Proprietà intellettuale e fisica, l’Italia non la tutela abbastanza

Francesco Curridori
03/08/2017

Secondo il rapporto Ipri il nostro Paese è 49esimo su 127 a distanza siderale da Nuova Zelanda, Paesi scandinavi e Svizzera. Ma senza innovare e proteggere il nostro tesoro, non si cresce.

Proprietà intellettuale e fisica, l’Italia non la tutela abbastanza

Diritti di proprietà, eterni sconosciuti. L’Italia, si sa, non è mai stata sotto un regime comunista ma non è nemmeno la patria del liberalismo. Eravamo e restiamo, da questo punto di vista, un Paese ibrido che riconosce la proprietà fisica e intellettuale ma non la tutela mai abbastanza, come si evince da una ricerca promossa dalla Property Rights Alliance, che riunisce varie organizzazioni e think tank internazionali.

PIÙ TUTELI, PIÙ CRESCI. Il risultato di questa ricerca è l’Ipri, International Property Rights Index, un indice che misura il grado di tutela della proprietà fisica e intellettuale di 127 Paesi che rappresentano il 98% del Pil e il 94% della popolazione mondiali. Si tratta di uno strumento utile per mettere a confronto il grado di tutela della proprietà con la capacità di ogni area geografica e di ogni Paese di produrre innovazione ed essere competitiva sul mercato globale. Dalla ricerca emerge che i Paesi più impegnati nella difesa e nella tutela della proprietà, sia fisica sia intellettuale, sono anche quelli che crescono maggiormente e che sono più competitivi e attenti all’innovazione.

ITALIA "ARRETRATA". In prima posizione troviamo la Nuova Zelanda, seguita dai Paesi scandinavi e dalla Svizzera. L’Italia, invece, è al 49esimo posto, molto lontana rispetto agli altri Stati membri del G20 come Canada, Germania, Stati Uniti, Francia, Giappone e Regno Unito. Nel corso dell’ultimo anno il nostro Paese ha guadagnato una sola posizione ma ne ha perse nove rispetto al 2014. Per la precisione il punteggio Ipri dell'Italia è aumentato di 0,32 fermandosi a 5,98, che tra l'altro ci posiziona al 18esimo posto nella regione dell'Europa occidentale sebbene rientriamo nei Paesi ad alto reddito.

Alla prima posizione si trova la Nuova Zelanda, seguita dai Paesi scandinavi e dalla Svizzera. L’Italia, invece, è al 49esimo posto, molto lontana rispetto agli altri Stati del G20

I punti deboli italiani si riscontrano soprattutto nel settore giudiziario dove il controllo della corruzione e l’indipendenza della giustizia fanno registrare un punteggio molto basso. Il valore del sistema giuridico e politico dell'Italia è aumentato soltanto di 0,05 arrivando complessivamente a 5,23 con punteggi di 4,72 in indipendenza giudiziaria, 5,5 in stato di diritto, 5,8 nella stabilità politica e 4,91 per il controllo della corruzione. «Questo indice dovrebbe servire alla politica per migliorare alcuni aspetti negativi sia dal punto di vista della governance sia dal punto di vista legislativo», osserva Giacomo Bandini, direttore generale di Competere, il think thank liberale che ha presentato i risultati di questa ricerca a Roma. «L’Italia», continua Bandini, «ottiene sempre pessimi risultati dal punto di vista dell’accesso al credito, della corruzione e dell’efficacia del sistema giuridico amministrativo. Questo inevitabilmente si ripercuote sulla capacità di fare innovazione e sulla tutela dei diritti che sono frutto della capacità di innovare, quelli che attengono alla proprietà intellettuale e fisica».

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L’indice dei diritti di proprietà fisica dell'Italia, invece, è aumentato di 0,72 registrando complessivamente un buon 5,91 con punteggi di 4,99 in diritti di proprietà, 9,46 nella proprietà di registrazione e 3,29 per la facilità di accesso ai prestiti. Al contrario nella protezione dei brevetti e nella facilità burocratica ad accedervi l’Italia è ai primi posti al mondo grazie anche all’introduzione di strumenti come il Patent Box, il sistema fiscale opzionale per i redditi derivanti dall’utilizzo dei diritti di proprietà intellettuale. Per quanto riguarda i diritti di proprietà intellettuale il dato dell’Italia è, infatti, aumentato di 0,2 passando 6,79 con punteggi di 5,55 nella protezione della proprietà intellettuale, 9,33 nella protezione del brevetto e 5,5 in quella del diritti d'autore. Secondo Pietro Paganini, presidente di Competere, però, «il Patent Box non ha portato grandi miglioramenti nel quadro normativo italiano. È stato adottato un approccio incoerente che ha finito solamente per moltiplicare gli oneri di coloro che avrebbero voluto beneficiare del sistema».

In Italia il Patent box ha determinato una riduzione delle entrate fiscali, anziché accrescere le entrate tassabili, e ciò ha generato diffidenza verso le autorità tributarie.

Non è dello stesso avviso Cesare Galli dell’Istituto Bruno Leoni. Per cominciare va ricordato che il Patent box italiano, a discapito del suo nome, si applica non solo ai brevetti e al know-how, ma anche, almeno in parte, al diritto d'autore e che «il ministero dello Sviluppo economico ha attuato norme di implementazione volte a facilitare l'uso di questo sistema da parte delle piccole medie imprese italiane». «Ma», aggiunge l’esperto, «il ministero dell'Economia ha adottato una strategia discordante che ha aumentato la pressione fiscale di chi vuole beneficiare di questo strumento, richiedendo una documentazione analitica dei costi sostenuti per la creazione di ogni singolo prodotto di proprietà intellettuale, un compito spesso impossibile». Secondo Galli, quindi, si è persa l'opportunità di incoraggiare le nostre aziende a sostenere i loro diritti di proprietà intellettuale e le attività produttive. «Il Patent box italiano ha, alla fine, determinato una riduzione dell'ammontare delle entrate fiscali, anziché accrescere le entrate tassabili in Italia», è il ragionamento, «e ciò ha generato delusione e diffidenza verso le autorità tributarie».

PIÙ INNOVAZIONE PIÙ LAVORO. Secondo uno studio dell’Ente europeo dei brevetti e dell’Ufficio per la proprietà intellettuale della Ue risalente a ottobre 2012, più del 42% dell’attività economica totale, pari a circa 5.700 miliardi di euro annui, è generata da industrie con un’alta densità di proprietà intellettuale. Inoltre, dal punto di vista occupazionale, circa 82 milioni di lavoratori dipendono da imprese che puntano sull’innovazione. Se, infatti, nel biennio 2008-2010 i posti di lavoro in Europa sono diminuiti passando da 219.6 a 215.8 milioni, nelle imprese che hanno investito in ricerca il numero di lavoratori si è mantenuto costante. In questo tipo di imprese, infine, i salari medi tendono a essere più elevati del 46% rispetto a quelli di altri settori.

NEL 2016 RICHIESTE 4.166 TUTELE. Guardando all'Italia, le domande di brevetti presentate all’Epo (lo European Patent Office) nel 2016 sono aumentate del 4,5% ponendo il nostro Paese al secondo posto per incremento tra le 10 Nazioni più sviluppate d'Europa. In termini assoluti le imprese e gli inventori italiani che lo scorso anno hanno richiesto brevetti all’Epo sono state 4.166, mentre nel 2015 erano stati 3.986. Un trend positivo che conferma l’inversione di tendenza, iniziata nel 2015, dopo il periodo buio degli anni 2011-2014. Con un 3% di domande arrivate all’Epo, l’Italia si colloca in decima posizione tra i Paesi che richiedono più protezioni brevettuali.