Giorgio Triani

Abbiamo lasciato la realtà per farci sedurre dalla percezione

Abbiamo lasciato la realtà per farci sedurre dalla percezione

Nonostante il mondo sia invaso da dati e numeri, preferiamo credere a credenze senza fondamento. Con la complicità dei media e dei politici che creano paure. Non stupisce quindi che si tema più il terrorismo che l’infarto. O che la propaganda di Salvini conquisti consensi.

06 Luglio 2019 08.00

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Mobili, emotivi, instabili, malinformati. Non è un bello stare, ma siamo messi così. Per citare una recente ricerca di Demopolis, solo tre elettori su 10, per esempio, hanno votato lo stesso partito negli ultimi cinque anni. Siamo un elettorato infedele, ormai inafferrabile anche per i sondaggi, che non fanno in tempo a fotografare una tendenza, un declino o uno smottamento che già tutto è di nuovo in movimento.

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DATI VS PERCEZIONE

Ciò che colpisce però rispetto a una realtà che è sempre più numerica, anche nell’evocazione di big data, dunque quantificabile, è che hanno sempre più campo le percezioni. Cioè non ciò che è, oggettivamente, ma ciò che si pensa che sia. Ovviamente c’è del metodo in questa follia, in questo opporre all’oggettività di asserzioni scientifiche o alla regolarità di certe costanti storiche, convincimenti personali o collettivi, palesemente infondati, non veri, ma sostenuti, difesi con l’assoluta convinzione che siano verità.

VITTIME DELLE FAKE NEWS DA SOCIAL

Non mi riferisco, tuttavia, alla vasta genia di resistenti al principio di evidenza scientifica, bensì alla più normale, diffusa e quotidiana emersione della percezione, e al suo imporsi, in alcuni casi, alla realtà stessa. Ha fatto giustamente clamore il reportage della giornalista inglese dell’Observer, Carole Cadwalladr, sullo stravolgimento di realtà operato via Facebook che ha segnato la campagna elettorale per la Brexit. In un collegio elettorale del Galles, roccaforte dei laburisti, fake news mirate alla parte di pubblico ancora incerto sul voto e permeabile a messaggi su insicurezza e invasione di immigrati hanno materializzato una realtà inesistente. Ma decisiva per orientare la maggioranza del voto a favore dell’abbandono dell’Europa da parte dell’Inghilterra.

Fake news e bufale inquinano ogni campagna elettorale.

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VIVIAMO IN UN’ITALIA CHE NON ESISTE

Nondimeno è noto che anche da noi nelle ultime elezioni politiche ed europee la narrazione securitaria non si è imposta sull’evidenza dei fatti e dei numeri. Come ricorda Nando Pagnoncelli in La penisola che non c’è «siamo convinti che un 26% dei residenti nel nostro Paese siano immigrati (dato reale 9%), che il 20% di loro sia di religione islamica (3,7% secondo la Caritas, 2% secondo l’Istat) e che il 48% dei carcerati sia di nazionalità straniera (a fronte del 34% effettivo); percepiamo dunque una vera e propria invasione di extracomunitari musulmani dediti al crimine, tanto da considerare l’immigrazione il maggior flagello nazionale».

LA DISTORSIONE INFORMATIVA NON È SOLO UN MALE SOVRANISTA

Tuttavia che questa distorsione informativa sia imputabile non solo a sovranisti e leghisti, ma sia il frutto di più fattori nei quali hanno parte anche insospettabili protagonisti – magari loro malgrado – ce lo suggerisce una ricerca comparata sulle credenze o convinzioni degli americani relativamente alle principali cause di morte. Una ricerca importante, illuminante che meriterebbe di essere replicata su scala nazionale. Anzitutto per cominciare a impostare una guerra alle percezioni capace di fare giustizia di credenze e convincimenti errati.

