Francesco Pacifico

La strategia di Psa nella fusione con Fca

La strategia di Psa nella fusione con Fca

Tavares vuole aspettare i dati di vendita. Una mossa poco gradita a Torino. Mentre il rilancio di Fiat Chrysler arranca. La preoccupazione della Fiom.

15 Maggio 2019 04.04

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A Parigi, tra i vertici di Psa, girerebbe un appunto scritto dal numero uno Carlos Tavares che la dice lunga sul destino di Fca. Una mail nella quale si suggerisce alla prima linea di aspettare di vedere i dati di fine di anno di FiatChrysler per capire se il futuro delle due case potrà essere comune. A Torino e Detroit, la cosa non è stata molto gradita, anche perché fa capire come Fca sia considerata una preda da spolpare invece di un partner per un'alleanza paritetica. Il tutto mentre l'azienda fatica a delineare anche la sua strategia commerciale.

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A quanto trapela da Torino non è stata ancora attivata la macchina per produrre nuovi modelli, mentre rallentano la costruzione delle nuove linee negli stabilimenti di Pomigliano d'Arco per il grande Suv di Alfa Romeo e l'ibridazione delle Jeep a Melfi. Ancora nebuloso il rilancio tecnologico del gruppo, cosa che ha penalizzato non poco quando il governo ha lanciato gli incentivi per le auto meno inquinanti tenendo fuori la casa italoamericana. E su questo fronte le uniche certezze sono la Cinquecento elettrica che dovrà essere assemblata a Mirafiori e i certificati verdi che per una cifra molto alta (si parla di 1,8 miliardi di euro) si acquisteranno da Tesla.

FIOM: «SE CONTINUA COSÌ METÀ DEGLI ADDETTI SARÀ SUPERFLUA»

«Gli effetti della mancanza di nuove vetture», denuncia Michele De Palma, segretario della Fiom con delega all'auto, «hanno ripercussioni immediate sulla produzione negli stabilimenti italiani: a Mirafiori, Grugliasco, Pomigliano, dove stanno per finire gli ammortizzatori sociali, e Melfi dove metà del personale è in cassa integrazione o contratto di solidarietà. A Cassino sta per tornare la cassa, sui siti di Pratola e Cento, dove si fanno motori diesel, non c'è chiarezza sul futuro. Di conseguenza, con l'azienda che non produce più di 700 mila pezzi all'anno, se continua questa tendenza la metà degli addetti potrebbe essere superflua. Intanto sta entrando in una crisi quasi irreversibile il mondo della componentistica, dove molte aziende non hanno rinnovato i contratti degli addetti assunti a tempo indeterminato».

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I CHIARO-SCURI DELLA GESTIONE MANLEY

L'anno non si è aperto nel modo migliore per FiatChrysler. Al di là dei rumors sul futuro dell'azienda, bisogna fare i conti con il rallentamento del gruppo. Mike Manley, l'amministratore delegato che ha sostituito Sergio Marchionne, ha confermato per i prossimi anni gli obiettivi e gli investimenti fissati dal suo predecessore, conquistando la fiducia degli analisti, soddisfatti perché 2 dei miliardi provenienti dalla vendita di Magneti Marelli saranno distribuiti agli azionisti di Fca. Ma nel primo trimestre ha dovuto incassare un utile netto quasi dimezzato a 508 milioni (-47% rispetto a 12 mesi prima) e un ebit adjusted di 1,1 miliardi, in calo del 29%. Alla base di questi numeri c'è soprattutto una frenata delle vendite: sempre nel primo trimestre le immatricolazioni sono crollate del 14%, i marchi con i quali Marchionne sperava di ampliare il perimetro – Alfa Romeo e Maserati – le hanno dimezzate rispetto a un anno fa. Così il gruppo continua a reggere grazie al brand Jeep e al mercato sudamericano, in ripresa dopo la recessione brasiliana.

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Il Lingotto è convinto che le cose miglioreranno già nel secondo trimestre. Ma dal governo sono di idee diverse. Anche perché, spiega sempre De Palma, «finora l'esecutivo non ha dimostrato di avere una strategia industriale sull'auto e molto probabilmente l'unica mossa in grado di fare sarà rinnovare gli ammortizzatori straordinari». I rapporti tra Fca e Palazzo Chigi sono ai minimi: nei mesi scorsi l'azienda ha trovato al Mise un muro quando ha chiesto di rimodulare il piano degli incentivi. Il ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, non soltanto ha voluto destinare gli aiuti solo per l'acquisto di auto ibride ed elettriche, ma ha anche introdotto un balzello per le auto di cilindrata maggiore.

LA VENDITA DI MAGNETI MARELLI È UN SEGNALE

Nelle ultime settimane lo stesso Di Maio ha cambiato toni, vedendo nello sbarco della Cinquecento elettrica a Mirafiori «un nuovo simbolo dell'automotive europeo». Ma dal dicastero dello Sviluppo economico fanno capire che è stata più una dichiarazione di circostanza legata a una visita del ministro a Torino, facendo intendere che aspettano di capire le vere intenzioni degli Elkann. «La verità», conclude De Palma, «è che questo governo non ha le idee chiare. Lo scorso autunno abbiamo chiesto un tavolo sull'auto, ci hanno detto che erano d'accordo, ma da allora non hanno convocato né noi né l'azienda». Si prenda la cessione di Magneti Marelli, «un'industria che vuole rilanciarsi con l'auto elettrica non vende una realtà che può darle a costo zero la tecnologia necessaria per colmare questo gap. In passato qualsiasi governo avrebbe convocato i vertici di FiatChrysler e, se non impedito la vendita, messo in piedi un piano industriale con forti incentivi per non fare perdere all'Italia un asset così importante». E c'è il timore che lo stesso accada quando una casa straniera si presenterà dagli Elkann con una proposta che la famiglia torinese difficilmente rifiuterà.

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