Alla Scala un Don Carlo senza tensione politica e animato dalla stella Garanča

Cesare Galla
08/12/2023

Le annunciate difficoltà di Pertusi e la sua coraggiosa scelta di non abbandonare la scena sono stati il momento più vivace di una serata per il resto in grigio. L'oppressione sanguinaria dei popoli, il peso del potere e l'oscurantismo religioso restano elementi decorativi. Ottima prova del mezzosoprano lettone. Anna Netrebko, intermittente, è esplosa nel quarto atto. La recensione.

Alla Scala un Don Carlo senza tensione politica e animato dalla stella Garanča

Gli storici delle inaugurazioni di stagione meneghine, «il più importante evento musicale del mondo» (copyright Bruno Vespa, inamovibile principe dell’iperbole laudatoria), potranno fornire dettagli. Andando a memoria, è decisamente insolito che un sovrintendente abbia dovuto affacciarsi per due volte a proscenio per fornire comunicazioni di vario tipo al pubblico, come è accaduto giovedì sera al Don Carlo della Scala. I due fuori programma di Dominique Meyer hanno avuto peraltro caratteristiche molto diverse. Nel primo caso, si è trattato di una sottolineatura, per la verità piuttosto gratuita ma evidentemente sollecitata, di quanto deciso nei giorni scorsi dall’Unesco, che ha inserito nell’elenco dei beni immateriali dell’umanità il canto lirico italiano, qualsiasi cosa l’espressione voglia dire (e le opzioni sono veramente numerose). Il concetto è poi stato ribadito, con maggiore accentuazione politica, dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, intervistato in tv durante il primo intervallo. Riconosciuto il valore di una tradizione che contribuisce fortemente all’identità nazionale, ha detto. Peccato che la serata fosse dedicata a un’opera di autore italiano, sì, ma scritta in Francia su un testo ovviamente in francese e rappresentata per la prima volta a Parigi.  Presentata in una versione nella quale il “canto lirico italiano” è conseguenza solo della successiva traduzione del libretto (peraltro non particolarmente ragguardevole), costruita in modo da evitare al compositore di realizzare adattamenti musicali collegati al testo se non in via eccezionale (oppure per propria scelta, ma a prescindere dalla lingua). Poteva andare peggio. Poteva essere un’inaugurazione con Lohengrin, Carmen o Boris Godunov, come l’anno scorso. Ma tant’è, nel corso della maratona su Raiuno è bastato non accennare mai, neanche per sbaglio, all’origine di quest’opera. E il canto lirico italiano è stato celebrato, anche se non c’entrava granché.

Alla Scala un Don Carlo senza tensione politica, animato solo dalle due uscite di Meyer e dalla stella Garanča
Una scena del Don Carlo (Brescia e Amisano, Teatro La Scala).

L’indisposizione di Pertusi e la ‘maledizione’ della parte di Filippo II in questa produzione

La seconda sortita di Meyer è stata di quelle che nessun sovrintendente ama fare, e infatti sono pochi quelli che in casi del genere ci mettono la faccia, lasciando che le comunicazioni problematiche siano affidate a un’anonima voce diffusa dagli altoparlanti. Alla fine dell’intervallo fra il secondo e il terzo atto, il sovrintendente è uscito di nuovo a proscenio, questa volta per comunicare che il basso Michele Pertusi, interprete del ruolo fondamentale di Filippo II, era indisposto e aveva il mal di gola, ma non si sottraeva a completare la recita. Una brutta notizia che fra l’altro gli devono avere comunicato proprio all’ultimo: pochi minuti prima – sempre galeotta la diretta tv – se ne stava in un palco a piacevolmente celebrare con Milly Carlucci proprio l’eccellenza del cast da lui riunito per Don Carlo. Sull’episodio, il minimo che si può osservare è che la parte di Filippo II non ha avuto una gran buona stella in questa produzione. Pertusi era infatti subentrato in corsa al suo collega René Pape, a circa tre settimane dal debutto. Dopo un defatigante impegno nello stesso ruolo, sostenuto nella produzione di Don Carlo che ha fatto otto repliche fra Emilia e Romagna nel mese di novembre. Resta la curiosità: se il basso parmense non fosse stato in grado di proseguire la recita, cosa sarebbe accaduto? Sarebbe stato pronto a entrare in scena il suo sostituto, secondo le buone pratiche dei grandi teatri? In ogni caso, le annunciate difficoltà di Pertusi e la sua coraggiosa scelta di non abbandonare sono stati il momento più vivace di una serata per il resto passabilmente in grigio, che nemmeno qualche sporadico grido antifascista piovuto dal loggione prima e dopo l’Inno di Mameli, ha più di tanto animato. Nei primi due atti, quello che rimane uno dei nostri migliori specialisti del canto verdiano aveva fatto valere la sua intelligenza stilistica, la qualità attoriale, la musicalità; vocalmente, era parso almeno affaticato, con un’emissione non del tutto omogenea, anche timbricamente a volte diseguale. Subito dopo l’annuncio – probabilmente fornito perché il terzo atto di Don Carlo è il più impegnativo e rischioso per la parte di Filippo II – la sua prova, per quanto affaticata, è sembrata comunque di dignitosa qualità introspettiva, di notevole attenzione alla cantabilità. Meglio l’aria celebre, Ella giammai mi amò rispetto al successivo, drammatico quartetto, nel quale la necessità di spingere espressivamente ha portato allo scoperto una linea di canto pericolosamente in bilico. Giustamente, il pubblico ha dimostrato di apprezzare la professionalità di Pertusi e lo ha applaudito generosamente.

