La fotografia del lavoro in Italia per il Primo Maggio

Disoccupazione in calo, ma un Paese ancora a due velocità. Morti bianche in aumento. E 210 mila posti a rischio nelle 128 vertenze aperte. Lo scenario.

01 Maggio 2019 07.00
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Primo maggio, dal 1890 è la festa delle lavoratrici e dei lavoratori. C'è ancora spazio per le lotte comuni nell'era dell'impiego a singhiozzo, vissuto come esperienza individuale e privata?

I protagonisti oggi sono più anziani che giovani, in cassa integrazione, spesso part time controvoglia o a chiamata, con poche sicurezze. Ecco una radiografia parziale attraverso i numeri italiani. A partire da chi un lavoro non ce l'ha, da chi muore – o resta ferito – durante l'orario di servizio e delle maxi vertenze sindacali italiane con centinaia e centinaia di posti a rischio. E all'orizzonte l'ombra dei robot pronti a sostituire braccia e cervelli.

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DISOCCUPAZIONE IN CALO

Una ventata di ottimismo arriva dai dati Istat diffusi il 30 aprile. A marzo gli occupati in Italia erano 23.291.000 con una crescita di 60 mila unità su febbraio, sfiorando i massimi registrati a maggio 2018 (23.326.000). Il tasso di occupazione ha raggiunto il 58,9%, ai massimi da aprile 2008 (58,9%). Rispetto ai minimi di occupazione registrati con la crisi economica (22.142.000 unità a gennaio 2014) si sono recuperati oltre 1,1 milioni di posti. È cambiata anche la composizione degli occupati. Per le donne si registrano 443 mila occupate in più rispetto ad aprile 2008 mentre per gli uomini si segnano 480 mila occupati in meno. Sempre a marzo, il tasso di disoccupazione è diminuito di 0,4 punti rispetto al mese precedente, arrivando al 10,2%. Le persone in cerca di occupazione sono 2.641.000 con un calo di 96 mila unità su febbraio 2019 e di 208 mila su marzo 2018. Si è ridotto anche il tasso di disoccupazione giovanile (tra le persone tra i 15 e i 24 anni): a marzo 2019 è sceso al 30,2%, il dato minimo da ottobre 2011.

UN'ITALIA ANCORA A DUE VELOCITÀ

Vero è che l'Italia viaggia ancora a due velocità: a Nord più occupazione e il Sud resta in coda. La maglia rosa resta alla provincia autonoma di Bolzano dove la disoccupazione nel 2018 si è fermata al 2,9%. Un dato ben più basso rispetto alla media nazionale. In fondo alla classifica la Calabria (al 21,6% dal 2017), la Sicilia (al 21,5% dal 2017) e la Campania (con un micro miglioramento dal 20,9% al 20,4%). Qualche sollievo in Puglia (16,1%), e in Sardegna (15,4%): secondo il quadro Eurostat le cinque regioni sono tra le trenta di disagiate d'Europa. Ben più alti, poi, i tassi di disoccupazione giovanile: praticamente lavora meno di uno su due in Campania e Sicilia (entrambe al 53,6%) e Calabria (al 52,7%).

MORTI SUL LAVORO, STRAGE SENZA FINE

Caduti dal trattore o dall'impalcatura, investiti, colpiti alla testa e schiacchiati: le cronache degli incidenti sul lavoro hanno spesso lo stesso schema. E sono in aumento, costante. Da inizio anno 206 persone hanno perso la vita sul luogo di lavoro. Nel 2018, secondo il report Inail, gli infortuni mortali sono stati più di tre al giorno, considerando l'anno solare: 1.133 (su 641.261 casi). Un dato impressionante e in aumento rispetto al 2017: 104 decessi in più, circa il 10%. Cresciuti anche gli incidenti in itinere, ossia lungo il tragitto per raggiungere il posto di lavoro: passati da 95.849 a 98.518 (più 2,8%). E di lavoro ci si ammala, ancora e di più: dopo la diminuzione in controtendenza del 2017. Circa 60 mila le denunce nel 2018: sono arrivate soprattutto dall'Industria e servizi (+2,8%) e in agricoltura (+1,8%), calo invece per gli statali del 5,1%. Oltre un terzo dei casi denunciati (1.341) si concentra nel Centro Italia.

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LE MAXI VERTENZE APERTE: 210 MILA LAVORATORI COINVOLTI

Industrie pesanti, manifatturiere e servizi: le vertenze sindacali con posti in bilico (o che necessitano del sostegno degli ammortizzatori sociali) sono più di 100. A inizio anno erano esattamente 128 per 210 mila lavoratori diretti: tutte al vaglio del ministero del Lavoro guidato dal leader del M5s, Luigi Di Maio. Per il settore siderurgico c'è l'Ilva, prima quarto produttore europeo d'alluminio, ora continua a produrre ma attende il rilancio. L'impresa della famiglia Riva dal 2015 è in amministrazione straordinaria, poi della cordata Am Investco Italy (gruppo Marcegaglia e Arcelor Mital). A Taranto l'impianto principale: lo scorso anno a settembre la firma all'accordo con lo slogan "zero licenziamenti": oggi i lavoratori decimati – sono 1.775, dai 14 mila del 2016 – denunciano silenzio e abbandono. Sempre aperta la questione ambientale e il rischio salute pubblica. Oltre alla questione tumori: secondo l'Osservatorio nazionale amianto un lavoratore Ilva può ammalarsi il 500% in più rispetto a un abitante.

IL NODO ALITALIA

Ma non c'è solo Taranto. In Sardegna le industrie sono ferme o in attesa di rilancio perenne. Soprattutto il polo del Sulcis tra ex Alcoa ed Eurallumina (filiera dell'alluminio) in ballo ci sono quasi 2 mila posti. A cui si aggiunge la bomba del Porto canale di Cagliari, di fatto vuoto: vi lavorano in 700, incluso l'indotto. E poi i casi eclatanti come Termini Imerese, in Sicilia, che coivolge 1.000 lavoratori. Una vertenza lunga otto anni, durante i quali nessuno è riuscito a fare ripartire lo stabilimento che la Fiat decise di chiudere nel dicembre del 2009 e che abbandonò due anni dopo. Da allora le tante ipotesi di rilancio si sono dissolte tra scandali e inchieste giudiziarie che hanno coinvolto alcuni dei gruppi che in questi anni si sono fatti avanti, ultimo la Blutec i cui vertici sono indagati per malversazione ai danni dello Stato con l'accusa di avere distratto 16 milioni di finanziamenti pubblici erogati attraverso Invitalia. In Toscana c'è la Bekaert, la multinazionale belga che produceva fili d'acciaio ha mollato tutto per delocalizzare: dei 240 dipendenti ne saranno ricollocati 80. Sul fronte trasporti la vertenza delle vertenze: quella dell'ex compagnia di bandiera, Alitalia. A caccia di nuovi soci, vola grazie a un prestito ponte da 900 milioni di euro ed è pronta a tornare sotto l'ala del Tesoro con i suoi 12.700 dipendenti al 2017. Una maxi operazione su cui vigila l'Ue. E intanto i sindacati hanno proclamato una giornata di sciopero per il 21 maggio.

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LA PROTESTA DEI RIDER

E poi ci sono loro i rider, lavoratori simbolo della gig Economy, l'economia dei lavoretti su cui però campano centinaia di persone. Gli annunci di Luigi Di Maio – l'ultimo il 28 aprile – «La norma sui rider è pronta. Sarà inserita nella legge sul salario minimo che è in discussione in questi giorni al Senato», ha scritto su Facebook il vicepremier M5s – non convincono più. Dopo gli scioperi a Milano e Bologna e la pubblicazione dei vip che non concedono la mancia, il primo maggio i fattorini del food delivery hanno annunciato una mobilitazione. Secondo la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti «non è più rinviabile la definizione di regole attraverso le quali migliorare la qualità del lavoro dei ciclofattorini, assicurando loro un salario giusto, il diritto alla malattia, alle ferie, al riposo, le tutele previdenziali e contro gli infortuni, i diritti alla privacy e alla trasparenza nell'uso degli algoritmi». Per il sindacato «la via principale per regolare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro è quella di rimandare ai Ccnl, a partire da quello della logistica. Eventuali norme legislative, che ampliano le tutele per i lavoratori dell'economia digitale, dovrebbero impedire sfruttamento, lavoro a cottimo e contrastare l'assenza delle più minime tutele, pratiche purtroppo molto diffuse».

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