Prigionieri del ribaltone

Redazione
28/09/2010

  Nella mai davvero realizzata Seconda Repubblica, quella del ribaltone è diventata una pratica piuttosto usuale, nel centrodestra come nel...

 

Nella mai davvero realizzata Seconda Repubblica, quella del ribaltone è diventata una pratica piuttosto usuale, nel centrodestra come nel centrosinistra. Anche in questi giorniil parlamento italiano sembra essere più concentrato alla futura collocazione dei parlamentari erranti che alle urgenze legate alla crisi economica.
La caccia al nuovo ribaltonistaè incessante e i cambiamenti di casacca sono più rapidi di quelli del calcio mercato.
Del resto, negli ultimi mesi la posizione del governo presieduto da Silvio Berlusconi assomiglia sempre di più a quella di tanti governicchi della Prima Repubblica, quando si succedevano esecutivi balneari, alleanze fatte e disfatte nel giro di una stagione e maggioranze a base di “non sfiducie”.

Tremonti, tra i primi a cambiare bandiera

Prima del ribaltone dei ribaltoni, quello memorabile della Lega Nord che alla fine del 1994 abbandonò il Cavaliere al suo destino per sostenere il governo tecnico di Lamberto Dini, pochi ricordano che tra i precursori del salto della quaglia politico ci fu l’attuale ministro dell’Economia Giulio Tremonti che, eletto deputato nella lista del Patto Segni il 12 aprile 1994, si trasferì già il 21 aprile nel gruppo Misto per diventare ministro delle Finanze del governo Berlusconi il 10 maggio.
Di lì a un anno un’operazione simile venne seguita con altrettanta disinvoltura da Dini, allora ministro del Tesoro che, dopo la caduta di Berlusconi, nel 1995 accettò di diventare presidente del Consiglio sostenuto dal Pds di Massimo D’Alema e da Lega e Popolari, fino a poco prima alleati di Berlusconi, e in seguito accettò l’incarico di ministro degli Esteri nel primo governo di Romano Prodi del 1996.

Mastella e Dini, i campioni del ribaltone

Quando nel 1998cadde il governo di Prodi, fu Clemente Mastella, ex-ministro del Lavoro del Cavaliere, a passare di campo costituendo l’Udr con Francesco Cossiga e appoggiando la nascita del governo di Massimo D’Alema, primo premier comunista a varcare la soglia di Palazzo Chigi. In quell’occasione a scegliere l’Udr fu anche il primo presidente del Senato dell’era berlusconiana, l’elegante Carlo Scognamiglio, che con D’Alema diventò ministro della Difesa.
Pochi però riescono a battere Mastella che mantiene la palma d’oro dei ribaltonisti, visto che dopo dieci anni ritornò nella coalizione di Berlusconi, facendo cadere il secondo governo Prodi nel gennaio 2008. Una mossa che, in questo caso, si rivelò un suicidio politico per il parlamentare di Ceppaloni, che oggi segue le vicende della politica italiana da lontano come parlamentare europeo del Pdl.
Un’andata e ritorno simile a quella di Mastella la fece anche Lamberto Dini. Presidente della Commissione Esteri nel governo di centrosinistra del 2006, contribuì alla caduta di Prodi e, nonostante fosse membro del comitato nazionale del nascente Partito democratico, decise di ritornare nel centrodestra, facendosi eleggere alle elezioni successive nel Popolo della Libertà.
Potrebbe però esserci l’ennesimo colpo di scena. Dopo essersi allontanati dall’attuale governo, i Liberaldemocratici, movimento diniano capeggiato da Daniela Melchiorre, stanno per dare nuovamente la fiducia a Berlusconi, probabilmente in cambio dell’ennesimo sottosegretario.

