Francesca Buonfiglioli

Procura di Trani, tra inchieste mediatiche e flop

Procura di Trani, tra inchieste mediatiche e flop

06 Maggio 2016 11.33
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Trani a go go. 
La procura pugliese è tornata all’attacco, indagando cinque ex manager tedeschi di Deutsche Bank per manipolazione di mercato: nel mirino la vendita di circa 7 miliardi di euro di titoli di Stato italiani nei primi sei mesi del 2011.
A Renato Brunetta non è parso vero e, fedele al solito garantismo ad personam, ha cominciato a twittare in modo sincopato al grido di #avevamoragionenoi. L’indagine, insomma, dimostrerebbe agli occhi dell’ex ministro e falchetto forzista il #complotto contro il governo #Berlusconi.
Bene, ma perché il fascicolo contro Deutsche Bank è stato aperto proprio a Trani?
QUESTIONE DI COMPETENZA. Domanda lecita, anche se la procura non è certo nuova a critiche sulla competenza. Lo si era visto nel caso Mps, nel febbraio 2013, nella quale Trani si tuffò tra Roma e Siena. E sul quale intervenne anche Edmondo Bruti Liberati: «Sembra che la regola della competenza territoriale sia un optional», sbottò l’allora al vertice dell’Anm
Questa volte anticipando le polemiche il pm Michele Ruggiero, a quanto si sa, si è fatto scudo dell’articolo 10 del Codice di procedura penale.
Secondo questa norma, in caso di reato commesso interamente all’estero da soggetti stranieri residenti all’estero, la competenza è del pm che per primo ha iscritto la notizia di reato.
Dunque Trani ha battuto tutti per lo meno in velocità.

La guerra di Ruggiero al rating

Procedura penale a parte, i pm pugliesi avevano già affrontato il nodo complotto.
Nel 2012 venne chiesto il rinvio a giudizio dei vertici di Standard & Poor’s e di Fitch nell’ambito dell’inchiesta sulle condotte illecite delle agenzie di rating.
Per vederci chiaro, un anno prima il procuratore Carlo Maria Capristo, ora a Taranto, si era spinto più in là, addirittura Oltreoceano chiedendo di visionare il rapporto che il presidente Usa Barack Obama aveva inviato al dipartimento di Giustizia per confutare il declassamento del debito sovrano statunitense deciso da Standard & Poor’s.
«NOI PAESINO DELL’OKLAHOMA?». Capristo ha sempre difeso il lavoro della sua Procura e la serietà dell’inchiesta. «In una intercettazione telefonica», disse, «ci hanno definito come un piccolo paese dell’Oklahoma. A loro rispondo con la massima serenità che la nostra inchiesta è stata condotta con scrupolosità, senza speculazioni mediatiche e politiche e con la piena collaborazione di istituzioni nazionali e mondiali».
La passione di Trani e del pm Ruggiero per l’alta finanza è nota: di qui sono passate Banca 121 (che vide indagato e poi prosciolto Antonio Fazio), America Express, le tre principali agenzie di rating, il vero nemico da smascherare.
«Queste agenzie non sono state ancora registrate presso le autorità europee», ha detto più volte Ruggiero. «Insomma, circolano con un foglio rosa. Noi dobbiamo capire se hanno i requisiti per fare rating».
Non solo: Trani si scagliò contro alcuni dirigenti e funzionari di Bankitalia e Tesoro indagati per concorso in usura con Bnl, Unicredit, Mps e Popolare di Bari.
LA VICINANZA CON ADUSBEF. Inchiesta nata da un esposto dell’Adusbef di Elio Lannutti, amico stretto di Ruggiero. Che nella sua battaglia contro l’impero del rating è sostenuto anche dal deputato dem pugliese Francesco Boccia.
La Procura coraggiosa non si ferma di fronte a nulla: tra i testimoni chiamati gli ex ministri Giulio Tremonti, Franco Frattini, Maurizio Sacconi. Ma anche l’ex premier Romano Prodi e Mario Draghi quando ancora risiedeva in via Nazionale. E gli allora banchieri Corrado Passera, ex amministratore delegato di Banca Intesa, e Giuseppe Mussari, numero uno di Monte dei.
Insomma non ci si fa intimidire da cariche e potere. E la piccola cittadina del meridione d’Italia per questo è diventata anche la capitale della riscossa no-global contro i responsabili della grande crisi.

Nel mirino delle toghe pure i vaccini

Ma Trani non è passata alla cronaca solo per essere un Davide contro il Golia dell’alta finanza internazionale.
Nel 2013 a finire nel mirino di Ruggiero sono stati i vaccini trivalenti.
LA DENUNCIA DI DUE GENITORI. La procura ha aperto una indagine contro ignoti per «lesioni colpose gravissime», dopo la denuncia presentata dai genitori di due bambini a cui era stata diagnosticata una «sindrome autistica a insorgenza post-vaccinale».
Insomma, si lavora per cercare un nesso causale tra vaccino, autismo e diabete. Con tanto di mappatura dei casi di autismo insorti dopo la vaccinazione in un arco di cinque anni.
Indagine che ha causato nella sola Puglia un calo del 5% dei vaccinati e portata avanti nonostante l’Organizzazione mondiale della Sanità abbia sempre negato tale correlazione.
IL COLPO DEL TRANIGATE. Ma la vera bombetta esplose nel 2010 e questa volta Berlusconi non era certo vittima, ma carnefice. L’allora premier era accusato di aver ordito e ordinato la chiusura di AnnoZero di Michele Santoro.
Il Tranigate, così è passato alla storia, vide la pubblicazione delle intercettazioni in cui il Cav faceva pressioni attraverso Giancarlo Innocenzi, commissario Agcom, Augusto Minzolini e Mauro Masi, allora allora direttore di RaiUno e dg della Rai, per eliminare l’odiato Santoro. 
Per chi avesse perso la memoria, basta ricordare quel «nemmeno nello Zimbabwe» è possibile agire così dell’ex direttore generale e l’appellativo di «direttorissimo» affibbiato da Silvio al fidato Augusto.
Le indagini erano partite dalla Guardia di finanza di Bari, ma i magistrati di Trani furono rapidissimi anche in quel caso a intestarsi il fascicolo.
GUAI PER IL SOSTITUTO. Peccato però che Ruggiero finì poi sotto processo disciplinare davanti al Csm, mentre l’inchiesta fu nel frattempo trasmessa a Roma dove venne archiviata tre anni dopo.
Va detto, tuttavia, che gli ispettori inviati dal ministro della Giustizia Angelino Alfano non ravvisarono né violazione della competenza territoriale né un uso di intercettazioni a strascico. E Ruggiero rispose solo per la mancata informazione al procuratore Capristo.
LA BUFALA DELL’ATTENTATO A FINI. Sempre nel 2010 venne aperta un’indagine conoscitiva, senza ipotesi di reato, su un ipotetico attentato a Ginfranco Fini. A darne notizia un editoriale di Maurizio Belpietro, secondo cui l’allora presidente della Camera sarebbe stato ferito durante una visita istituzionale ad Andria.
Su Libero il direttore non lesinò dettagli e particolari. Scrisse infatti che il mandante «si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200 mila euro». Comprensivi «dell’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini a Berlusconi, così da far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio».
L’operazione poi doveva «scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito».
Nessun attentato, per fortuna. Ma una condanna a Belpietro per procurato allarme. In realtà si scoprì che la sua gola profonda era un imprenditore di Andria che si era inventato la bufala dell’attentato solo per vedere se il quotidiano ci sarebbe cascato. Scommessa vinta.
Una cosa è certa: quando c’è un complotto, ordito o subito (meglio se dalla Finanza internazionale) le toghe di Trani non si tirano indietro. Mai.
 

Twitter: @franzic76

 

 

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