Cosa c’è dietro il calo di consensi del partito di Putin a Mosca

Creato per garantire il controllo, Russia Unita non riesce più a comunicare alcunché di positivo. Mancano idee, e il sistema è appannato. L'analisi.

09 Settembre 2019 20.45
Like me!

Il capo del partito di Vladimir Putin a Mosca non è stato rieletto in consiglio comunale. Si chiama Andrey Metelsky. Di mestiere, vende motociclette. Dichiara meno di 100 mila euro l’anno. Ma durante la sua carriera di politico locale ha comprato case, terreni e alberghi per oltre 120 milioni di euro in Russia e in Austria, intestandoli a prestanome o familiari – ha rilevato un’investigazione della fondazione anti-corruzione guidata dal politico d’opposizione Alexei Navalny. E gli elettori hanno punito Metelsky. Il caso è emblematico. I risultati di queste elezioni locali, che precedono di meno di 18 mesi le parlamentari, indicano che il Cremlino ha un problema: il sempre maggior discredito di Russia Unita. Creato per organizzare il consenso e garantire il controllo, il partito dello zar garantisce soprattutto ricchezze improvvise ai sui dirigenti. Non riesce a comunicare alcunché di positivo. Mancano idee, e il sistema partitico è appannato. Intendiamoci: il controllo rimane. Non ci sono segnali di un collasso imminente. Ci sono però i sintomi di una morte lenta del modo in cui il Paese è governato. Quanto lenta, dipenderà dalle forme e dai contenuti del confronto tra i liberali e l’autorità. E da come verrà risolto il problema della successione a Putin.

«Il partito del potere sta perdendo Mosca», titola il quotidiano economico Vedemosti. «Tornano i democratici: i cittadini non hanno lasciato la duma in mano ai capi», si legge sulla Novaya Gazeta (la duma è il parlamento, in questo caso locale, ndr). «Adesso è prioritario ottenere la liberazione dei prigionieri politici», ha subito detto il leader della formazione liberale Yabloko Gregory Yavlinsky riferendosi agli arresti e alle condanne per le proteste di piazza innescate dall’esclusione dei candidati dichiaratamente anti-Putin da parte delle commissioni elettorali. Yabloko è riuscito a rimetter piede nella duma della capitale, ottenendo tre seggi. Il meccanismo messo a punto da Navalny ha avuto successo. Data l’assenza forzata di oppositori veri, per ostacolare Russia Unita l’attivista ha indicato online chi votare tra gli esponenti dei partiti “di sistema” (all’opposizione più di nome che di fatto): nel parlamentino moscovita, 20 dei 45 seggi sono andati a candidati da lui “sponsorizzati”.

RUSSIA UNITA HA VINTO (QUASI) OVUNQUE, NON A MOSCA

Russia Unita nominalmente non ha più consiglieri. I suoi rappresentanti hanno corso da indipendenti, perché il simbolo del partito è diventato un handicap. Ne sono stati eletti tra i 24 e i 25. Fanno la maggioranza. Fuori da Mosca, dove si votava per governatorati e amministrazioni dalla Buryatia sul Lago Baikal alle exclave di Kaliningrad sul Baltico attraverso 11 fusi orari, Russia Unita ha vinto quasi dappertutto. «Si può dire che c’è un livello impressionante di fiducia per i candidati e i funzionari promossi dal presidente», ha commentato il portavoce di Putin, Dmitri Peskov. Mosca? La dimostrazione «che c’è pluralismo e non ci sono stati brogli». Il gruppo indipendente di monitoraggio Golos (siginifica “voce”, ndr) ha reso noto di aver ricevuto 1.600 segnalazioni di presunte violazioni nella campagna elettorale, alle urne e nel conteggio delle schede. Episodi di voto multiplo sono evidenti in alcuni video pubblicati su Youtube.

COSA FARE CON L’OPPOSIZIONE “NON SISTEMICA”?

