Quei medici dopatori che continuano a “lavorare”

Eugenio Capodacqua
11/12/2010

La Spagna sportiva travolta dal doping. L'Italia è pregata di battere un colpo.

Quei medici dopatori che continuano a “lavorare”

Oggi che la Spagna intera si indigna per la vicenda doping che coinvolge l’iridata dei 3 mila siepi Martinez viene da chiedersi dove erano media, giornalisti, dirigenti sportivi, politici quando lo sport iberico faceva piazza pulita di tutti o quasi i risultati sportivi nelle discipline più disparate, ma soprattutto in quelle più facilmente “dopabili”. Vincevano tutto e a nessuno è mai venuto il minimo dubbio. Dall’atletica, al tennis, dalla marcia, al ciclismo per non parlare dell’intoccabile calcio o di altre discipline sulle quali “segnali” più o meno forti erano già giunti ben quattro anni fa con la ben nota “Operacion Puerto”. Un decennio almeno di risultati clamorosi che ha lanciato lo sport iberico nel firmamento mondiale e sui quali oggi quanto meno aleggia l’ombra pesante del sospetto.

Il mago del doping ematico, il ginecologo Fuentes

Eppure le cose erano già abbastanza chiare tre-quattro anni fa, quando la Guardia Civil mise il naso in quello che fu definito lo scandalo doping più grande del secolo. Quell’inchiesta aveva al centro due medici: il ginecologo Eufemiano Fuentes e l’ematologo Merino Batres. A Madrid, in una rete di laboratori e appartamenti avevano organizzato il doping più facile e completo possibile al momento: quello ematico, decisivo nelle discipline di resistenza e durata, ma “importante” anche in altre (come il calcio) per l’influenza importante sul recupero fisico atletico.
Nel dicembre del 2006, dopo che nell’estate era scoppiato lo scandalo che aveva coinvolto una cinquantina di corridori (i più noti: il tedesco Ullrich e il nostro Ivan Basso)  il quotidiano francese Le Monde aveva aperto una traccia: nell’Operacion Puerto figuravano anche due club calcistici di primissima fila: Real Madrid e Barcellona. Programmi di preparazione per la stagione 2005-2006 scritti a mano, pare dallo stesso Fuentes, raccontavano di codici e segnali dello stesso tipo di quelli che avevano portato alle accuse ai ciclisti. Ma tutto svanì nel nulla perché le accuse non poterono essere supportate da prove adeguate e il giornale francese fu anche condannato a pagare una penale. I sospetti, che riguardavano anche altre due formazioni iberiche di calcio minore, però restarono.
Un anno dopo un’inchiesta di Repubblica a firma del sottoscritto e di Marco Mensurati portò alla scoperta del “cadaver” ovvero di un mucchio di faldoni di atti giudiziari con intercettazioni, interrogatori, analisi, report che avrebbero potuto cambiare la storia dello sport spagnolo (e non solo) lasciati a marcire in un anonimo ufficio del tribunale di Madrid.  Scrivevamo all’epoca: «Se qualcuno facesse l’autopsia di quell’inchiesta scoprirebbe che non è morta di morte naturale. Ma che è stata assassinata. Le è stato tolto l’ossigeno – cioè i soldi – ed è stato fatto sparire il sangue, letteralmente».

Quell’inchiesta bloccata per mancanza di soldi

Perché? Semplice: quando le indagini stavano per prendere la piega giusta con una perquisizione programmata nella casa di Fuentes alle Canarie dove si sapeva che il dottore aveva un pc con tutti i dati dei suoi clienti e altre sacche (oltre alle 250 sequestrate nel corso dell’operazione, molte delle quali perse e/o deteriorate irrimediabilmente nel corso dell’inchiesta) furono bloccate. Motivo: mancanza di soldi per la trasferta. Tutto fermo.
Eppure gli indizi erano forti e univoci. Nelle intercettazioni della Guardia Civil erano affiorate piste importanti che portavano ai vertici della Liga. José Manzano, ciclista pentito e coinvolto nell’inchiesta, aveva confermato: «Da Fuentes io personalmente incontrai una delle star della Liga». In un’intervista ad un periodico la star dello spettacolo Jonny Halliday raccontò di essersi rigenerato grazie alle trasfusioni fatte in uno studio suggeritogli dal suo amico Zidane.
Agli inquirenti servivano i riscontri, però. E questi erano da Fuentes, nella sua abitazione delle Canarie, all’epoca meta felice di tante “preparazioni invernali” di atleti di varie discipline, ciclismo in primis. Ma il giudice Serrano bloccò tutto. E la motivazione all’epoca era perfino plausibile ancorchè di comodo: il doping all’epoca non era reato penale e gli atleti potevano essere addirittura ritenuti “parte offesa” in una legge che prevedeva la somministrazione di sostanze e pratiche solo come possibile “attentato alla salute pubblica”.
Che le sacche di sangue sequestrato a Fuentes &C  fossero arricchite con epo, l’ormone che stimola la produzione di globuli rossi del sangue accelerando il recupero e migliorando le prestazioni, poteva perfino passare in secondo piano se poi gli esperti stabilivano che la quantità trovata nelle sacche non era tale da configurare “l’attentato”.
Che Fuentes fosse da principio in relazione con ambienti dell’atletica, del resto è storia nota. Già alla fine degli anni 80 quando imperava la trasfusione ematica per migliorare le prestazioni sportive il ginecologo originario delle Canarie seguiva la quattrocentista spagnola Cristina Perez, che per un certo periodo fu addirittura sua moglie. E fu trovata positiva (anfetamine) a un controllo, senza pagarne le conseguenze per il solito cavillo giuridico: un vizio di forma. Oggi che la Spagna grida allo scandalo e mette Fuentes nel mirino delle nuove indagini dell’Operacion Galgo si spera.

Nel frattempo Fuentes ha continuato a “lavorare”

Perchè il vero scandalo nello scandalo è che in tutto questo tempo Fuentes come tanti suoi collaboratori e/o imitatori, anche nostrani, ha continuato impunemente a “lavorare”. Chi dice con importanti “agganci” in Portogallo, chi dice anche nel Bel Paese. Ma se lui, che nel luglio del 2006 aveva rivelato di aver dopato “calciatori, tennisti e atleti”, oltre ai ciclisti, rappresenta un problema per la Spagna, quello dei medici dopatori, tutt’oggi “operativi” sul nostro territorio, è affare da casa nostra.
Ce ne sono almeno un paio, nomi notissimi a tutto il mondo sportivo, messi all’indice perché coinvolti in vicende doping e in qualche caso ritenuti colpevoli di doping vero e proprio. La domanda è d’obbligo: può un medico radiato dall’ordinamento sportivo continuare a operare impunemente senza che l’ordine della categoria intervenga in alcun modo? La lotta al doping passa anche sotto queste forche caudine.