Alla Scala un Don Carlo senza tensione politica, animato solo dalle due uscite di Meyer e dalla stella Garanča
Anna Netrebko con Michele Pertusi (Brescia e Amisano, Teatro La Scala).

Brilla il mezzosoprano lettone Elīna Garanča, intermittente la prova di Anna Netrebko

Nella compagnia di canto, le cose migliori si sono sentite dalle due protagoniste femminili, e specialmente dal mezzosoprano lettone Elīna Garanča, che ha delineato un ritratto a tutto tondo del personaggio della principessa Eboli, causa del precipitare della vicenda dal lato sentimentale. La sua è stata una prova molto autorevole, ricca di sfumature sempre gestite al meglio grazie alla duttilità e alla forza di una voce capace di salire con naturalezza verso tessiture quasi sopranili (come nella Canzone del velo al primo atto) ma di assumere anche le inflessioni corposamente drammatiche necessarie alla sua scena conclusiva, O don fatale, risolta con tagliente forza espressiva. Quanto a Elisabetta di Valois, Anna Netrebko ne ha fornito per larga parte dell’opera un ritratto un po’ intermittente per incisività e concentrazione, secondo una linea di canto dai tempi talvolta allargati, proponendosi però al quarto atto – nella sua grande aria conclusiva – con una ricchezza di colori di limpida classe e di intrigante profondità musicale. Molto bene anche Luca Salsi, un marchese di Posa dalla fluente e appassionata cantabilità, gestita con dinamiche sempre eloquenti e fraseggio stilisticamente magistrale. Musicale è anche il tenore Francesco Meli, Don Carlo, che è risultato però talvolta forzato, poco equilibrato timbricamente nella zona alta della tessitura, propenso a una linea di canto piuttosto anodina. Del resto, così è la sfuggente personalità del suo personaggio, disperatamente protagonista di un amore impossibile, ma psicologicamente evanescente. Fra gli altri, da citare la sostanziale tenuta di Jongmin Park come Grande Inquisitore (assunta dopo il forfait dell’ultima ora del basso designato, Ain Anger), parte che richiederebbe forse maggiore corpo nella zona grave della tessitura ma è stata risolta con una cantabilità non frequente da ascoltare. Park ha sostenuto anche la parte del frate che compare nel primo atto, mentre quello che appare alla fine e che viene scambiato per l’imperatore Carlo V ha avuto la voce di Huanhong Li. Bene anche Elisa Verzier nei panni gentili del paggio Tebaldo. Il coro istruito da Alberto Malazzi si è proposto con attenzione ed equilibrio, chiamato com’era anche a vari interventi fuori scena.

Alla Scala un Don Carlo senza tensione politica, animato solo dalle due uscite di Meyer e dalla stella Garanča
Elina Garanca nel ruolo della principessa Eboli (Brescia e Amisano, Teatro La Scala).

