Cosa cambia se si sposta l'asticella del rapporto deficit/Pil

Cosa cambia se si sposta l’asticella del rapporto deficit/Pil

27 Settembre 2018 17.24
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Se anche fosse soltanto «un numeretto», come lo ha derubricato il vicepremier Matteo Salvini, sarebbe comunque un numeretto delicato, dal quale dipendono i destini della manovra, il futuro del ministro dell'Economia Giovanni Tria e più in generale la tenuta dei conti pubblici. È il famigerato rapporto deficit/Pil, cioè l'indicatore su cui si sta consumando lo scontro politico all'interno del governo. Il deficit rappresenta la differenza tra i costi dell'amministrazione statale e gli incassi derivanti dalle tasse. Insomma le entrate meno le uscite. Questo dato viene messo in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil). La percentuale che si ottiene consente quindi di mettere in relazione il deficit con la capacità di produrre ricchezza di un Paese, e quindi con la possibilità di ripagare il debito accumulato. Nel 1997 il Patto di stabilità e crescita ha deciso che gli Stati membri dell'Unione monetaria dovessero rispettare la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil. In modo tale da preservare la stabilità del singolo Paese e quindi quella di tutta l'Ue. L'Italia non sta discutendo la possibilità di "sforare" quel tetto del 3%. Ma deve decidere a quanto avvicinarsi. Cosa cambia? Si otterrebbero così spazi per realizzare le misure chiave del contratto di governo. Tutto insomma dipende da dove posizionare l'asticella del deficit. Fonti dei gialloverdi hanno fatto trapelare che «l'obiettivo ragionevole è arrivare al 2,4-2,5%». Ecco le ipotesi di indebitamento di cui si discute e le misure che si potrebbero attuare di conseguenza.

1. DEFICIT ALL'1,6% DEL PIL

Partendo dal tendenziale indicato nel Documento di economia e finanza (Def) dal governo Gentiloni allo 0,8%, spostare l'obiettivo a questo livello libererebbe più di 13 miliardi. Una cifra che permetterebbe di coprire in pieno le clausole di salvaguardia sull'Iva (12,5 miliardi) lasciando uno spazio minimo (circa un miliardo) per altre iniziative "marginali". Il pacchetto fiscale per le imprese dovrebbe infatti "autofinanziarsi" grazie al riordino di altri incentivi, come l'Ace, l'Iri o super e iper ammortamenti. L'indebitamento all'1,6% permetterebbe comunque di ridurre il debito e non avrebbe conseguenze sull'andamento del deficit strutturale. Non creerebbe – secondo le indiscrezioni – problemi nel confronto con l'Ue.

2. DEFICIT ALL'1,9% DEL PIL

In questo caso si rendono disponibili altri 5 miliardi, arrivando a 18,7. La soglia sarebbe ancora accettabile perché garantirebbe comunque un calo del debito, ma non del saldo strutturale. Stando ai conti della Lega, quota 100 per la pensione costerebbe tra i 6 e gli 8 miliardi. Mantenendosi quindi sulla parte bassa della forbice si potrebbe coprire il primo intervento di "smontaggio" della legge Fornero, consentendo l'uscita a 62 anni di età anagrafica e 38 di contributi. In alternativa si potrebbero sfruttare queste risorse per fare fronte all'aumento dei tassi di interesse sul debito dovuto all'effetto spread che, secondo primi calcoli potrebbe valere almeno 3 miliardi nel 2019, o finanziare le spese indifferibili che nel Def di primavera erano stimate in circa 3 miliardi e mezzo. Entrambe le voci potrebbero essere coperte con interventi una tantum come gli incassi della pace fiscale (stimati tra 3,5 e 5 miliardi il primo anno) e l'extragettito della gara per l'assegnazione delle frequenze 5G, con la base d'asta già salita a oltre 5 miliardi, rispetto all'incasso preventivato con la precedente manovra di 2,5 miliardi.

3. DEFICIT AL 2,1% DEL PIL

Superare il muro del 2% metterebbe a disposizione altri 3,4 miliardi (arrivando in totale a 22,1) che, sommati alle risorse già in bilancio per il Reddito di inclusione (2,6 miliardi) consentirebbero un avvio, magari da maggio, del reddito di cittadinanza a 780 euro.

4. DEFICIT AL 2,4% O 2,5% DEL PIL

I miliardi a disposizione sarebbero così oltre 27 con i quali si potrebbe finanziare di fatto l'intera manovra. Allo stesso tempo però si rischierebbe la reazione negativa di Unione europea e mercati: le agenzie di rating hanno finora sospeso il giudizio sul debito italiano in attesa di verificare lo stato della finanza pubblica e potrebbero bocciare scelte giudicate troppo ardite. In ogni caso con queste risorse si potrebbe far partire immediatamente il reddito di cittadinanza o affiancarlo da metà anno con la pensione di cittadinanza. Oltre al deficit infatti vanno considerate anche le risorse in arrivo dal taglio delle pensioni d'oro (qualche centinaio di milioni) e da una nuova tornata di spending review nelle intenzioni da 2-3 miliardi.

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