Rebus nucleare

Redazione
16/10/2010

di Marco Mostallino L’oncologo Umberto Veronesi è il presidente dell’Agenzia per il nucleare, l’organismo che dovrà gestire il percorso di...

Rebus nucleare

di Marco Mostallino

L’oncologo Umberto Veronesi è il presidente dell’Agenzia per il nucleare, l’organismo che dovrà gestire il percorso di costruzione dei reattori atomici italiani e dei siti di trattamento e stoccaggio delle scorie. La sua nomina è giunta dopo un incontro, avvenuto giovedì a Roma, tra il ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani e quello per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo. Veronesi, senatore del Pd, ha subito dichiarato che «chi ha studiato sa benissimo che il disastro di Chernobyl è stato provocato dalla follia di un direttore che ha voluto fare un esperimento. E per farlo ha tolto almeno dodici livelli di sicurezza. È stata una follia umana che non si ripeterà. Sono sicuro che non c’è alcun rischio. I nuovi reattori sono bellissimi, potenti e non c’è alcun dubbio sulla loro sicurezza», ha aggiunto lo scienziato, spiegando che a suo avviso per vedere in funzione le centrali italiane “ci vorranno 4 anni per la primissima attività».

Siamo già oltre i tempi fissati

Ma l’ottimismo del senatore si scontra con una realtà più complessa che, secondo gli esperti del settore, non permetterà l’avvio di alcun reattore prima di sette anni: e si tratta di tempi che potranno essere rispettati solo se l’iter burocratico, tecnico e politico subirà un’accelerazione e non andrà incontro ad alcuno stop.
I termini fissati dalla legge sul nucleare, la numero 99 del 2009 (entrata in vigore il 23 marzo di quest’anno) sono già stati sorpassati. Entro il 23 settembre la Sogin (società statale per la gestione del nucleare, in mano al Tesoro per il 100 per 100) avrebbe dovuto pubblicare lalista dei siti idonei a osptitare una centrale, compilata applicando al territorio italiano i criteri tecnici e di sicurezza sanciti dall’Agenzia mondiale per il nucleare. Mancando però ancora l’Agenzia nazionale, la Sogin ha ricevuto dal Governo l’ordine di non procedere. Solo oggi è giunta la scelta di Veronesi, che dovrà tuttavia essere inserita in un apposito decreto di Palazzo Chigi da sottoporre all’approvazione delle Commissioni competenti di Camera e Senato.
Passaggi complessi, soprattutto quello parlamentare, visto che il Pd, dopo la nomina di un suo senatore senza accordo con il partito, preannuncia battaglia. Ma se anche la scelta dell’oncologo dovesse avere il via libera, l’Agenzia non sarebbe comunque completa. Il consiglio, oltre al presidente, prevede la nomina di altri quattro membri: due li dovrà scegliere Romani, altri due la Prestigiacomo.
Resistenze si annunciano anche per la composizione tecnica dell’Agenzia, che dovrà avere a sua disposizione cento esperti di nucleare: cinquanta prelevati dall’ente di ricerca Enea, altri cinquanta dall’Ispra, l’istituto che ha in carico i controlli sulla radioattività sul territorio e nelle industrie (come le acciaierie, dove esiste rischio di contaminazione). Sia Enea che Ispra sono però riluttanti a conservare le competenze di ricerca e di controllo perdendo in pratica tutti i loro esperti: dopo il referendum del 1987, che bandì le centrali dall’Italia, ingegneri e tecnici dell’atomo sono diventati nel nostro Paese rarissimi.

Per ora ci sono solo 2,5 milioni di euro

Un altro fronte di scontro aperto è quello con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il quale ha stanziato 2,5 milioni di euro per finanziare i primi tre anni di lavoro dell’Agenzia. Una cifra che chi lavora nel settore giudica insufficiente, persino per pagare gli stipendi, mentre il ministero non dà segnali di voler allargare i cordoni della borsa.
Da qui una serie di ostacoli che vanno poi a scontrarsi con i tempi tecnici e amministrativi. Quando la Sogin pubblicherà la sua lista di siti, saranno le imprese intenzionate a costruire reattori a fare la loro scelta su quell’elenco: ma questa indicazione dovrà ancora una volta essere vagliata dall’Agenzia, per valutare compatibilità, rischi e opportunità.
Ottenuti questi via libera, l’iter dovrà aprire la sua fase più delicata: il confronto con Regione, Provincia e Comune delle località individuate per ospitare una o più centrali. Le resistenze saranno forti, come dimostrarono nel 2003 le proteste della Sardegna e di Scanzano Jonico (Basilicata), indicati all’epoca per ospitare il deposito dei rifiuti radioattivi (le barre di uranio combustibile restano contaminate per molte migliaia di anni) con una procedura che poi venne cancellata per la rivolta delle popolazioni e dei politici sardi e lucani: il Governo designò Scanzano in una riunione tenuta proprio all’indomani della strage di italiani nella base irachena di Nassirya, provocando una valanga di proteste e ricorsi.

Da 4 a 7 anni i tempi per una centrale

I tempi amministrativi, senza intoppi politici e proteste delle comunità locali che invece ci saranno, sono valutati in tre anni. C’è poi da calcolare la durata dell’iter di costruzione delle centrali. Si tratta di impianti di tecnologia francese, la cosiddetta “terza generazione avanzata”. In Francia, a Flamanville, i quattro anni previsti per i lavori saranno forse rispettati, mentre in Finlandia, dove vi è il cantiere di un altro di questi reattori, sono insorte difficoltà che fanno stimare in sei o sette anni i tempi di avvio della centrale. Il costo chiavi in mano di un reattore della potenza 1.650 megawatt è di quattro miliardi di euro, ma in Finlandia gli stati di avanzamento fanno già valutare la spesa in una cifra non lontana dai sei miliardi.
E non è tutto. Per ora l’unico gruppo interessato alla costruzione di centrali è il consorzio Enel-Edf, costituito ad hoc dai colossi dell’energia italiano e francese: in fase poi di realizzazione saranno interessate anche altre aziende, come la Edison e l’Ansaldo. Ma realizzare due centrali (il minimo previsto) comporta per il consorzio spese che superano gli otto miliardi di euro: e fonti delle società fanno sapere che nessuno si impegnerà in tale intrapresa senza un preventivo accordo politico tra maggioranza e opposizione sull’avvio del nucleare. Enel e Edf non vogliono rischiare che, dopo le elezioni, la scelta dell’atomo venga revocata da uno dei prossimi governi, gettando così i propri investimenti in un cantiere che brucia solo quattrini senza produrre energia.