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LA RICERCA USA CHE SVELA IL POTERE DELLA PERCEZIONE

Sono quattro gli item di ricerca esplorati, che coprono un arco temporale (2004- 2016) assai significativo e probante della scientificità dell’approccio. La realtà, i dati oggettivi, ufficiali, certificati sulle cause di decesso degli americani; le ricerche su di esse attraverso le parole più cliccate su Google; il rilievo/spazio dei quali hanno goduto rispettivamente sul New York Times e The Guardian ossia i due media globali forse più autorevoli. Il confronto evidenzia un profondo squilibrio fra il poco spazio che viene dedicato ai principali fattori di decesso e viceversa il grande rilievo attribuito a fenomeni che colpiscono fortemente l’opinione pubblica, ma che in realtà incidono in maniera minima. In alcuni casi, quasi per niente rilevanti, ma capaci di capitalizzare il massimo di attenzione pubblica e mediatica. Come gli omicidi che, scrivono i curatori, «hanno circa tre volte più articoli di tutte le altre cause di decesso. Inoltre, gli articoli sugli omicidi tendono a essere lunghi più del doppio degli articoli che riportano notizie di morti per malattie e incidenti».

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LE REALI CAUSE DI MORTE E LO SPAZIO CHE HANNO SUI MEDIA

Le due principali cause di morte negli Usa sono le malattie cardiache e il cancro, rispettivamente con il 30,2% e il 29,5%. Seguono incidenti stradali (7,6%), malattie croniche respiratorie (7,4%), Alzheimer (5,.6%), ictus (4,9%). Droghe overdose e suicidi sono agli ultimi posti, con il 2,4% e l’1,8%. L’omicidio non è nemmeno nella classifica delle 12 principali cause. Tuttavia per quantificare la sproporzione fra realtà e racconto mediale, sul New York Times ha avuto il 22,8% dello spazio e il 23,3% sul Guardian.

Bisognerebbe impostare una guerra alle percezioni capace di fare giustizia di credenze e convincimenti errati.

Ma anche il suicido ha goduto di una rilevante sproporzione, rispettivamente il 10,6% e il 14% di spazio. Al contrario le malattie cardiache sono state molto poco rappresentate, rispettivamente il 2,5% e il 2,1% sui due quotidiani. E non meno neglette sono risultate sotto l’aspetto delle ricerca su Google (2%). Segno dunque che l’infarto è molto poco temuto, a dispetto della sua reale pericolosità. Il cancro, invece, abbondantemente sotto-raccontato (13,5% sul quotidiano statunitense e 12,7% su quello britannico) è stato invece molto ricercato sul web (37%, dunque più della sua reale incidenza). Ma rilevato che pure gli incidenti stradali non godono di buona o cattiva stampa (1,9 % e 2,8%), aggiungeremo che a farla da assoluto protagonista è il terrorismo, le cui vittime sono statisticamente irrilevanti. Perfino meno di quelle causate dagli incidenti domestici. Però il terrorismo ha goduto di una copertura mediale spropositata: il 35,6% sul New York Times e il 33,3% su The Guardian.

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DISTORSIONE DEI FATTI, VIZIO ITALICO

Resta da sottolineare che le cause di morte e relativi pesi statistici negli Stati Uniti sono più o meno gli stessi in Italia (dati Istat 2017) e negli altri principali Paesi occidentali. Si può tuttavia ipotizzare che il racconto mediale italiano sia ancor meno fedele rispetto alla realtà. Ciò sulla base dell’indice di distorsione percettiva (misperceptions index) elaborato dall’istituto Ipsos in occasione di due rilevamenti. Nel 2014 eravamo i peggiori tra le nazioni che più distorcono i fatti. Nel 2018 siamo migliorati, collocandoci al 12esimo posto in Europa. Restiamo però un Paese parecchio ignorante sulle cause reali dei problemi e delle emergenze attuali. Colpa nostra, di cittadini e utenti, ma ancor più dei media e dei teorici controllori – governanti, politici e autorità di vigilanza – , incapaci di governare il flusso di informazioni e dati che ci sta sommergendo.

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UN CANE CHE SI MORDE LA CODA

Negli ultimi due anni sono stati infatti prodotti il 90% dei dati disponibili, ma questo enorme accumulo non ci rende più consapevoli di ciò che accade, anzi ci rende ancor più in balia di percezioni errate. Il risultato è presto detto, per fare due esempi. Se il 14% degli italiani crede che ci sia una relazione fra vaccini e autismo è affatto strano, anzi normale, che stiano ritornando malattie infettive come varicella e morbillo. Se il 73% degli italiani è convinto che gli immigrati siano quattro volte più numerosi del dato reale, si capisce perché le invettive del ministro della Paura contro la capitana della Sea Watch abbiano riscosso il plauso della maggioranza degli italiani. Come dice il Teorema di Thomas: «Se una persona ritiene reale una situazione, le conseguenze saranno reali».

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