Putin e i frutti della Realpolitik mediorientale

Armando Sanguini
19/03/2018

Lo zarismo sbanca il borsino elettorale. Anche grazie alla "disinvoltura" del leader nello scacchiere internazionale. A partire dalla Siria, dove il presidente russo vuole guidare la transizione. Ma non senza il benestare di Trump.

Putin e i frutti della Realpolitik mediorientale

Lo zarismo di Putin sbanca il borsino elettorale, ci riesce per suoi meriti, interni e internazionali, ma anche per la cinica disinvoltura con la quale ha messo a tacere chi poteva fargli ombra. Putin ha dimostrato e sta dimostrando che la corona del suo potere, quello vincente, affascina, ammalia, anche se conseguito con il realismo politico dell’assenza di scrupoli, della brutalità. Anche al di fuori della Federazione russa, anche in quell’Italia che vede nel suo essere e apparire l’uomo forte un nostalgico esempio e che al contempo esalta e condanna questo modello a giorni alterni.

IN CERCA DELLA GRANDEUR. Si dice, con espressione che trasuda mal posta pudicizia, che Putin ha raccolto i frutti della sua politica, definita “assertiva” quando in realtà si pensa ad altro aggettivo: “aggressiva”, “prevaricatrice” e così via. Una politica mossa dall’ossessionante voglia di recupero della grandeur globale della defunta Unione sovietica, assecondata e quasi incoraggiata dalle incertezze e dalle contradditorietà delle politiche dei suoi antagonisti, Unione europea e Stati Uniti in primis. Pensiamo in proposito all’improvvida spinta verso Est della Nato, erede di una mai sopita conflittualità da guerra fredda; allo sviluppo, quello vero, dell’origine della vicenda ucraina; alla prova di forza esercitata sulla Crimea e alla sostanziale non-risposta occidentale.

IL DOPPIO SALVATAGGIO DI ASSAD. Pensiamo al Medio Oriente e in particolare alla Siria dove la Russia ha salvato due volte il regime di Bashar al Assad. La prima nel 2013 quando sembrava ormai partito il conto alla rovescia dell’attacco punitivo promesso da Obama per l’impiego del gas da parte del regime di Damasco; la seconda, nel 2015, quando aveva sventato il rischio del crollo di Assad con un deciso intervento militare contro le forze di opposizione, moderate e non, tutte incasellate nella categoria di un «terrorismo» che andava cioè ben al di là dell’Isis e di Al Qaeda.

Putin sa che deve venire a patti con Trump se vuole far quadrare il cerchio di una mediazione vincente e vedersi riconosciuto il ruolo di partner ineludibile, in Siria certamente e più in generale in Medio Oriente

A buon diritto considerato “vincente” sul piano militare, sebbene vincente pro-regime di Bashar al Assad, Putin ha voluto assumersi anche il ruolo di guida della transizione dal conflitto alla stabilizzazione politica del Paese, incrociando interventi militari e iniziative politico-diplomatiche: Aleppo e Ghouta sono l’emblema del primo versante, Astana e Sochi del secondo.

I "DANNI COLLATERALI" SIRIANI. Il primo richiama alla mente le atrocità che la cronaca ci ha consegnato (e ci consegna tuttora), il secondo l’alleanza con Teheran (e Hezbollah) e la Turchia, d’intesa naturalmente con Damasco, costruita sul duplice paradigma della ricostruzione politico-istituzionale del Paese da un lato e della definizione delle aree di de-conflittualità, da leggersi in termini di aree di influenza. Il primo paradigma ha funzionato egregiamente; e pazienza, dicono i sostenitori della Realpolitik, se ha comportato e sta comportando un devastante corredo di “danni collaterali”. E, come in precedenza, ha funzionato grazie anche al paravento offerto dall’approvazione della Risoluzione sul cessate il fuoco (2401) sterilizzata dalla esclusione – velenosa, o i pocrita, giudicate voi – delle operazioni militari contro Isis, Al Qaeda e altri gruppi considerati (da chi?) di marca terroristica. Esclusione invocata e applicata duramente anche dal turco Erdogan in ragione del fatto che quel cessate il fuoco non riguardava Afrin e che comunque i curdi siriani altro non sono che un gruppo terroristico.

DIPLOMAZIA SCRICCHIOLANTE. Il secondo paradigma, quello politico-diplomatico, ha funzionato meno perché gli alleati di Damasco e lo stesso Bashar al Assad perseguono agende diverse e in parte confliggenti e Putin sta facendo fatica a trovare i necessari punti di convergenza: tra una Damasco insofferente a qualsivoglia concessione alle forze di opposizione, una Teheran vogliosa di guadagnare spazio e influenza prima che Washington passi a più mirate azioni di contenimento delle sue ambizioni; un’Ankara che sembra tornare all’antica ostilità con Damasco e a trovare un’intesa post-Afrin con gli Usa sul dossier curdo.

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Putin, di suo, sa che deve venire a patti con Trump – gli Usa e le forze dello Sdf controllano il 30% del territorio siriano, l’area del Paese più ricca di risorse energetiche – se vuole far quadrare il cerchio di una mediazione vincente e vedersi riconosciuto il ruolo di partner ineludibile, in Siria certamente e più in generale in Medio Oriente. Il fatto che dopo sessioni di incontri, la prima risale al gennaio 2017, Putin abbia avvertito la necessità di tornare a riunirsi con i suoi alleati, prima a livello di ministri degli Esteri e quindi a livello capi di stato/governo (4 aprile), è sintomatico delle difficoltà che questa troika sta incontrando.

ASTANA COMPLEMENTARE ALLE NAZIONI UNITE. Ed è significativo che nella riunione ministeriale del 16 marzo scorso sia stato sottolineato come il processo di Astana portato avanti dai tre alleati non sia un impegno separato dai colloqui di pace portati avanti dalle Nazioni Unite a Ginevra ma ne costituisca al contrario un’azione complementare in vista della soluzione politica della crisi siriana. Così come è emblematico l’accento posto sulla integrità territoriale della Siria, un non tanto velato riferimento all’indebito e anzi minaccioso controllo esercitato dagli Usa nei confronti dei quali il ministro russo Lavrov ha avuto parole alquanto dure.In questo contesto, già di per sé problematico, è calata adesso l’incognita derivante dal cambio della guardia al dipartimento di Stato che certo non sarà né incolore né inodore. E Il principe ereditario saudita in visita negli Usa ne avvertirà le prime avvisaglie, verosimilmente confortanti, diversamente dal ministro degli Esteri turco che ha ritenuto opportuno rinviare la sua, prevista per il 19 marzo, a data da destinarsi.