Da Renzi a Confindustria e Figc: chi vuole riaprire il Paese

Carlo Terzano
30/03/2020

Mentre il governo ha intenzione di prorogare le misure anti-coronavirus e i virologi chiedono di continuare il lockdown, il leader di Italia viva spinge per la ripresa delle attività produttive e delle scuole. Seguendo gli industriali, l'Abi e il mondo del calcio.

Da Renzi a Confindustria e Figc: chi vuole riaprire il Paese

A giudicare dalle reazioni indignate che ha scatenato la sua proposta di riaprire quanto prima il Paese imparando a «convivere» con il coronavirus, Matteo Renzi sembra essere inciampato clamorosamente.

L’idea del leader di Italia viva non solo è stata duramente attaccata dai virologi, ma non ha nemmeno avuto seguito nel mondo politico. Insomma tutti – maggioranza e opposizione – paiono concordare su un punto: non è ancora il momento di far cessare la quarantena.

Anche se non si va molto oltre, visto che mancano ancora proposte concrete su come, prima o poi, il Paese debba ripartire. La proroga del lockdown, almeno fino al 18 aprile, dovrebbe essere approvata poco prima del 3 aprile, cioè alla scadenza delle misure previste dal Dpcm del 9 marzo.

TUTTI CONTRO RENZI

La proposta di Renzi è stata attaccata da tutte le parti. Matteo Salvini, che solo un mese fa si appellava a Sergio Mattarella per chiedere di riaprire il Paese, ha tagliato corto: «Non è il momento». Sempre dalla Lega, gli ha fatto eco Gian Marco Centinaio: «Ancora una volta da Renzi una proposta che fa capire quanta incapacità di ascolto ci sia da parte sua. Mentre la comunità scientifica implora il “tutto chiuso”, lui lancia l’ennesima provocazione della disperazione». Fredda Forza Italia, che affida la replica ad Antonio Tajani: «Si ascolti solo la voce degli scienziati, bisogna tutelare la salute dei cittadini». Tranciante anche Carlo Calenda: «Caro Matteo, la tua dichiarazione è poco seria».

L’ex ministro dello Sviluppo economico su Twitter ha ribadito la sua posizione: «La politica sul #coronavirus ha preferito annunci e retorica. Vogliamo affrontare la riapertura? Facciamo gruppo di lavoro subito governo/opposizione + tecnici. Cagnoli per strategia e Ricciardi per sanità. E i segretari di partito, così chiacchierano di meno e lavorano di più».

MAGGIORANZA COMPATTA: NESSUNA APERTURA

E se l’intento del leader di Italia viva era aprire qualche crepa nella maggioranza pare fallito, perché dal Movimento 5 stelle (Luigi Di Maio: «Per la riapertura dobbiamo attendere il parere degli esperti del comitato scientifico: per non annunciare date che poi possono essere smentite», ha detto a Storie italiane su RaiUno) a Liberi e Uguali (Nicola Frattoianni: «Non abbiamo bisogno di apprendisti stregoni irresponsabili») è stato un fiorire di critiche. Il ministro per gli Affari regionali, il dem Francesco Boccia ha definito il tema della riapertura «un dibattito legittimo», che però deve avvenire considerando la situazione sanitaria attuale. La priorità insomma è: «Raddoppiare le terapie intensive, curare nel miglior modo possibile gli italiani, rafforzare gli ospedali e rafforzare le regioni che sono in particolar modo in condizioni maggiormente critiche, e rafforzare tutti il Centro-Sud nel caso che i contagi aumentino, far arrivare il cibo in ogni casa».

L’IPOTESI DI RIPARTENZA A SCAGLIONI

Forse Renzi, che non è nuovo a simili ballon d’essai, ha intuito però che, mentre il mondo politico e la comunità scientifica impongono una cosa, il Paese sta iniziando a chiederne un’altra. Se così fosse, Italia viva si farebbe portatrice degli interessi di quella parte della società che è per la riapertura immediata. E l’intervista di Renzi rilasciate ad Avvenire («Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua») non lasciano spazio a dubbi. «Se non ripartiamo ora», ha rincarato la dose anche nella sua ultima newsletter, «moriremo di fame, non di Covid. E dunque bisogna ripartire. I giovani potranno uscire prima degli anziani. Brutto dirlo ma è così. Se hai più di 70 anni riacquisterai le tue libertà dopo i ragazzi di 20. Scrivere queste cose fa male. Ma non scriverle significa disertare davanti al compito che ha un politico: indicare una via, non cercare solo il consenso».

CONFINDUSTRIA VENETO: «AL LAVORO ANCHE I SETTORI NON ESSENZIALI»

Sulla stessa lunghezza d’onda, e non è certo una novità, l’intera Confindustria che ha battagliato a lungo con il governo nella definizione del decreto Serra Italia. Dal Veneto, una delle regioni più colpite dall’epidemia, Enrico Carraro, presidente degli industriali, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, ha detto: «Le imprese non essenziali devono poter continuare al lavorare perché c’è bisogno che la macchina del Paese continui, c’è bisogno di fare versamenti alil fronte dello stop al lockdownlo Stato, ci sono problemi impellenti. Se andiamo avanti così tutto il Paese si blocca. Così non reggiamo, bisogna pensare da subito come ridare ossigeno al Paese».

L’ALLARME DI VINCENZO BOCCIA

Il più duro, in merito, era stato proprio il numero 1 di Confindustria, Vincenzo Boccia, che commentando il Serra Italia aveva detto: «dall’emergenza economica si entra nell’economia di guerra». E, ancora: «Se il Pil è di 1800 miliardi all’anno vuole dire che produciamo 150 mld al mese, se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo 100 miliardi ogni trenta giorni. L’economia non deve prevalere sulla salute ma dobbiamo far sì che tantissime aziende per crisi di liquidità non riaprano».

ABI: «LE BANCHE RESTINO APERTE»

Tira dritto anche l‘Associazione bancaria italiana che da giorni sta battagliando con i sindacati che avrebbero preferito la chiusura degli istituti di credito per garantire la sicurezza agli impiegati. «Chiediamo», si legge nella lettera che le sigle sindacali hanno indirizzato al presidente del Consiglio, dopo avere incassato il rifiuto di Abi, «la chiusura per 15 giorni di tutti gli sportelli bancari su tutto il territorio nazionale». Ma Abi si è limitata a replicare che «le banche si sono impegnate ad adottare le necessarie soluzioni organizzative per mantenere la distanza interpersonale di almeno un metro nonché l’adozione di ulteriori misure per ridurre il rischio di contagio», mentre continua a diramare inviti ai clienti di non recarsi direttamente allo sportello se non strettamente necessario.

LA FIGC IN PRESSING PER RICOMINCIARE IL CAMPIONATO

Scalpita per ripartire anche il mondo del calcio italiano: «La priorità è terminare i campionati entro l’estate, senza compromettere la stagione 2020-21», ha detto Gabriele Gravina, presidente della Figc, parlando a Radio Cusano Tv Italia, aggiungendo: «Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha dichiarato che proporrà il blocco delle attività sportive fino alla fine di aprile compresi gli allenamenti, aspetterei la decisione del Consiglio dei ministri». Ancora più duro il Presidente della Lega Serie A, Paolo Dal Pino, che al governo ha ricordato i numeri macinati dal settore: «Il calcio produce 3 miliardi di euro di ricavi e un indotto di 8, oltre a una contribuzione fiscale e previdenziale di 1 miliardo di euro». E dato che non sarà intenzione dei club ripartire con gli stadi vuoti, è chiaro il pressing perché la quarantena finisca per tutti.

IL NODO DELLE SCUOLE E LO SCREENING DI MASSA

E le scuole? Renzi anche in questo caso aveva dettato una sua tempistica: «Si torni a scuola il 4 maggio. Almeno i 700 mila studenti delle medie e i 2 milioni 700 mila delle superiori. Tutti di nuovo in classe, mantenendo le distanze e dopo aver fatto comunque tutti un esame sierologico una puntura su un dito e con una goccia di sangue si vede se hai avuto il virus». Anche questa proposta è stata bocciata dalla quasi totalità del mondo scientifico che continua a ripetere che non si potrà lasciare le proprie abitazioni fino a quando l’epidemia non sarà passata. Eppure, alla possibilità dello screening di massa ci si sta davvero lavorando. In prima linea è l’Università di Torino con i virologi del dipartimento di Scienze veterinarie che propone un test del sangue per scovare chi ormai è immune e decidere sulla base di questi dati quanti e quali soggetti fare uscire di casa per primi. Del resto, si sta consolidando l’ipotesi che l’80% delle persone che hanno contratto il Covid-19 lo abbiano fatto in modo asintomatico. Avremmo quindi una platea che va dalle 250 mila alle 300 mila unità che potrebbero tornare al lavoro. Questo, naturalmente, nella speranza che i nostri anticorpi conservino memoria della battaglia vita contro il coronavirus. Una speranza cruciale.

LA POSIZIONE DELL’ISS

L’Istituto superiore di Sanità invece prende tempo. «Arriviamo fino a Pasqua e poi guardiamo i dati per stabilire come procedere. Va vista l’evoluzione dell’epidemia», ha ribadito in una intervista a Repubblica il presidente Silvio Brusaferro. Mettendo in guardia: anche quando i casi di coronavirus scenderanno a zero, la vita non tornerà come prima finché non verrà trovato un vaccino o un farmaco efficace contro la malattia. Sulle riaperture, ha aggiunto Brusaferro, «il problema è capire quali forme di apertura garantiscono che la curva non ritorni a crescere. Certamente le riaperture avverranno in modo graduale e dovremo organizzarci per essere capaci di intercettare rapidamente eventuali nuove persone positive. Stiamo anche valutando un’idea degli inglesi, quella dello ‘stop and go’. Prevede di aprire per un certo periodo e poi chiudere di nuovo». Tra le ipotesi al vaglio anche la possibilità di tenere a casa «anziani e malati fragili».