Samuele Cafasso

Cosa succede all'Italia con la fine del Quantitative easing

Cosa succede all’Italia con la fine del Quantitative easing

01 Ottobre 2018 15.16
Like me!

Dal primo ottobre la Banca centrale europea è entrata nell'ultima fase di “alleggerimento” (detto anche tapering) del Quantitative easing prima della fine di questo strumento straordinario (in senso tecnico) di politica economica avviato nel 2015 e che, secondo diversi osservatori, è uno degli elementi centrali che hanno evitato la rottura della moneta unica. Tra i Paesi che più hanno beneficiato del Quantitative easing c'è l'Italia che, grazie a esso, ha molto ridotto la spesa annuale per interessi sul debito. Nell'immediato la fine del Quantitative easing non dovrebbe avere effetti devastanti sul nostro Paese e tuttavia, come sottolinea a Lettera43.it Mario Deaglio, «molto dipende anche dal contesto internazionale e da cosa farà il governo». In particolare, secondo l'economista potrebbe avere un effetto negativo l'aumento del debito italiano, un'eventualità che tuttavia il ministro dell'Economia Giovanni Tria ha al momento escluso.

COS'È IL QUANTITATIVE EASING

Il Quantitative easing è un programma straordinario di acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea, operato attraverso le banche centrali nazionali. La ratio dell'operazione è questa: siccome l'obiettivo della Bce è mantenere l'inflazione intorno al 2% e siccome gli strumenti ordinari (ovvero l'abbassamento del costo del denaro) non bastano, viene varata una misura straordinaria che di fatto “inonda” i mercati di nuova liquidità. L'effetto collaterale, tutt'altro che imprevisto e anzi cercato, è quello di ridurre la pressione sui titoli di Stato soprattutto dei Paesi più in difficoltà, grazie a un nuovo grande acquirente che “sostituisce” almeno momentaneamente gli investitori privati. Il primo programma di Quantitative easing lanciato a gennaio 2015 prevedeva, a partire da marzo, l'acquisto di titoli di Stato da parte della Bce per 60 miliardi l'anno. A marzo del 2016, la cifra è stata portata a 80 miliardi (inoltre sono state approvate altre misure straordinarie). Infine, a marzo del 2017 si è deciso di andare ancora avanti, ma riducendo gli acquisti a 60 miliardi l'anno da aprile 2017, per poi dimezzarli a gennaio 2018 (30 miliardi), e quindi dimezzarli ancora da ottobre (15 miliardi). Da dicembre terminano i nuovi acquisti, ma con una postilla importante. I soldi investiti finora dalla Bce verranno comunque reinvestiti in titoli di Stato quando questi ultimi andranno in scadenza. Questo dovrebbe evitare choc.

GLI EFFETTI SULL'ITALIA: SPREAD E SPESA PER INTERESSI

Nel momento più grave della crisi del debito italiano, lo spread rispetto ai titoli tedeschi dei Btp italiani è arrivato a toccare 500 punti base. Facciamo un esempio: se allo Stato tedesco farsi prestare 1 milione di euro per 10 anni costava l'1% annuale, ovvero 10 mila euro l'anno, a noi ne costava 60 mila. Questo ha reso particolarmente difficile per lo Stato italiano rifinanziarsi sui mercati. Nel 2012, lo Stato italiano ha speso per interessi sul debito 84 miliardi, calati a 77 l'anno dopo e a 74 nel 2014. Nel 2015, primo anno del Quantitative easing, la cifra si è ridotta a 68, a 66 nel 2016 e a 65 l'anno scorso. Il Quantitative easing ha permesso all'Italia di far fronte alla fuga degli investitori internazionali: se prima della crisi questi avevano in mano quasi la metà del debito italiano, adesso la loro quota si è ridotta al 32,2% (dati fine 2017). Bankitalia, invece, ha in mano il 15,4% del debito italiano, acquistato tramite la Bce.

RISCHI SE AUMENTA IL DEBITO O FUGGONO GLI INVESTITORI

«Poiché la Bce reinvestirà i titoli in scadenza in nuovo debito, questa quota non dovrebbe diminuire e quindi non dovrebbero esserci scossoni», spiega Mario Deaglio. Tuttavia, perché questo accada, «è necessario che l'Italia non faccia nuovo debito» perché altrimenti gli incrementi non sarebbero coperti. Eventualità che il ministro dell'Economia Giovanni Tria ha escluso, anche se gli effetti dell'aumento del deficit sono ancora tutti da valutare. Esiste, in realtà, anche un'altra incognita tutta da valutare: ovvero la scelta degli investitori internazionali di “alleggerire” le loro posizioni in titoli di Stato italiano, come è successo a maggio e giugno quando gli stranieri hanno venduto titoli per 36,8 e 31,8 miliardi. Se gli stranieri vendono e la Bce non può comprare quote aggiuntive, questo può tradursi in un aumento dello spread, come abbiamo visto accadere a fine settembre e ai primi di ottobre (qui la diretta di Borsa del primo ottobre).

La fine del Qe non significa un disimpegno totale da parte della Bce. In una prospettiva di forte instabilità a causa dell'avanzata di forze euro-scettiche, continuerà ad agire per difendere l'euro

IL QUADRO INTERNAZIONALE

Alzando gli occhi dall'Italia, esiste però un'altra variabile da tenere in conto: la fine del Quantitative easing della Bce, analogamente al rialzo dei tassi di interesse negli Usa, fa parte di una tendenza internazionale di riduzione della liquidità che potrebbe portare gli investitori a “ritirarsi” dai cosiddetti Paesi periferici. Un assaggio di questa tendenza l'abbiamo avuta con la crisi turca prima e quella argentina poi. L'Italia rischia di avere problemi analoghi? Essere dentro l'euro è, da questo punto di vista, una garanzia. Secondo Deaglio, inoltre, la fine del Quantitative easing «non significa un disimpegno totale da parte della Bce che, in una prospettiva politica di forte instabilità a causa dell'avanzata di nuove forze critiche verso l'Europa, continuerà ad agire per difendere la moneta unica». In questo quadro, il nostro Paese «non è al centro dell'universo e dei mercati: siamo un Paese medio-piccolo che per adesso non suscita ancora più di tanto allarmismo. Certo, se continuano le esternazioni dei ministri e non si fa nulla per sostenere la nostra economia, il quadro di incertezza potrebbe aggravarsi. Ma non credo siamo ancora a questo punto».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *