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Un milione in piazza a Hong Kong contro l'estradizione in Cina

Un milione in piazza a Hong Kong contro l’estradizione in Cina

Manifestazione oceanica nel territorio in lotta per la sua autonomia contro la legge che consegna imputati al governo di Pechino. Scontri tra dimostranti e polizia.

09 Giugno 2019 20.55

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Un milione in piazza a difesa di quello che resta dell’autonomia dalla potentissima madrepatria. La gente di Hong Kong ha invaso le strade con una manifestazione oceanica per protestare contro la proposta di legge sull’estradizione forzata di sospetti criminali in Cina, dove saranno processati in base a un sistema che dà scarse garanzie in tema di indipendenza del sistema giudiziario e rispetto dei diritti umani. Un corteo iniziato pacificamente ma che, a notte fonda, è degenerato in scontri quando la folla si è radunata davanti alla sede del parlamento e la polizia è intervenuta con manganelli e spray urticanti per disperdere i manifestanti che hanno lanciato bottiglie incendiarie ed eretto barricate.

GLI STRASCICHI DELLE PROTESTE DEL 2014

Una protesta imponente che ricalca quella del Movimento degli Ombrelli del 2014 quando, per 79 giorni, venne presidiato il centro dell’ex colonia britannica per chiedere riforme democratiche ma che vide la sconfitta su tutti i fronti. Uomini d’affari, professionisti, avvocati, studenti, tutti vestiti di bianco e con cartelli rossi con la scritta ‘No all’estradizione in Cina’, si oppongono a una legge, la cui approvazione è prevista per mercoledì e che – sostengono – servirà per portare avanti persecuzioni politiche all’interno del territorio di Hong Kong. Una tesi contestata dai fautori della riforma, a partire dalla leader di Hong Kong Carrie Lam, per i quali nella legge sono state introdotte clausole di salvaguardia che impediscono che chiunque sia potenzialmente esposto a persecuzioni politiche o religiose possa essere estradato nella Cina continentale. Inoltre, affermano, saranno i tribunali di Hong Kong ad avere l’ultima parola sulle richieste di estradizione.

LE PRESSIONI COSTANTI DI PECHINO ALL’AUTONOMIA

In base al modello «un Paese, due sistemi» concordato nel 1997 al momento del passaggio dalla Gran Bretagna alla Cina, ad Hong Kong è stato garantito il diritto di mantenere per 50 anni i propri standard politici, sociali e legali. Ma l’erosione dei margini decisionali, da parte di Pechino, è costante. E il timore è che la nuova legge possa mettere un pietra tombale proprio su quell’autonomia giudiziaria che garantisce l’esistenza di paletti nei confronti della Repubblica popolare. L’estradizione a Hong Kong è limitata a quei Paesi con i quali sono stati firmati accordi. Sono una ventina, compresi Stati Uniti e Regno Unito. La Cina è stata finora esclusa proprio a causa delle preoccupazioni in merito all’indipendenza della magistratura. Questa legge «è la fine dei giochi per Hong Kong, è una questione di vita o di morte. Per questo sono qui», ha spiegato Rocky Chang, professore di 59 anni, citato dalla Bbc. Ivan Wong, studente di 18 anni, ha aggiunto che «questa legge non ha un impatto solo sulla reputazione di Hong Kong come centro finanziario internazionale, ma anche sul nostro sistema giudiziario. E tutto questo ha delle conseguenze sul mio futuro». Ma non ci si fanno troppe illusioni sulla volontà del governo di tornare sui suoi passi, anche perché i partiti filo-cinesi hanno la maggioranza nella legislatura.

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