Eleonora Lorusso

Le proteste che hanno infiammato il 2018

Le proteste che hanno infiammato il 2018

23 Dicembre 2018 08.00
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Dal movimento #MeToo, sceso in piazza negli Usa alle proteste degli oppositori di Putin in Russia, senza dimenticare i cortei in Bolivia, a Barcellona, a Londra e, naturalmente i gilet gialli in Francia. Ecco chi ha manifestato e contro cosa nel 2018.

IL MOVIMENTO #METOO

Dopo essere stato come “personaggio” dell’anno 2017 il movimento #MeToo è tornato in piazza a gennaio del 2018 con la Women’s March, la manifestazione nata per denunciare le molestie contro le donne. Nella sola New York hanno partecipato oltre 200 mila persone, ma cortei sono stati organizzati anche a Washington e Los Angeles, dove ha preso la parola l’attrice Scarlett Johansson, promotrice di Time’s Up, l’associazione per dire basta a ogni forma di sessismo e abuso di potere maschile. Manifestazioni sono state organizzate anche in altre città del mondo, Roma e Milano comprese.

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GLI STUDENTI USA CONTRO LA LOBBY DELLE ARMI

L’iniziativa è stata organizzata dai sopravvissuti alla strage al liceo di Parkland, in Florida, dove il 14 febbraio un ex studente aprì il fuoco uccidendo 17 persone. Oltre 800 mila persone sono sfilate a Washington, mentre in 836 città nel mondo si sono svolti cortei per dire “no” alle armi, aderendo alla “Marcia per le nostre vite” e scandendo slogan come #NeverAgain. Volto simbolo la studentessa Emma Gonzales. A Washington hanno sfilato anche George e Amal Clooney che hanno sostenuto la causa con 500 mila dollari. Secondo l’Associated Press, è stata la più imponente mobilitazione di massa dai tempi del Vietnam.

LA MARCIA DEL RITORNO DI GAZA

Sono cominciate il primo venerdì di aprile le proteste dei palestinesi nella Striscia di Gaza, in vista dell’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme, il 14 maggio. L’evento cade a 70 anni esatti dalla Nakba, “la vergogna”, con cui i palestinesi ricordano la vittoria di Tel Aviv e la nascita dello Stato di Israele nel 1948, con il conseguente esproprio delle terre e l’espulsione di 700 mila persone. Sono 61 le vittime e 2.400 i feriti solo nel giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata Usa, a cui hanno partecipato la figlia del presidente americano, Ivanka Trump, e il marito Jared Kushner.

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PROTESTE ANTI-PUTIN IN RUSSIA

A due settimane dalle elezioni in Russia, che hanno visto trionfare col 76% di preferenze Vladimir Putin, a Mosca è stata organizzata una manifestazione contro il suo insediamento al Cremlino, per il quarto mandato presidenziale. Vengono arrestati 1.300 partecipanti, tra i quali il blogger e dissidente Alexei Navalny, già finito in carcere a gennaio per aver organizzato una “marcia illegale”. E’ lui l’organizzatore del corteo che ha come slogan “Per noi non è lo zar” (Putin, NdR). Tornerà in cella a settembre in occasione di una nuova ondata di proteste anti-Putin.

ATENE CONTRO LA NUOVA AUSTERITY

È stata dura e violenta la reazione all’approvazione di un nuovo pacchetto di misure di austerity approvato dal governo greco guidato da Tsipras e chiesto dai creditori internazionali per accedere ai finanziamenti di Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. Sono previsti, tra gli altri, pesanti tagli alle pensioni. Dopo due giorni di sciopero indetto dai sindacati, che ha paralizzato il Paese, ad Atene il 18 maggio la folla guidata dagli “incappucciati” ha lanciato bombe molotov contro la polizia, che ha risposto con cariche: ne è seguita una vera guerriglia urbana.

TENSIONI IN CATALOGNA PER LA DIADA

Barcellona è tornata a manifestare in occasione della Diada, che ricorda un episodio della guerra spagnola del 1714: un pretesto per chiedere l’indipendenza della Catalogna a un anno dal referendum considerato illegale dall’esecutivo di Madrid, che ha portato allo scioglimento del governo regionale e a nuove elezioni, vinte dal separatista Quim Torra. Nel frattempo l’ex leader catalano Carles Puigdemont, in esilio volontario in Belgio, guidava una sorta di governo ombra, mentre a Madrid, il primo giugno 2018, si insediava il socialista Pedro Sanchez, dopo il governo del dimissionario e conservatore Mariano Rajoy.

CORTEI CONTRO MORALES IN BOLIVIA

Migliaia di agricoltori si sono riversati in strada a La Paz contro il presidente boliviano Evo Morales e la legge che a loro dire limiterà le piantagioni di coca. Pochi giorni prima due coltivatori erano morti in uno scontro con la polizia. Il 10 ottobre si è tenuta una nuova manifestazione in occasione dei 32 anni di democrazia del Paese al grido di «La Bolivia ha detto no», con riferimento al referendum del 2016 che ha bocciato la possibilità per Morales di ricandidarsi nel 2019, per la quarta volta. Sempre a ottobre si sono tenuti nuovi cortei degli indigeni contro le grandi opere volute dal presidente e che metterebbero a rischio l’ Amazzonia.

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LA RIVOLTA PER L'ELEZIONE DI KAVANAUGH

A ottobre gli Stati Uniti sono tornati a essere teatro di una grande mobilitazione di massa, questa volta contro la nomina alla Corte Suprema del giudice Brett Kavanaugh, voluto dal presidente Donald Trump, ma accusato da tre donne di violenze sessuali. È stata organizzata una manifestazione a Washington, durante la quale la polizia ha arrestato 293 persone per «manifestazione illegale». Tra loro anche la comica americana Amy Schumer e la modella Emily Ratajkowsky. Altri nove sono fermati per «affollamento, ostruzione e disturbo». La mobilitazione non ha però fermato l’elezione di Kavanaugh.

IL POPOLO NO BREXIT CONTRO THERESA MAY

Dopo mesi di negoziati e trattative difficilissime la premier Theresa May ha raggiunto una bozza d’intesa con Bruxelles per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Ma in molti si sono detti contrari contrari e si sono dati appuntamento davanti al 10 di Downing Street, sede del governo, per chiedere un secondo referendum. Un’altra protesta – questa volta a favore della Brexit – ha paralizzato la circolazione a Londra a dicembre, quando alcuni manifestanti con indosso gilet gialli simili a quelli dei dimostranti francesi hanno bloccato il ponte di Westminster.

I GILET GIALLI INFIAMMANO LA FRANCIA

Il movimento dei gilet jaune ha cominciato le proteste il 17 novembre e ha continuato per altri quattro sabati consecutivi durante i quali il centro di Parigi è stato teatro di una guerriglia urbana, mentre in tutto il Paese si sono organizzati blocchi lungo le strade.

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All’iniziale “no” ai rincari sui carburanti, si sono aggiunti motivi economici e sociali, con richieste che vanno dall’aumento del salario minimo e delle pensioni a maggiori servizi per la classe medio-bassa delle periferie e delle zone rurali. L’Eliseo è stato costretto a congelare l’ecotassa e annunciare misure sociali, ma le manifestazioni non si sono fermate neppure a dicembre.

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