Privacy digitale addio

Fabio Chiusi
28/09/2010

Obama vuole controllare Facebook e Skype. E in Italia?

Privacy digitale addio

Negli Stati Uniti l’amministrazione Obama pianifica, per il prossimo anno, una legge che consenta, se necessario a fini di contrasto del terrorismo, di intercettare le conversazioni che avvengono su siti di social networking come Facebook e tramite software peer-to-peer, per esempio Skype.
La mossa, scrive il New York Times, potrebbe rappresentare un esempio per il resto del mondo, dato che sono molti i paesi costretti ad affrontare il tema della sicurezza.
La prospettiva di una adozione del governo italiano è tutt’altro che fantascientifica, dato che le proposte avanzate negli ultimi anni hanno rivelato chiaramente un atteggiamento di sospetto, quando non di allarme, nei confronti dei pericoli potenzialmente provenienti dall’uso di internet.
Quali conseguenze si produrrebbero se ciò accadesse? Lettera43 ha deciso di chiederlo ad alcuni tra i maggiori esperti italiani di internet e reti sociali. Queste le loro risposte.

Luca Bolognini, giurista, presidente dell’Istituto italiano per la privacy e co-autore del volume Next Privacy, il futuro dei nostri dati nell’era digitale: «In Italia vige già l’obbligo per i provider di comunicazioni elettroniche, e dunque anche per i messaggi via social network, di conservare per 12 mesi i dati di traffico telematico per scopi di repressione dei reati. Inoltre, sempre in Italia un magistrato può già ordinare intercettazioni telematiche per certi delitti e in presenza di gravi indizi. E già si eccede, a mio avviso. Se il tutto si spostasse, qui sta la sostanza, addirittura a conferire gli stessi poteri stabilmente a favore del potere esecutivo o di terzi con accordi tra governo e imprese di comunicazione private (con la scusa di una straordinaria minaccia terroristica o, peggio, operando a strascico anche per contrastare a priori illeciti minori come la pirateria) saremmo uno Stato di polizia. La democrazia, preoccupata di soccombere al terrorismo, si trasformerebbe in dittatura della “dataveglianza”. Est modus in rebus, e quella sarebbe una sicurezza smodata».

Sergio Maistrello, giornalista, coordinatore editoriale di Apogeonline e autore di Giornalismo e nuovi media: «Da sempre sostengo che sia inutile procedere con leggi di questo tipo, indirizzerei semmai gli sforzi nella divulgazione concreta di una sana cultura digitale, che elevi la comprensione delle opportunità e la responsabilità individuale che internet richiede. Quanto all’antiterrorismo, noi ancora paghiamo gli effetti di provvedimenti temporanei presi nei primi anni del Duemila e perpetuati nel tempo da governi di ogni colore. La legge Pisanu, per esempio, con i suoi vincoli in fatto di identificazione degli utenti ha fatto perdere all’Italia diversi treni sul fronte della diffusione del WiFi. E se i danni sono quantificabili, i benefici in fatto di lotta al terrorismo sono ignoti ma apparentemente poco significativi. Ho l’impressione, insomma, che i terroristi siano già passati a un altro livello di comunicazione e a pagare le norme di presunta sicurezza siano soltanto i comuni cittadini. Su questo in Italia non è mai stato possibile avviare un dialogo concreto, libero dai condizionamenti ideologici e dai danni della disinformazione».

Vittorio Zambardino,giornalista, autore del blog Scene digitali e, insieme a Massimo Russo, del volume Eretici Digitali: «Terroristi e criminali si servono del peer-to-peer, ok. Il “gioco” è questo. Ma c’è un altro gioco: quello delle “agenzie” governative che piegano le leggi ai loro scopi, una sorta di deriva della spia. E questo è un rischio americano che in Italia si eleva a potenza. Ma da noi prevarrebbe un doppio standard. Per il telefono mille lacci e lacciuoli come da decreto, sul web invece intercettazioni a man salva, altro che deriva della spia. Del resto l’ultima volta che si sono occupati di web e terrorismo hanno prodotto il decreto Pisanu. Cosa aspettarsi, se non il peggio?»

Guido Scorza,avvocato, docente universitario e presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione: «Se, come sembra di capire accadrà negli Usa, in Italia si ipotizzasse di rendere intercettabili attraverso idonei accorgimenti tecnici le comunicazioni elettroniche che avvengono via Skype o via Facebook in conformità alle stesse regole che, oggi, governano le intercettazioni telefoniche ed ambientali, non credo ci sarebbe molto da preoccuparsi: si tratterebbe di un naturale processo di normalizzazione delle cose della rete e di un adeguamento delle regole alle nuove dinamiche della comunicazione. Che senso avrebbe continuare a disciplinare le intercettazioni telefoniche e ambientali in un mondo che, ormai, parla prevalentemente online? Sempre che l’intercettazione resti l’eccezione rispetto alla regola della segretezza della corrispondenza e che essa non presupponga la conservazione da parte di soggetti privati dei contenuti delle comunicazioni elettroniche degli utenti ma solo l’acquisizione di tali contenuti, in modalità contestuale, e direttamente dalle forze dell’ordine».

Stefano Quintarelli, informatico, blogger ed ex presidente dell’Associazione italiana internet provider: «L’idea statunitense è inefficace per combattere i criminali. L’unico modo per renderla applicabile sarebbe rendere impossibile installare sul proprio terminale programmi di crittografia robusta. E l’unico modo per fare sì che ciò accada sarebbe proibire di programmare: no way. Con un provvedimento di questo genere si decrittano le comunicazioni di chi non cerca di occultarsi. L’utilità è discutibile, a dir poco».