Gianfranco Rotondi

La Roma di Virginia Raggi è ormai una ex capitale

La Roma di Virginia Raggi è ormai una ex capitale

21 Dicembre 2018 13.00
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Come sono lontani i tempi in cui Umberto Bossi cantava «Roma ladrona, la Lega non perdona». Oggi il Carroccio è rincorso da magistrati e finanzieri per via di quei 49 milioni sequestrati e non più ritrovati dai giudici. Si potrebbe azzardare che è la rivincita di Roma ladrona sui suoi detrattori degli Anni 80. Ma nemmeno la capitale se la passa bene. La annuale hit parade della qualità di vita la colloca in coda alla classifica. La città è depressa, spenta. Nemmeno il Natale le ha donato brio: poche luci, negozi vuoti, persino poco traffico. In do minore sono stati anche i cosiddett i‘natalini’, i brindisi di associazioni, sindacati, partiti e caste varie. Anche questo è un Natale di ‘Spelacchio’, abbacchiato come l’alberello spelacchiato dello scorso anno, primo dell’era Raggi (non è che quest’anno sia granché meglio).

Meglio Roma ladrona della Prima Repubblica o l’odierna metropoli carica di rifiuti, afflitta dalle emergenze e ormai privata del rango di centro delle relazioni politiche? La Roma di Virginia Raggi non conta più niente: è la capitale meno capitale d’Europa, dal punto di vista del crocevia di interessi e incontri che fanno di una città una capitale. Bruxelles è una capitale, Parigi e Londra sono delle capitali, Roma no. I ristoranti del centro chiudono, gli alberghi un tempo brulicanti di spicciafaccende riservano le camere solo ai turisti giapponesi. E non si obietti che rimpiangiamo il malaffare: intorno a una capitale cresce un giro di affari lecitissimi e fondamentali per la sua economia. Peccato che Roma abbia scelto, con esibito masochismo, la ‘decrescita felice’ di Beppe Grillo e della sua ineffabile sindaca.

I grillini hanno classificato la vita precedente di Roma nei reati di traffico di influenze, voto di scambio, e 50 sfumature di corruzione. La politica è stata criminalizzata. La paura sovrasta simposi, convegni, innocenti cene: chi ha paura delle microspie, chi delle intercettazioni, chi dell’agente provocatore. E la città si chiude, declina. Una capitale vive di politica e, se sceglie l’antipolitica, muore. È come se Milano votasse per trasferire la Borsa e chiudere le boutique di via Montenapoleone. Roma ha demonizzato il suo core business, ed è andata a farsi fottere. Le resta il papa, l’arte, la storia. Ma prima o poi qualche razionalizzatore spiegherà che è più comodo portare la capitale a Frosinone.

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