La macchina della propaganda cinese è attiva anche in Italia

Sempre più fazioni politiche e siti d'informazione si prestano a fare da megafono alle "verità" del regime. Riscrivendo la storia e ignorando cosa significa per i cinesi avere il Pcc al potere da quasi un secolo.

12 Luglio 2019 15.42
Like me!

Si sa che ormai le notizie non ce le andiamo a cercare. Ci pensa il solerte algoritmo in azione sui nostri telefonini a servircele su un piatto d’argento: pronte, accuratamente selezionate in base alle nostre preferenze e ai nostri gusti (che ci vengono “rubati” a nostra insaputa mentre navighiamo, ma tant’è, la privacy ormai è solo un concetto astratto).

Così, siccome com’è noto io da anni mi occupo di Asia e di Cina in particolare, l’algoritmo che spia le mie ricerche e le mie attività online mi fa trovare snocciolate puntualmente un sacco di notizie sull’Asia e sulla Cina in particolare. E in questo caso devo dire: «Grazie algoritmo! Per quanto freddo, impersonale, impiccione e decisamente inquietante tu possa essere, grazie a te negli ultimi tempi ho potuto rendermi conto di una cosa che mi ha prima incuriosito, poi stupito, ora decisamente scandalizzato». Mi riferisco alla macchina della propaganda pro-Cina, che nel tempo ha alzato decisamente la testa, facendo decisivi salti di qualità in termini di estensione, pervasività e puntualità. Anche in italiano. E questa è la vera novità.

AMO LA CINA E I CINESI, NON IL LORO PARTITO COMUNISTA TOTALITARIO

Sono uno all’antica. Ho trascorso quasi un quarto di secolo scrivendo di e dalla Cina. Considero Hong Kong, dove ho vissuto per decenni, la mia seconda casa (a volte la prima…). Mia figlia è nata lì, e alla nascita gli è stato dato anche un nome cinese, che tradotto significa “Rosa profumata”. Ho maturato un amore sconfinato per i cinesi, per il popolo cinese, per la Cina come grande Nazione, che ha attraversato nella sua storia momenti difficili, a volte terribili, costretta spesso a subire dure umiliazioni dalle cosiddette potenze occidentali.

Il Partito comunista cinese da quasi un secolo governa indisturbato, assolutista, totalitario e illiberale, censurando la stampa e internet, reprimendo il dissenso

Le Guerre dell’Oppio, i numerosi tentativi di umiliare la storia millenaria del Regno di Mezzo, la carestia, la fame fino agli orrori del cannibalismo che il disgraziato popolo cinese ha dovuto affrontare durante il maoismo, sono lì, come un ricordo indelebile, un monito perenne per noi occidentali, convinti di vivere nel centro del mondo. Amo il popolo cinese, come ho detto, ma non posso dire di amare allo stesso modo i loro governanti, e quel Partito comunista cinese, il Pcc, che ancora, dopo quasi un secolo, governa indisturbato, assolutista, totalitario e illiberale, censurando la stampa e internet, reprimendo il dissenso, applicando in modo massivo la pena di morte. Come se Mao fosse ancora tra loro e tra noi.

Foto LaPresse.

Mi rendo anche conto che, sull’altro piatto della bilancia, sta la constatazione, oggettiva, che il cosiddetto “modello cinese” in economia ha portato risultati reali, se non altro perché in Cina ha consentito di togliere dalla povertà negli ultimi 20 anni quasi 800 milioni persone. Ma tutto questo nella perpetuata assenza di libertà e democrazia. Sarò all’antica anche in questo, ma mi hanno educato e sono cresciuto nella granitica convinzione che la democrazia sia una valore non negoziabile: io non la baratterei neanche in cambio del raddoppio del Pil ogni anno!

QUEI PARAGONI TRA PECHINO E WASHINGTON

Per questo, di fronte all’aumentare, direi al dilagare di siti in italiano, che fanno da evidente megafono alla macchina della propaganda cinese e antioccidentale, sono rimasto molto colpito. Sono all’antica, come ho ripetuto, e sono rimasto ai tempi in cui l’opinione pubblica maggioritaria e la stampa libera avevano ben chiaro cosa fosse (e cosa continua a essere) il regime cinese.

Il paradosso: il modello cinese in economia è diventato bandiera della sinistra vetero comunista e dei sovranisti

L’evidente paradosso è che questo “modello cinese” economicamente funzionante ma non democratico, è diventato bandiera di una certa sinistra nostalgica vetero-comunista, che lo utilizza ormai apertamente nella forma di nuovo anti-americanismo, e al tempo stesso – paradosso dei paradossi – di quella deriva totalitaria, nazionalista e sovranista delle destre al potere, non solo quella di Matteo Salvini, ma anche quella di Vladimir Putin in Russia, di Viktor Orban in Ungheria e – contraddizione delle contraddizioni – persino dello stesso Donald Trump negli Usa!

