I trattori a Sanremo e quel legame antico tra la canzonetta italiana e l’agricoltura

Lia Celi
05/02/2024

La protesta è attesa al Festival. E non per reclamare le tante braccia strappate dallo spettacolo alla vanga e all'aratro. Un suggerimento: sul palco i leader degli agricoltori potrebbero intonare «perché noi vilàn sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re». Scommettiamo che Lollobrigida non coglie, e applaude?

I trattori a Sanremo e quel legame antico tra la canzonetta italiana e l’agricoltura

Il mondo dello spettacolo pullula tradizionalmente di braccia rubate all’agricoltura, e fra le rivendicazioni del movimento dei trattori dovrebbe esserci la restituzione di tanta forza lavoro indebitamente strappata alla vanga e all’aratro. Sfortunatamente non è questo il motivo per cui gli agricoltori in agitazione si stanno muovendo verso Sanremo, dopo aver rivolto ad Amadeus un appello a ospitarli sul palco dell’Ariston, dove vogliono poter «raccontare agli spettatori le loro ragioni, pacifiche ma chiare». Se lo faranno ci sono serie probabilità che vincano il Premio della Critica, vista qualità dei testi dei brani in gara.

I trattori a Sanremo e quel legame antico tra la canzonetta italiana e l'agricoltura
Una manifestazione degli agricoltori (Imagoeconomica).

Tra canzonetta italiana e agricoltura esiste una profonda e antica connessione

La loro profferta è stata subito sostenuta da Al Bano, il Tolstoj della canzone italiana (non tanto per il genio letterario quanto per la sua fiera identità di imprenditore agricolo e i legami con la grande madre Russia), che in un’intervista al Corriere ha sostenuto, da addetto ai lavori campestri, le ragioni della protesta, dimostrandosi molto più esperto e competente in materia agricola del ministro Lollobrigida. «Se non portassi avanti la mia attività con i concerti sarei un contadino ridotto alla fame», ha confessato padron Carrisi. Sarà per questo che tanti suoi colleghi agricoltori marciano verso Sanremo ansiosi di salire sul palco: delusi dalle sovvenzioni Ue, sperano anche loro di assicurare la sopravvivenza delle loro aziende esibendosi come in concerto. Sarebbe l’ennesima prova della profonda e antica connessione fra canzonetta italiana e agricoltura. Da noi non c’è mai stato un vero e proprio genere country all’americana, nato da chi effettivamente lavora la terra o alleva bestiame. Eppure il filone agricolo-bucolico è uno dei più rappresentati nel nostro repertorio canterino, per lo più grazie a gente che, a differenza di Al Bano, la campagna l’ha vista solo dai finestrini dell’auto, non sa nemmeno da che parte si tiene un badile e crede che le patate crescano sugli alberi. I parolieri italiani del Novecento sono diretti discendenti dell’Arcadia seicentesca, dove si vagheggiava in rima baciata la rustica semplicità della vita agreste – antitetica alla corruzione e all’insincerità dei costumi cittadini, specie in materia d’amore – ancora più attraente se rievocata dai saloni di un confortevole palazzo patrizio, dotato di servitù e affacciato su qualche meravigliosa piazza romana, fiorentina o napoletana.

I trattori a Sanremo e quel legame antico tra la canzonetta italiana e l'agricoltura
Il ministro Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

Il genere neo-arcadico-melodico va dagli Anni 30 del duce mietitore al Dopoguerra con Celentano fino a Toto Cutugno

Il genere neo-arcadico-melodico ha avuto enorme fortuna alla fine degli Anni 30 del secolo scorso, quando il fascismo, non fidandosi degli operai e nemmeno fino in fondo della borghesia, si incarnava nel duce mietitore ed esaltava l’aratro che traccia il solco. Lo provano il successone del 1938 Reginella campagnola, con la prosperosa villanella abruzzese che discende la valle in fior, e hit coeve come Se vuoi goder la vita vieni quaggiù in campagna («svegliati con il gallo, lavati nel ruscello, bacia la tua compagna che t’accompagna col somarello»; mancava solo il «prenditi la malaria», ma non si poteva dire). Nell’immediato Dopoguerra chi poteva mollava la zappa e di delizie della campagna proprio non voleva sentir parlare né tantomeno cantare. A sorpresa, furono alcuni giovani aedi urbani a scoprirsi aspiranti villici, basti pensare all’ironica Com’è bella la città di Gaber e ai tre quarti dell’opera di Celentano, che dai tempi del Ragazzo della via Gluck vorrebbe mettere a maggese la periferia di Milano e predica con entusiasmo degno di Mao il ritorno alla zolla («più felice di me è il contadino e sai perché? Perché la sua terra non può tradirlo mai»).

 

Mettiamoci pure Battisti-Mogol, con l’evocazione dei campi di grano e del far l’amore nelle vigne, e soprattutto la buonanima di Toto Cutugno, che proprio a Sanremo, nel 1995, proclamava «voglio andare a vivere in campagna, voglio zappar la terra e far la legna». A distanza di un trentennio è giusto che la canzone italiana offra a sua volta qualcosa agli agricoltori da cui ha attinto a sbafo ispirazione per tanti anni: un po’ di visibilità, se non altro. Ma se dovessimo suggerire ai leader della protesta contadina una canzone da proporre sul palco dell’Ariston non ci viene in mente nulla di meglio del finale di Ho visto un re: «Perché noi vilàn sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam». Scommettiamo che Lollobrigida non la capisce, e applaude?