Massimo Del Papa

Start di Ligabue è un album per ultracinquantenni

Start di Ligabue è un album per ultracinquantenni

08 Marzo 2019 13.19
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Ma perché lo chiamano rocker? Rocker di Correggio? Quando mai Ligabue ha fatto il rock? Quello suo è un pop con nostalgie folk, stradaiole, comunque leggero, fruibile, innocuo. Da sempre, da subito. Uno, “il Liga”, che, in modo abbastanza misterioso, ha galleggiato trent'anni, inaffondabile, impermeabile a critiche anche fondate – le canzoni tutte uguali dai due accordi tutti uguali, il modo di cantare forzato e sforzato, detto del “ve-ve-ve”, un immaginario correggese un po' stucchevole, da bar Mario, e ci si vedeva la risposta alter-padana al Roxy Bar di Vasco Rossi, una versatilità più quantitativa che altro fra musica, cinema, conati poetici. Eppure sempre in sella, soprattutto nei concerti, vere distese di gente malgrado l'appeal declinante dei dischi.

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Poi, nel 2017, quando l'età comincia sul serio a intaccare i risvegli, e te ne accorgi, la botta: l'accidente dei cantanti, i polipi in gola, l'operazione e ti dicono che torna tutto come prima ma se canti per vivere non puoi non preoccuparti, non puoi non sentire l'angoscia: mi sono fottuto il mio principale strumento, quello che mi dà da mangiare e anche bene? Dicono che, dopo una malattia seria, si esca, se se ne esce, rinati. Che uno sia persino tentato di ringraziarlo, l'accidente, per cosa lo ha fatto diventare. Ligabue lo fa con un disco che definisce nuovo sotto molti aspetti, che naturalmente spalanca il solito tour delle grandi occasioni e dal grande promoter, il solito Ferdinando Salzano che, ricorderete, lo ha chiamato a Sanremo per conto di Claudio Baglioni, in modo da presentare con largo anticipo l'album che esce l'8 marzo e si chiama Start.

POCO ROCK, MOLTI FRONZOLI: START È UN DISCO PER I QUASI SESSANTENNI

Start, partire, mettersi in moto. Dice l'interessato che voleva un disco asciutto, senza fronzoli, che gli ricorda l'energia dei primi album, che insomma è una ripartenza: si mostra in copertina di primo piano, in un bianco e nero che lo segna orgogliosamente. La resa dei conti, il bilancio che si chiude con un: “continua”. I quasi sessantenni di oggi graziosamente non hanno requie, sia pace all'anima loro. Così si è affidato, il “rocker di Correggio”, a un produttore che potrebbe essergli figlio, uno che ha fatto i dischi di gente come Galeffi, Siberia, Gazelle, e gli suona anche il basso e si chiama Federico Nardelli. Ne è uscito un album che comunque di fronzoli ne ha; di suoni per forza di cose più moderni, incisivi, ma dove la dimensione di Ligabue resta preponderante e scrupolosamente rispettata: nessuno stravolgimento per questa decina di canzoni compresse in neanche 40 minuti.

Start, sì, ma senza tirarla troppo per le lunghe, si sarà detto Luciano. È vera gloria? Insomma. Già dal primo singolo Luci d'America, scoperto proprio a Sanremo e mitragliato (come d'obbligo) dalle emittenti, si ha la conferma: Ligabue e il rock sono i binari del treno, viaggiano paralleli, qui c'è una canzone studiatamente radiofonica, col ritornello che resta in testa e dal curioso, ultimamente sempre più diffuso, effetto-Mannoia, per dire quell'arietta a voce spiegata, quasi una reazione dopo anni di rigurgiti a salti di sesta alla Tiziano Ferro, alle scalette ascendenti-discendenti alla Marco Mengoni o trombette da stadio. Prova a immaginare un passo, peraltro dalle liriche non irresistibili, come «e serve pane e fortuna/serve vino e coraggio/soprattutto ci vogliono buoni compagni di viaggio», e vedrai se non è pura Fiorella. Di rock poco, ma mica poi è obbligatorio, di novità per modo di dire, di mestiere tanto, di successo sicuro.

CANZONI TRA LO STILE JINGLE PER GLI SPOT TIVÙ E SONORITÀ SANREMESI

Lo Start comincia da Polvere di stelle, che è un finto rock, come direbbe Franco Battiato, che, attraverso una sequela di accordi pieni, battuti, cerca il ritornellone in una scia di suoni sintetici parecchio U2. Anche l'introduzione della successiva Ancora noi ricorda pesantissimamente gli U2, quelli del Joshua Tree al limite del plagio stilistico, la modernità dei trentenni ha la testa rivolta all'indietro. Ma quello che conta qui è che è la classica canzone da stadio per scaldare le folle, e ancora una volta, sentendo il corone «siamo rimasti ancora noi, siamo ancora noi» potrà farsi un ghigno di risata qualcuno che Siamo solo noi la cantava 40 anni fa, e ancora ci riempie le arene. Di Luci d'America abbiamo già parlato e quindi saltiamo a Quello che mi fa la guerra, che, con la sua insofferenza esistenziale controllata, potrebbe benissimo essere un pezzo di Paola Turci, con arrangiamenti di pop virato country & western alla maniera di Madonna, grazie al ricamo di chitarre, mentre il solo di tastiera, molto effettato, ricorda certe sonorità del Battisti Anni 70.

Mai dire mai è un frammento d'amore che nel testo può anche adeguato all'età di una stagionata popstar

Mai dire mai è un frammento d'amore che nel testo può anche adeguato all'età di una stagionata popstar, ma nella costruzione del ritornello, santo cielo, se lo sentono Federica Carta e Shade, glielo fregano subito. Certe donne brillano è paradigmatica: le sonorità sono di una ambigua aggressività acchiappallodole, ma la canzoncina, “zuccherosa” alquanto, sembra in tutto e per tutto, compreso l'assolo retorico di Federico Poggipollini, concepita per diventare la pubblicità di una multinazionale dei telefoni: quale in effetti è, con l'uscita da singolo, casualmente, in questo 8 marzo.

LIGABUE HA SCRITTO UN DISCO MAINSTREAM IN TUTTO E PER TUTTO

Serve altro? Eccoci a Vita morte e miracoli, che è un momento di confessione folk ed è anche tra i passaggi meglio riusciti per sincerità ed essenzialità autentica, questa volta. Ma già dalla prossima La cattiva compagnia torna quell'impressione, non troppo gradevole, di una modernità passata: la batteria è elettronica, l'elettronica costella le chitarre, le chitarre son trattate, lo swamp rock è una favola antica. Io in questo mondo serve a ribadire lo status di pop o rockstar, a questo punto fate vobis, col vecchio trucco del crescendo strumentale fino al climax, l'orgasmo da palco, «poi si accende tutto»: ma le soluzioni sonore, come le note battute di piano, sono del genere adolescenziale melodrammatico e peggio il coretto di controcanto da pubblicità delle merendine, se vuole evocare la folla adorante, le rende ben tristo servizio.

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Per converso, Ancora noi chiude nella solitudine dell'uomo spogliato del palco, della dimensione semidivina e potrebbe chiamarsi “ancora io”, io il Liga, con il mio solito modo, la vecchia nostalgia, l'immaginario padano, ormai seppiato, perché la vita da ricordare è già abbastanza lontana: una ballata di sapore non freschissimo, sia nelle immagini che nell'incedere. Disco mainstream in tutto e per tutto, ma a chi ama Ligabue piacerà perché, nella sostenibile leggerezza di una popstar che vuole essere rock, gli darà la confortante illusione del cambiamento.

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