per l’emergenza pandemica (‘Pepp’) a fine marzo. La presidente del resto ha ribadito, sollecitata da un intervento del presidente della Camera Roberto Fico, che la Bce «farà tutto il necessario nel quadro del proprio mandato». Al punto che la mossa sui rating è, probabilmente, il preludio di un ennesimo rilancio della Bce sugli acquisti di debito per fronteggiare la crisi innescata dal Covid-19. Mario Draghi, nel suo famoso editoriale sul Financial Times, aveva anticipato che una ‘guerra’ come quella contro il virus si combatte col debito.

Il ragionamento di molti sulla Bce è semplice: se i mercati non possono assorbire le centinaia di miliardi di debito che servono a Donald Trump per l’emergenza economica, spingendo la Fed ad agire come «lo scarico di un rubinetto», perché dovrebbero assorbire il dedito europeo? Ecco che i 1.100 miliardi messi sul tavolo dalla Lagarde, di cui il ‘Pepp’ costituisce il piatto forte, potrebbero uscire raddoppiati dal consiglio Bce del 30 aprile. È la conferma che è la Bce, ancora una volta, la principale linea di difesa europea contro il Covid. Dal vertice dei leader dovrebbe uscire la conferma quasi certa degli interventi da 500 miliardi della Bei, del fondo Sure e del Mes. Ma quei bond sovranazionali, e tanto più i futuri bond del recovery fund se dovessero essere perpetui, potrebbero essere indigesti per la Bce. Che invece, ferma com’è al 33% delle emissioni europee, non avrebbe grossi limiti a sobbarcarsi i 2 mila miliardi di ‘buco’ lasciato dall’epidemia.