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping (foto Fabio Cimaglia/LaPresse).

Così mi sono trovato ad essere per esempio ospite di trasmissioni televisive, in onda su reti “insospettabili”, dove colleghi entusiasti mi contrapponevano la loro convinzione che, in fondo, la Cina di oggi sia in realtà come l’America di una volta. Dimenticando, tanto per dire la prima che mi viene in mente, che in America si svolgono (ancora) libere elezioni, si eleggono liberamente un presidente e un governo, si tutelano i diritti di tutti, si può bruciare la bandiera e mandare a quel Paese anche Trump senza che ti arrestino. Tutte cose che in Cina continuano a essere pura fantascienza.

IN ITALIA TROPPI SEDICENTI ESPERTI DI TEMI ASIATICI SONO MALE INFORMATI

Con mio sconcerto e – diciamolo chiaro – indignazione, ho visto sul mio telefonino apparire traduzione letterali (e malfatte, peraltro) degli editoriali del Global Times, praticamente l’organo del Pcc, spacciati come “opinioni” di questo o quel sito dai nomi diciamo così “evocativi”: da Controinformazione fino a Complottisti e via titolando. Non so quanto animati dalla voglia di sostenere sempre e a tutti costi tesi “controcorrente” (nella speranza di accumulare link…) , o quanto semplicemente – lasciatemelo dire – male informati.

Da qualche anno ormai persino il meno informato tra i miei colleghi ha capito che questo sarà il secolo asiatico

Del resto dopo decenni di totale disinteresse da parte non solo della gente comune, ma in primis da parte della stampa italiana tutta, di ogni ordine e grado – mainstream, online o militante che fosse – riguardo alle vicende asiatiche e cinesi in particolare, da qualche anno ormai persino il meno informato tra i miei colleghi ha capito che questo sarà il secolo asiatico, anzi cinese, come ha titolato il suo bellissimo saggio, appena pubblicato anche in Italia, uno che di queste cose ne capisce davvero: Parag Khanna. Per questo gli “esperti”, spesso solo sedicenti tali, in politica, geopolitica e più spesso fanta-politica asiatica, spuntano da qualche tempo da noi più dei funghi.

QUEL REVISIONISMO SULLA STRAGE DI TIENANMEN

Mi sarei fermato qui oggi, a questa pacata disamina del progredire della macchina della propaganda di Pechino anche nel nostro Paese e della cecità di molti miei colleghi giornalisti sui fatti cinesi. Poi però, due settimane fa, all’avvicinarsi del trentennale della strage di Tienanmen, il solerte algoritmo mi ha “recapitato” alcune notizie che mi hanno fatto perdere qualsiasi proposito di moderatezza. Ho scoperto l’esistenza, anche attraverso siti italiani, di una folta deriva revisionista pro-Pechino che arriva a capovolgere la verità persino sull’episodio più crudele della storia cinese degli ultimi trent’anni, la strage di Tienanmen, appunto.

Mezzi blindiati dell’esercito cinese incendiati durante gli scontri in piazza Tienanmen (foto d’archivio Ansa).

Con autentico orrore ho visto sostenere che la verità sulla strage era solo un cumulo di falsità abilmente propagandate anche in Italia dalla stampa “asservita alle superpotenze occidentali” e – colmo della mia indignazione -, false fotografie (palesi fotomontaggi) che ritraevano poveri e inermi soldati dell’Armata Rossa del tempo, uccisi e torturati dai feroci manifestanti di Piazza Tienanmen… È stato troppo.

SUI TANTI MANIFESTANTI UCCISI ANCORA NESSUNA VERITÀ

Capisco che ormai c’è gente che nega l’olocausto e sostiene che la terra e piatta, ma a me questa cosa ha fatto male, molto male, lo devo ammettere. A me che ho ancora negli occhi la disperazione della professoressa Ding Zilin, che incontrai pochi anni dopo la strage, e che per decenni, ancora oggi, continua imperterrita a lottare affinchè quelle povere vittime, quegli inermi studenti che volevano solo democrazia e diritti– tra i quali il suo unico figlio, ucciso vicino a un aiuola di piazza Tienanmen quel giorno di 30 anni fa da una pallottola del Pla, l’Esercito cinese – abbiano finalmente giustizia e almeno Pechino si decida a dichiarare il numero reale e i nomi delle vittime, ancora oggi sconosciuti e nascosti dal governo cinese. Viviamo tempi oscuri, e dobbiamo ancora una volta constatare che quella diffusione orizzontale della conoscenza garantita da internet, invece che risvegliarci a una vera consapevolezza, ci sta inesorabilmente spingendo in quel «sonno della ragione» che, come nella famosa opera di Francisco Goya, «genera mostri».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *