La decisione di Standard & Poor’s sul rating dell’Italia del 26 aprile

L'agenzia Usa a ottobre ha modificato in negativo le aspettative sul nostro Paese, che è un gradino dai creditori non affidabili. Da allora abbiamo registrato una lunga serie di tagli alle previsioni di crescita e l'entrata in recessione. 

26 Aprile 2019 15.08
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La tempesta perfetta non c'è stata e l'agenzia Standard & Poor's ha deciso di lasciare invariato il giudizio sul rating italiano. I mercati finanziari attendevano da giorni la decisione. La valutazione dell'agenzia americana poteva determinare infatti per il nostro Paese la permanenza nel club delle nazioni su cui si può investire (investment grade) o lo scivolamento verso gli Stati con un debito cosiddetto spazzatura, cioè con una capacità di rimborso e di copertura del debito debole. Eppure il segnale che la quiete avrebbe vinto sulla tempesta è stato dato dalle Borse nella seduta di quello che avrebbe dovuto essere il giorno del giudizio. Il 26 aprile infatti lo spread tra i titoli obbligazionari a dieci anni del Tesoro italiano, i Btp, e il corrispettivo Bund tedesco, vero termometro della finanza pubblica italiana, ha segnato un calo di dieci punti dopo le tensioni rilevanti dei giorni passati. E Piazza Affari tutta ha tenuto, restando nel terreno dei guadagni. Segno che la falce di S&P's non era pronta a calare sui nostri conti.

SURPLUS COMMERCIALE E SOSTEGNO ALL'EUROZONA TRA I FATTORI DETERMINANTI

Molti i fattori che giustificano la decisione di lasciare invariato il rating del'Italia, spiegano gli analisti, come «un'economia prospera e diversificata che genera surplus esterni con il resto del mondo, il sostegno popolare all'appartenenza dell'Italia all'Eurozona nonostante lo scetticismo in parte dell'elettorato, un elevato risparmio nel settore privato che eccede le spese pubbliche». L'outlook negativo, ha precisato però, l'agenzia, significa che il rating può essere rivisto al ribasso nei prossimi 24 mesi se deficit e debito eccederanno significativamente le nostre previsioni, se ci sarà un marcato deterioramento delle condizioni finanziarie e se ci saranno cambiamenti di politica che indeboliscono il potenziale di crescita dell'economia».

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A ottobre Standard & Poor's aveva già modificato l'outlook del nostro Paese portandolo da neutro a negativo. Poco importa che negli ultimi mesi abbiamo avuto una lunga serie di tagli delle previsioni di crescita: in autunno quando erano aperte le trattative sulla legge di bilancio, il governo parlava ancora di un mitologico 1,5% di aumento del Pil, quando ad oggi il Paese è entrato tecnicamente in recessione – ha avuto due trimestri consecutivi a crescita zero o inferiore – e si appresta a segnare uno striminzito più 0,2% di crescita della ricchezza nazionale. E tuttavia, altre stime erano già assai più prudenti. S&P ha spiegato la recessione come effetto di una volatilità della domanda esterna e di un'inversione di tendenza sul fronte delle riforme. E non sono pochi gli osservatori cheper comprendere qual è il destino dei conti pubblici italiani prendono in considerazione l'andamento degli equilibri politici oltre a quelli economici. Basti ricordare che il 15 marzo l'attesa per una simile annunciata decisione di Moody's era svanita in una bolla di sapone, visto che l'agenzia aveva deciso di rinviare una modifica della valutazione sul nostro debito in attesa di eventi significativi, in particolare legati all'andamento della politica nazionale. Cioè alle scelte, alla stabilità, all'instabilità della maggioranza di governo. A un mese dalle Elezioni Europee gli analisti di S&P non hanno creduto evidentemente che ci fossero le condizioni sostanziali per ritoccare un giudizio tanto foriero di conseguenze.

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