Chailly ha proposto una lettura quasi sempre di nitida poesia sentimentale e di interiore forza drammatica

Dal podio, Riccardo Chailly ha proposto di Don Carlo una lettura quasi sempre di nitida poesia sentimentale e di interiore forza drammatica, caratterizzata dalla indubbia attenzione stilistica per una partitura multiforme ed espressivamente cangiante, solo talvolta incline a una linea espressiva più generica, specialmente nelle scene a più voci. Notevole l’articolato risalto strumentale fornito dall’orchestra della Scala. E si parla di uno degli elementi decisivi, dal forte impatto drammaturgico, della partitura verdiana. Lluís Pasqual ha firmato una regia di impianto molto tradizionale, una sorta di accurato reperto nello stile di certi non rimpianti spettacoloni Anni 90, votato a costruire immagini pittoriche (specialmente grazie agli eleganti costumi secenteschi nello stile di Velázquez, firmati da Franca Squarciapino), ma inevitabilmente statico, e in sostanza del tutto generico.

Alla Scala un Don Carlo senza tensione politica, animato solo dalle due uscite di Meyer e dalla stella Garanča
Francesco Meli-Don Carlo con Luca Salsi-marchese di Posa (Brescia e Amisano, Teatro La Scala).

Dissensi per la regia di Pasqual in cui la valenza politica dell’opera resta un elemento decorativo

La linea interpretativa più evidente è parsa quella della sottolineatura melodrammatica dei contrasti sentimentali fra i personaggi, affidata a una gestualità manierata nei grandi spazi deserti, mentre la forte valenza politica dell’opera è rimasta quasi sempre sottotraccia. Il peso soffocante del potere, l’oppressione sanguinaria dei popoli in lotta per la libertà e l’oscurantismo delle istituzioni religiosi, nella regia di Pasqual sono infatti rimasti elementi al più decorativi anch’essi, mai trattati con qualche sottigliezza di narrazione o evidenza di interpretazione. Né ha avuto una funzione risolutiva il pesante impianto scenografico ideato da Daniel Blanco fatto di cancellate altissime, grate ferrigne, una torre centrale dalla struttura metallica completata da pannelli di alabastro, variamente scomponibile per consentire passaggi di scena e di situazione. Visivamente il clou si è avuto nella scena dell’autodafé alla fine del secondo atto, quando il re Filippo II è comparso dentro a un monumentale “retablo” dorato che richiamava quello della cattedrale di Siviglia. I condannati a morte dall’Inquisizione, seminudi e insanguinati, la testa incappucciata e cappio al collo, sono stati gettati in uno spazio vuoto sotto la scena. Nel buio quasi costante, insomma (luci di Pascal Mérat), qualche trovata fine a se stessa, molta Spagna del Siglo de Oro ma nessun approfondimento rispetto ai temi “ideologici”, intrisi di un totalizzante pessimismo, che secondo l’unanime giudizio di storici e musicologi sono fondamentali in questo capolavoro complesso e affascinante. Alla fine, una dozzina di minuti di applausi, vivi specialmente per Garanča, Netrebko e Salsi. Dissensi per il regista. Quanto alla diretta tv, assolto con il regista Pedro Almodovar e l’attore francese Louis Garrel il momento star system, sono rimaste le chiacchiere di Vespa e Carlucci, sempre e solo tese a esaltare quel che stava accadendo, e una dignitosa scena esplicatoria affidata a Neri Marcorè. Ridotto al minimo l’apporto critico e analitico.

Ascolti flop: con una media di 1 milione e 411 mila spettatori il risultato è inferiore persino a quello del Boris del 2022

Quanto agli ascolti, con una media di 1 milione 411 mila spettatori il risultato è inferiore perfino a quello già basso del Boris dell’anno scorso che aveva fatto poco meno di 1,5 milioni. E inferiore pure lo share: dal 9,1 all’8,4 per cento. L’anno scorso si osservava, comparando i dati degli ultimi anni, che solo la diarchia Verdi-Puccini pare funzionare in tv e che Musorgskij è troppo complesso. Evidentemente anche Verdi comincia ad avere i suoi problemi di audience. Sta di fatto che la soglia minima dei 2 milioni di telespettatori per l’inaugurazione della Scala da qualche anno è una chimera. Lo spettacolo è liberamente visibile on demand su Raiplay per 15 giorni.