Rai, l’inutile crociata di Pd e opposizione per liberare la tv pubblica dai partiti

Paolo Madron
29/01/2024

I 400 COLPI. Come sempre chi vuole riformare Viale Mazzini è chi ne ha perso il controllo. E così questa volta, con il cda in scadenza, tocca a Elly Schlein che con Andrea Orlando (e Calenda) propone di affidarne la governance a una non meglio specificata Fondazione indipendente. Come finirà? Come al Teatro di Roma. E cioè facendo combaciare il numero di poltrone a quello degli appetiti.

Rai, l’inutile crociata di Pd e opposizione per liberare la tv pubblica dai partiti

Di solito quelli che vogliono riformare la Rai, impresa che nemmeno il Padreterno sarebbe in grado di compiere, sono quelli che ne hanno perso il controllo. Quindi stavolta tocca al Pd, e con più tiepida convinzione all’opposizione tutta, gridare contro l’occupazione di viale Mazzini perpetuata dalla destra al governo. Occupazione magari più grossolana e invasiva della loro, ma che nella sostanza ricalca quella dei vinti al tempo in cui erano vincitori. Stavolta, forse per trovare qualche scampolo di diversità rispetto al passato, c’è un consiglio d’amministrazione da rinnovare in primavera. Naturale quindi che dietro al rinnovato dibattito sul ruolo della televisione pubblica siano già cominciate le manovre spartitorie. E puntualmente si riaffacciano, senza nemmeno il minimo sforzo per aggiornarli, propositi già sentiti: liberiamo la Rai dall’invadenza dei partiti, mettiamola nelle mani di una Fondazione indipendente (curiosità, chi ne nomina i componenti?), facciamola sputata al modello Bbc. Infine, ma su questo la politica poco ci sente, la soluzione liberista: vendiamola ai privati. Idea in sé che taglierebbe la testa al toro, ma che si scontra col fatto che non è certo facile piazzare sul mercato un’azienda che ha più di 600 milioni di debiti e un organico di quasi 13 mila dipendenti stratificati nel tempo, e che ogni cambio di inquilino a Palazzo Chigi è andato ingrossando.

Rai, l'inutile crociata di Pd e opposizione per liberare la tv pubblica dai partiti
La sede della Rai di Viale Mazzini (Imagoeconomica).

Elly Schlein e la nuova battaglia di liberazione della Rai: l’ipotesi di una Fondazione indipendente

La nuova battaglia di liberazione se l’è ora intestata Elly Schlein. Il primo atto sarà un sit-in di protesta davanti alla statua del cavallo morente. Il 7 di febbraio, in pieno Festival di Sanremo. A tutta prima, ammessa e non concessa l’efficacia della protesta, uno si domanda perché nella Roma televisivamente deserta di quei giorni e non invece davanti al teatro Ariston. Diciamo che quella sulla sanità appare una battaglia molto più convincente ed efficace della crociata sulla tivù di Stato in cui si è lanciata ora la segretaria del Pd. Che, par di capire, nella proposta di riforma presentata da Andrea Orlando, uno dei pezzi grossi del partito, ipotizza (ancora) di affidare la governance a una Fondazione indipendente. Intento corroborato da un dotto intervento su Repubblica della consigliera d’amministrazione Francesca Bria, nominata in quota Pd (ma qualcuno maliziosamente specifica in quota Orlando) che dopo tre anni di cda si accorge che il controllo della politica soffoca la Rai. Magari dirlo prima pareva brutto.

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Francesca Bria (Imagoeconomica).

Calenda si associa e rilancia: via la Commissione di vigilanza

Alla guerra di liberazione si associa subito Carlo Calenda, che rilancia: oltre alla Fondazione, la scelta dei cui componenti spetterebbe non si capisce con che criterio al presidente della Repubblica, via la famigerata Commissione di vigilanza, espressione tangibile del dominio della politica e divenuta terreno di faide personali con giornalisti e conduttori. Alla palingenesi della tivù pubblica si associano anche i 5 Stelle, un po’ nicchianti però, non foss’altro per un sentore di coda di paglia visto che nella sua occupazione manu militari la destra ha avuto con loro un occhio di riguardo.

Come finirà? Non cambierà nulla, anzi si moltiplicheranno le poltrone

Come andrà a finire è presto detto: non cambierà nulla. Ci saranno proteste, levate di scudi, dichiarazioni di fuoco fino all’insediamento del nuovo cda, dove l’inossidabile Cencelli proverà ad accontentare tutti, nell’unico modo conosciuto, facendo combaciare il numero di poltrone a quello degli appetiti. Se è il caso, e visto i pregressi è facile che ciò avvenga, moltiplicandolo. La soluzione la sta prefigurando il Teatro di Roma, oggetto di furenti polemiche per il blitz che ha portato la destra a nominare il direttore senza che la sinistra avesse voce in capitolo. Invece che un direttore se ne faranno due (sperando che Onofrio Cutaia, l’escluso, abbia un sussulto di dignità e rifiuti la pastetta). E così vissero tutti felici e contenti.