Qatar, il network dell’emiro

20 Gennaio 2012 07.00
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Sindrome da Napoleone, equilibrismo alla levantina o pontiere conto terzi. Chissà. Sulle mosse di Hamid bin Kalifa Al Thani, emiro del Qatar, il mistero è fitto. E difficile da sciogliere.
Dopo decenni di rassicurante immobilismo, Doha brulica di attività. Rivoltosi, guerriglieri, agenti dei servizi, capi di Stato, politici pentiti e redivivi si muovono sullo sfondo dello skyline che fa invidia a New York e si specchia nel Golfo più bollente del Pianeta.
PRINCIPE ONNIPRESENTE. Il principe non si nega a nessuno, orientali e occidentali. E poi sentenzia, compra, finanza, avalla. Dalla Libia alla Siria, passando per le ambasciate talebane e le basi dei marine, gli equilibri del Medio Oriente in perenne agonia transitano da qui. Secondo formule oscure. Ma miscelate ad arte dalle antenne di Al Jazeera e dagli 85 miliardi di dollari di dotazione del 12esimo fondo di investimento sovrano più ricco al mondo.

Attori globali: dai mondiali di calcio alla sfida ad Assad

D’altra parte alla dinastia Kalifa – al comando, tra tradimenti e putsch interni, da un secolo e mezzo – i mezzi non mancano. Il Qatar siede sulle 14esime riserve di gas naturale mondiali, che garantiscono ai circa 850 mila abitanti il Prodotto interno lordo pro capite più alto del globo: 179 mila dollari.
Ma se la ricchezza è un’abitudine, non vale lo stesso per l’attivismo.
IL CALCIO COME PALCOSCENICO. Il primo segno della svolta dell’emiro, abituato a oziare all’ombra del gigante saudita, è stata la corsa spregiudicata per assicurarsi i campionati mondiali di calcio, nel 2022. Per battere avversari meglio piazzati quali Australia, Giappone e Stati Uniti bin Kalifa ha distribuito mazzette e comprato commissari. Poco importa se prima o poi la verità sarebbe emersa, come in effetti è successo: gli scandali passano; il palcoscenico del pallone resta per sempre.
IL RIBALTONE CONTRO IL RAÌS. Nemmeno tre mesi dopo le feste per l’assegnazione, l’emiro tornava a sedersi al tavolo con gli occidentali. Questa volta, però, dando loro soddisfazioni e parecchi aiuti: il Qatar è stato infatti il primo Paese arabo a riconoscere il governo dei ribelli libici, nella primavera 2011. E, soprattutto, è stato il loro più grande sostenitore, legittimando la guerra di Nicolas Sarkozy e compagni.
Bin Kalifa non solo ha schierato al fianco dei jet della Nato sei dei propri Mirage: praticamente, l’intera dotazione della nazione. Dal Qatar sono anche filtrati armi e mezzi, nonché tutta l’infrastruttura logistica e di comunicazione necessarie ai ribelli ad aggirare il controllo di Muammar Gheddafi.
TRUPPE CONTRO DAMASCO. Incassato il successo libico (e l’immaginabile tornaconto in termini di contratti e petrolio), lo sceicco si è messo in testa all’ala interventista – ben poco nutrita, a dire il vero – contro il presidente siriano Bashar al-Assad.
Doha ha prima sostenuto la missione degli osservatori della Lega Araba a Damasco e quindi  – visto l’esito fallimentare – ha invocato apertamente l’invio di truppe nel Paese. Scatenando il chiacchiericcio di vicini e lontani.
RACCORDO TRA TALEBANI E USA. Gli stessi che hanno appreso con un misto di paura e stupore l’apertura proprio in Qatar della prima rappresentanza diplomatica dei talebani. Uno sgarro agli americani? Non proprio.
Intanto perché gli agenti del Pentagono e dei servizi segreti statunitensi sono stati i primi a sedersi ai tavoli dei negoziati. E poi perché per arrivarci non hanno dovuto fare troppa strada: la più grande base americana fuori dai confini nazionali, Camp As Sayliyah, si trova proprio in Qatar. In totale, sulle sabbie della penisola scorazzano 13 mila soldati americani. A un tiro di schioppo dall’arcinemico Iran: 180 chilometri circa.

Ricostruire la geopolitica della regione a partire da Al Jazeera

Doha, insomma, è il crocevia di interessi e giochi di potere, di cui prova a tirare i fili. In modo più o meno manifesto. Cosa vada o meno mostrato, d’altra parte, sono gli stessi sceicchi a deciderlo: Al Jazeera, megafono internazionale del mondo arabo, ha sede nel Paese ed è stata finanziata con 137 milioni di dollari da bin Kalifa.
UN PARADOSSO SATELLITARE. Nei mesi scorsi l’emittente ha soffiato in modo deciso sulle rivolte della Primavera democratica (incluse quelle in Bahrein che lo sceicco ha contribuito a reprimere al fianco dell’Arabia Saudita), ma nessuno ha ancora capito con quale finalità.
Il puro spirito di informazione non è credibilissimo: i cablogrammi di Wikileaks rivelarono che il direttore, Wadah Khanfar, era stato scelto nel 2003 per le sue simpatie filo americane. Nel settembre del 2011, però, senza motivazione apparente, è stato sostituito da un giorno all’altro.
WAHABISMO SOFT. Più facile è credere che il 60enne emiro Hamid bin Kalifa cerchi di sparigliare le carte per dare alla regione un nuovo ordine geopolitico in nome della stabilità e della (propria) prosperità.
L’opposizione al siriano Assad, alawita (cioè sciita) e laico, così come a Gheddafi, può quindi essere letta come il tentativo di esportare il sunnismo wahabita di casa a Doha nel resto della regione. Senza però incappare negli eccessi segregazionisti di stampo saudita, condannati da molti in Occidente. E senza troppa paura di irritare il vicino Iran: le basi americane sul territorio garantiscono sufficiente protezione.
Di certo c’è che il gioco degli equilibri non è semplice. E che lo sforzo sembra essere inversamente proporzionale: tanto è piccolo il Paese, quanto è grande il desiderio di contare.

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