Al Cremlino potranno anche considerarla una vittoria. Ma è «una vittoria molto debole, ed ha il retrogusto amaro di una legittimazione davvero bassa per i candidati pro-Putin», dice a Lettera43.it la direttrice dell’istituto di analisi politica R.Politik Tatiana Stanovaya. Il meccanismo del “voto tattico” ideato da Navalny è stato «una sfida ardua per le autorità, e l’unica strategia ben formulata per poter esprimere alle urne la protesta». Secondo l’analista, il potere in Russia sta sperimentando «una crisi della sua comunicazione politica e la sparizione dell’attuale sistema partitico» fondato su Russia Unita. Nel prossimo futuro, Putin e i suoi collaboratori dovranno rispondere a questioni vitali, dice Stanovaya. La prima: che fare con l’opposizione “non sistemica”? Permetterne la partecipazione alla vita politica o sopprimerla? E poi, che fare con Russia Unita diventato «più un peso che uno strumento di controllo politico»? Inoltre, come riagganciare una società, «frustrata e politicamente disorientata, in cui cresce lo scontento»?

Credo proprio che non sia finita qui, e lo scontro tra le autorità e i liberali continuerà, in altre forme

Tatiana Stanovaya, R.Politik

A questo riguardo, la sfida è quella di cercare un dialogo con i liberali che non ne possono più del conservatorismo in politica interna e dello strapotere dei siloviki, i funzionari e gli ex funzionari dei servizi di sicurezza messi a capo di aziende e amministrazioni pubbliche. Ma si tratta anche anche di «creare un’agenda positiva per il resto della popolazione», che vede scendere il proprio tenore di vita a causa della stagnazione dell’economia e dell’aumento dei prezzi, è risentita per l’aumento dell’età pensionabile ed è insofferente per la corruzione che ingrassa le alte sfere. «In queste elezioni, il Cremlino non ha voluto accettare la presenza di una reale opposizione e a Mosca ha dovuto misurarsi in un conflitto politico severo. Credo proprio che non sia finita qui, e lo scontro tra le autorità e i liberali continuerà, in altre forme», conclude Stanovaya.

IL DENARO COME PRINCIPIO ORGANIZZATIVO CENTRALE

La Russia di Putin «è un regime che fa finta di essere uno Stato», ha scritto il direttore del think tank Carnegie di Mosca Dmitri Trenin nel suo ultimo libro (Russia, Polity Press, 2019). Un regime-Stato in cui il denaro è diventato il «principio organizzativo centrale, liberando la élite da ogni responsabilità». In Russia, se si partecipa direttamente o indirettamente all’amministrazione pubblica si fanno soldi. «Questo sistema è contrario ad ogni valore, legge, principio e idea nazionale», nota Trenin. Oltretutto è molto lontano all’indole dei russi, di natura inclini alla solidarietà e talvolta anche un po’ ascetici. Perciò «non è un sistema sostenibile nel lungo termine». La sua trasformazione è rinviata, ma il desiderio della popolazione per un freno alla corruzione, per minori diseguaglianze e minori ingiustizie, per un’amministrazione più trasparente ed efficiente è forte e viene espresso in modo sempre più esplicito, soprattutto nelle grandi città.

UNO SGUARDO OLTRE IL 2024

Le risposte saranno probabilmente lente e insufficienti. Una rivoluzione dal basso è improbabile. I russi ne hanno abbastanza dei grandi rivolgimenti. Il caos degli anni di Boris Eltsin è un’esperienza ancora troppo vicina. Solo la imminente “scadenza” della figura intorno a cui il “regime-Stato” si è costituito potrebbe accelerare il processo. Putin dal 2024 non sarà più presidente, a meno di clamorosi sconvolgimenti costituzionali. Qualsiasi saranno gli accordi sulla sua successione, e anche se gli fosse ritagliato un ruolo di mentore o di “guida suprema” come qualcuno ipotizza, verrà a mancare il garante degli interessi della élite che lo circonda, e l’arbitro dei conflitti interni a essa. Una maggiore certezza del diritto e una conseguente democratizzazione del sistema sembrano quindi inevitabili. Paradossalmente, a beneficio degli stessi siloviki. Se al Cremlino avessero l’immaginazione e il coraggio per anticipare queste necessarie evoluzioni, la voglia di cambiamento registrata alle elezioni amministrative di Mosca potrebbe presto trovare risposte. Per ora, prevale un grigiore quasi brezneviano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *