Carlo Terzano

Cosa accade in caso di procedura di infrazione

Cosa accade in caso di procedura di infrazione

La Commissione Ue potrebbe chiedere l’apertura del fascicolo su cui dovrà esprimersi l’Ecofin il 9 luglio. Il punto sulle richieste di Bruxelles, le possibili sanzioni e le tempistiche.

30 Giugno 2019 18.00

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La procedura di infrazione – anche se in realtà tecnicamente si tratta di procedura per debito – nei confronti dell’Italia, pende sulle nostre teste. Per ora si cerca di prendere tempo. La Commissione Ue ha rinviato la riunione del Collegio dei commissari prevista per il 2 luglio in cui si sarebbe discussa l’eventuale apertura del fascicolo. La decisione comunque vada sarà presa dall’Ecofin che si riunirà il 9 luglio. Entro quella data il governo Conte dovrà convincere Bruxelles a fermarsi. O prendere ulteriore tempo. Ma quali sono gli scenari possibili?

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LA MANOVRA CORRETTIVA O LEGGE DI ASSESTAMENTO

Bruxelles non sembra voler arrivare allo scontro: preferirebbe che il nostro governo mettesse mano a una manovra correttiva. È Roma – con Matteo Salvini in testa – che sembra restia a collaborare. Resta per questo una incognita la legge di assestamento, nuovo nome della vecchia manovrina emergenziale per correggere la traiettoria del Paese in vista della finanziaria di fine anno.

Giovanni Tria, ministro dell’Economia.

LE NOSTRE VIOLAZIONI

«Non vedo ostacoli per un accordo con Bruxelles», ha detto in più occasioni Tria. Mentre il premier Giuseppe Conte, seppur ottimista, ha accennato a un negoziato difficile. Il vero problema è che sotto la lente di Bruxelles ci sono più annate. La violazione del criterio del debito riguarda sia il 2018 sia l’anno in corso (133,7% del Pil). Anche per il 2020 non c’è poi da stare allegri dato che la Commissione prevede un ulteriore aummento a quota 135,2%. Quanto al deficit dovrebbe arrivare al 2,5% nel 2019 e al 3,5% nel 2020, con lo sforamento di mezzo punto percentuale sulla soglia massima del 3% imposta dai Trattati. Sul piatto, dunque, l’Italia dovrà mettere più di qualche miliardo (si parlava di un ritocco della spesa per quota 100 e reddito di cittadinanza) ma serve anche la rassicurazione – politica e tangibile – di volere cambiare rotta.

I DESIDERATA DI BRUXELLES

Bruxelles vuole che il nostro Paese si impegni ad attuare una riduzione della spesa pubblica dello 0,1% nel 2020, con un aggiustamento strutturale (quindi non con misure una tantum) dei nostri conti pari allo 0,6% del Pil. Sarebbe necessario stringere stabilmente i cordoni della borsa per risparmiare un importo complessivo di circa 10 miliardi. Una richiesta che si pone in netto contrasto con le politiche della maggioranza, che promette nell’immediato robusti tagli delle tasse.

Da sinistra, Pierre Moscovici, Jean-Claude Juncker, Giuseppe Conte, Giovanni Tria e Valdis Dombrovskis.

LA PARTITA POLITICA DELL’ECOFIN

Quella del 9 luglio all’Ecofin sarà una partita squisitamente politica. Ecco perché, mentre i due vicepremier litigano sul contenuto della prossima finanziaria (Salvini vuole la Flat tax, Di Maio la combo salario minimo più taglio del cuneo fiscale), il Colle e il presidente del Consiglio stanno apparecchiando silenziosamente la tavola per la partita cruciale. Bisognerà dialogare con gli altri Paesi, tessere alleanze, mercanteggiare il nostro appoggio nelle votazioni per le posizioni aperte nelle istituzioni comunitarie. Ma, soprattutto, occorrerà dimostrare che Conte ha il pieno mandato a trattare e non sarà sconfessato dai suoi vice appena rimesso piede a Roma. Contro di noi non solo i rigoristi del Nord Europa ma anche i sovranisti del blocco orientale tanto cari a Salvini. Per ciò che concerne il prossimo futuro, la strada è già scritta nei Trattati.

LA SPERANZA DI UN RINVIO ALL’AUTUNNO

L’Italia in caso di procedura di infrazione avrebbe sei mesi (questo solitamente è il termine) per adempiere ai propri obblighi così come stabilito dal trattato sul funzionamento dell’Ue. Ma il governo italiano potrebbe tentare il rinvio di ogni decisione dopo la pausa estiva, così da guadagnare altro tempo utile a mettere d’accordo Lega e M5s a reperire le risorse per rabbonire l’Europa.

Palazzo Berlaymont sede della Commissione Ue.

IL DEPOSITO DI GARANZIA

La Commissione potrebbe chiedere al Paese inadempiente un deposito infruttifero pari al massimo allo 0,2% di Pil (3,6 miliardi). Qui la palla passa ancora all’Ecofin che ha il potere di aumentare o ridurre la somma richiesta (sempre nel massimo dello 0,2) e pure di rigettarla. Rappresenta, di per sé, la sfiducia delle istituzioni europee nei confronti della nazione cui vengono tirate le orecchie. Oltre a incrinare il dialogo tra le parti, una misura simile rischierebbe di alimentare fughe di capitali, il panico sui mercati e l’immancabile aumento dello spread.

A QUALI SANZIONI ANDIAMO INCONTRO

Sempre prendendo in considerazione l’opzione peggiore, ovvero un mancato rientro in carreggiata del debito italiano (ma in realtà si valutano anche l’impegno e gli sforzi del Paese oltre il risultato effettivo), l’Ecofin (votano solo i rappresentanti dei Paesi dell’Area euro) ha il potere di fare scattare sanzioni vere e proprie che vanno dal chiedere che lo Stato membro interessato pubblichi informazioni supplementari, specificate dal Consiglio, prima dell‘emissione di obbligazioni o altri titoli all’invitare la Banca europea per gli investimenti a riconsiderare la sua politica di prestiti. Si parla di una cifra attorno i 12 miliardi annui. Se si considera che ogni 6 euro investiti nel Vecchio continente dalla Bei uno è destinato all’Italia, il congelamento di quei fondi potrebbe ripercuotersi sull’intero sistema economico italiano, già sofferente proprio per mancanza di investimenti. Inoltre, possono essere inflitte ammende fino allo 0,5% del Pil. Delle decisioni adottate viene informato il parlamento europeo.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio.

IL DIALOGO RESTA COMUNQUE APERTO

La procedura, insomma, è lunga e complessa. Ma non costituisce un vero giudizio dal sapore inquisitore perché permette allo Stato inadempiente di continuare il dialogo con le istituzioni europee le quali possono, in ogni momento, alleggerire o peggiorare la nostra posizione. E l’Europa, soprattutto in questo periodo storico di debolezza politica, non ha alcun interesse a inasprire i rapporti con l’Italia. Molto, insomma, dipenderà dalla strategia politica che il governo intenderà attuare: appare evidente che una prova muscolare con Bruxelles non potrà essere foriera di risultati positivi. Anche perché, mentre l’Italia sarà osservata speciale, sarà più esposta alle bordate degli speculatori e all’aumentare dello spread aumenterà inevitabilmente anche l‘instabilità politica. Nemmeno al governo gialloverde, insomma, conviene mostrare i denti all’Europa. Almeno se è davvero intenzionato a durare.

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