Lo scambio di parlamentari: Follini a sinistra, De Gregorio a destra

Altro ribaltonista storicoè l’ex segretario dell’Udc, Marco Follini. Nel 2007, momento della prima crisi del secondo governo Prodi, fu protagonista di un girotondo parlamentare assieme al campano Sergio De Gregorio.
Quest’ultimo, eletto nel 2006 con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, entrò a far parte della Commissione Difesa dove i due schieramenti si distanziavano per un solo voto. E quel voto De Gregorio lo utilizzò per farsi nominare presidente di Commissione dal centrodestra, voltando le spalle allo schieramento che l’aveva eletto. Un anno dopo il voltafaccia, votò contro la fiducia al governo di centrosinistra, passando definitivamente al Polo delle libertà.
Dal canto suo, il centrosinistra pareggiò subito il conto accogliendo a braccia aperte Follini, ormai in rotta con la linea filo-berlusconiana dell’Udc. Quasi uno scambio di prigionieri simile a quelli che Usa e Urss si passavano al Chekpoint Charlie di Berlino.
Vale la pena ricordare che per De Gregorio la politica è stata sempre bordeline. Prima di approdare nel Pdl fu direttore dell’Avanti in era post craxiana, poi diventò membro di Forza Italia, in seguito fondò nel 2000 l’Associazione Italiani nel mondo con cui fece accordi con la Dc di Rotondi per poi convertirsi al dipietrismo nel 2005, facendosi eleggere dall’Italia dei Valori nel 2006.
Di tali finezze oggi non se ne vedono più, anche se una chicca potrebbe essere rappresentata dall’ex presidente di Federmeccanica, il veneto Massimo Calearo. Eletto nel Pd veltroniano del 2008, decise di seguire Rutelli nell’Alleanza per l’Italia, e recentemente, dopo un po’ di bagnomaria parlamentare, si è candidato nientemeno che al ministero dello Sviluppo economico, proponendosi direttamente a Silvio Berlusconi.

Alleanza di Centro, Io Sud, Movimento per l’Italia: per ogni dissidente nasce un partito

Per essere legittimato politicamente ogni ribaltonista ha bisogno di un partito che ne valorizzi i grandi ideali. É l’esempio di Francesco Pionati che, eletto nel 2008 alla Camera con l’Udc, decise di abbandonare il suo segretario Pierferdinando Casini per accasarsi con Berlusconi, dando vita all’Alleanza di Centro.
Anche la senatrice Adriana Poli Bortone creò il suo partito personale, Io Sud, ma per motivi opposti a Pionati: fuoriuscì nel 2009 da An perché in polemica con la decisione di far confluire il partito nel Pdl.
Cinque parlamentari espulsi dal Movimento per le autonomie capeggiato da Raffaele Lombardo, presidente della Sicilia, fondarono invece Noi Sud, in disaccordo con la linea non berlusconiana del segretario.
Il caos all’interno del Mpa ben rappresentata l’attuale evoluzione politica della Sicilia, dove il governatore Lombardo ha appena varato il suo quarto governo in due anni, estromettendo gli ex alleati del Pdl per coalizzarsi con il Pd, i finiani, l’Api di Rutelli e l’Udc di Casini, ma senza l’ex governatore centrista Salvatore Cuffaro.
Altra dissidente confusa è Daniela Santanché che, fuoriuscita da An (ma lei sostiene tuttora di essere stata scacciata), si avvicinò a La Destra di Francesco Storace, altro ex del partito di Gianfranco Fini, per diventarne nel 2008 la candidata premier. Raggiunse però solo il 2,4% dei voti, non superando lo sbarramento del 4%. Girò quindi rapidamente le spalle a Storace e alla sua truppa di reduci per fondare un altro piccolo partito, il Movimento per l’Italia, mossa che le permise di tornare a Canossa, cioè da Berlusconi, che lo scorso marzo la accolse a braccia aperte direttamente nel governo con la nomina di sottosegretario del ministero per l’Attuazione del programma.
Davvero difficile comprendere il motivo per cui una Repubblica maggioritaria e bipolare abbia prodotto una simile babele. Qualcosa non ha funzionato e la politica italiana assomiglia sempre più alla commedia dell’arte. Che però era più divertente.