Perché le proteste di piazza non faranno crollare Putin

Le rivolte sono contenute. L'opposizione non ha la forza di rovesciare il sistema, esattamente come nel 2011/2012. E la repressione resta il deterrente più efficace. Questi sono i motivi per cui lo zar, anche se in affanno, reggerà ancora.

18 Agosto 2019 18.00
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Gli ultimi mesi sono stati un po’ difficili per Vladimir Putin. Proteste a Mosca e in mezza Russia legate alle prossime elezioni amministrative, ma anche slegate dalla politica, come quelle a Yekaterininburg, dove le manifestazioni iniziate contro la costruzione di una chiesa in un’area verde si sono trasformate in un movimento anti-sistema, non solo locale.

L’ASTRO APPANNATO DI PUTIN

Il presidente russo non gode più dei rating migliori. L’80% dei consensi sfiorati nel recente passato sembrano essere un ricordo. Scandali e corruzione hanno toccato varie parti dell’apparato, anche alcuni media tradizionalmente vicini al Cremlino si sono ribellati alla repressione, come nel caso dell’arresto del giornalista di Meduza Ivan Golunov, finito in una trappola della polizia, arrestato e poi liberato dopo le pressioni dell’opinione pubblica.

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Vladimir Putin e il comandante della Marina russa Nikolai Yevmenov.

UN SISTEMA FORSE ACCIACCATO MA RESISTENTE

La torrida estate ha portato inoltre i fuochi in Siberia e una catena di incidenti in poligoni e basi militari, con l’apice nel misterioso disastro nella base di Severodsvinsk sul Mar Bianco. Tutto questo si è tradotto nell’apocalittica visione dei media mainstream occidentali secondo cui il sistema sarebbe al collasso e Vladimir Vladimirovich prossimo all’abdicazione, costretto proprio dalle piazze ribelli. Naturalmente si tratta di fantapolitica. Certo l’architettura putiniana non è forse solida come prima e in 20 anni al potere lo zar è invecchiato insieme all’intero establishment, sempre più litigioso e bisognoso di rinnovamento, ma ciò non significa che ci siano mutamenti repentini in arrivo. Che questo sia un bene o un male è un altro paio di maniche, il wishful thinking è una cosa, i fatti un’altra.

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Una protesta davanti alla Duma.

I NUMERI DELLE PROTESTE DI PIAZZA

Si può partire tranquillamente dalle proteste dell’opposizione a Mosca in vista delle comunali di settembre. E dai numeri che sono i primi a far capire quale davvero sia la forza del variegato spettro sceso in piazza durante manifestazioni autorizzate e non. In queste ultime gli appelli di Alexey Navalny, il leader anti-putinano più autorevole ormai abituato a entrare e uscire dalle patrie prigioni, hanno convinto alcune migliaia di persone, a seconda dei casi dalle 2.500 alle 10 mila (al netto delle esagerazioni degli organizzatori e delle sottrazioni delle autorità). In quelle con permesso la forbice è oscillata tra le 20 mila e le 60 mila.

Una protesta non autorizzata contro Putin.

Tante? Poche? Per capirlo basta qualche numero di riferimento, dai 2.500 posti del teatro Bolshoi ai 60 mila spettatori dello Spartak durante il derby con la Dynamo. Mosca ha una quindicina di milioni di abitanti, alle ultime Comunali gli iscritti al voto sono stati oltre 7 milioni. In sostanza a protestare contro il sistema e a richiedere elezioni libere è stato nel migliore dei casi un elettore su 100. All’ultima tornata elettorale ha votato meno del 40% dei moscoviti e del consiglio comunale, che ha un ruolo relativo, non ha mai importato nulla a nessuno.

UNA PRIMAVERA RUSSA RESTA UN’UTOPIA

Questa volta però la battaglia contro l’esclusione arbitraria di diversi candidati indipendenti è diventata una questione di principio, non solo a livello locale, ma proprio per tutta l’opposizione extraparlamentare che da anni si batte contro l’autoritarismo di Vladimir Putin. Purtroppo per Navalny e compagnia, le buone occasioni sono già passate. Nell’inverno del 2011/2012 l’opposizione ebbe il suo momento migliore, con centinaia di migliaia di persone nelle piazze di mezza Russia; gli appelli alla marcia di 1 milione di persone a Mosca rimasero disattesi, ma allora il Cremlino, che attraversava un po’ come ora un difficile momento e il ruolo di Putin come arbitro tra diversi gruppi concorrenti era messo a dura prova, si prese paura.

L’intervento della polizia moscovita durante una manifestazione.

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IL DETERRENTE DELLA REPRESSIONE

Se anche otto anni fa parlare di primavera russa era una sciocchezza, oggi parlare di Maidan a Mosca lo è ancora di più. Semplicemente per il fatto che in Russia si è deciso di asfaltare sul nascere ogni genere di dissenso: mentre a Kiev è stato possibile nel 2013 installare a Piazza indipendenza centinaia di tende e campeggiare per mesi in segno di protesta, fare lo stesso sulla Piazza rossa è un’utopia. La tattica delle autorità moscovite di arrestare spesso e volentieri i primi manifestanti o passanti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato è il chiaro segnale che per ogni comportamento “non autorizzato” non ci saranno sconti. Nessuna rivoluzione in vista, quindi.

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Il leader anti-Putin Alexei Navalny.

TENSIONI IN CRESCITA IN VISTA DELLE PRESIDENZIALI DEL 2024

Il che non vuol dire però che il sistema Putin sia più saldo di 10 anni fa. Probabilmente è il contrario, ma non a causa dei vari Ilia Yashin o Lubov Sobol: sono le crepe interne, visibili soprattutto nei contrasti tra i vari bracci dell’apparato di sicurezza e amministrativo a mostrare come, per vari motivi, Putin abbia allentato il compito di paciere tra clan, lasciando il campo a scontri interni. Che indicano come più ci si avvicina alla data delle prossime Presidenziali del 2024, più la tensione dentro e fuori i corridoi del Cremlino salirà. Il resto, dagli incendi siberiani agli incidenti militari, interpretati come sintomi di un malessere putiniano, fanno parte del contorno di una narrazione politica all’occidentale che poco spiega davvero la realtà russa.

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