Attenti ad esultare troppo presto per la fine della recessione

Attenti ad esultare troppo presto per la fine della recessione

La crescita è tornata positiva di uno 0,2% e il governo si compiace. Ma per uscire dalla crisi serve non far deteriorare il rapporto debito/Pil. E le politiche economiche anti-Ue di M5s e Lega vanno nella direzione opposta.

02 Maggio 2019 12.00

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La crescita italiana è tornata positiva: il Pil segna +0.2% nel primo trimestre 2019 rispetto al quarto trimestre 2018, meglio rispetto al +0.1% atteso, e porta il Paese fuori dalla recessione tecnica iniziata poco dopo l’insediamento del governo gialloverde.

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La notizia ha ovviamente carattere positivo, ma come spesso succede la proporzione nei commenti al dato è priva di equilibrio. Le considerazioni qualitative sarebbe opportuno farle quando sapremo come le singole voci hanno contribuito al risultato, attraverso la disaggregazione del dato. Valutazioni quantitative, invece, dovrebbero partire dal fatto che un +0,2% trimestre su trimestre (suscettibile di revisioni in seconda lettura) dice poco e di certo quel poco non fa eco con la parola «ripresa» spesa in dosi generose dal ministro dell'Economia Giovanni Tria e dai suoi colleghi di coalizione. La stessa Istat parla di «fase di sostanziale ristagno del Pil», il dato tendenziale annuo segna un misero +0.1% e di aumento della domanda estera a fronte però di una diminuzione della domanda interna.

IL RAPPORTO DEBITO/PIL RIMANE CENTRALE PER IL NOSTRO PAESE

Approfittiamo allora di questo momento di pausa dal contesto recessivo per fare una riflessione su cosa sia una recessione, e quali cause ed effetti abbia. Per l’Italia il tema della crescita è doppiamente rilevante, perché l’elevato debito richiede, per la sua sostenibilità, che il rapporto tra debito e Pil non si deteriori eccessivamente, e siccome la riduzione della spesa pubblica per i politici sembra un’eresia l’aumento nominale del debito è una certezza: serve che il Pil tenga il passo della crescita del debito altrimenti il rapporto debito/Pil non può che peggiorare. Peggiorando, induce gli investitori a maggior cautela facendo aumentare lo spread.

La Germania per fronteggiare la Grande Recessione del 2008-2009 ha spinto il debito pubblico fin oltre l’80% del Pil e ora, in meno di un decennio, ha riportato il rapporto intorno al 60%

L’aumento del differenziale Btp Bund si trasforma in maggiori costi per interessi che – ancora una volta – per l’elevato debito che ha l’Italia sono doppiamente importanti. Viceversa una vera crescita può avviare una spirale positiva: il miglioramento del rapporto debito/Pil porta riduzione di spesa per interessi per effetto della discesa dello spread, in questo modo si liberano risorse che possono essere usate per ridurre il peso del debito. Un po’ quello che è successo in Germania, che nel fronteggiare la Grande Recessione del 2008-2009 ha spinto il debito pubblico fin oltre l’80% del Pil e ora, in meno di un decennio, ha riportato il rapporto intorno al 60%.

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La Grande Crisi del 2008 portò alla luce due elementi: una ridotta capacità del sistema finanziario di allocare il denaro in maniera efficiente (bolla immobiliare), e una contrazione delle attività, della produzione e del commercio mondiale. Dal punto di vista della disoccupazione questa crisi è stata molto meno grave del solo caso precedente paragonabile: la Grande Depressione del ‘29. Il motivo è il diverso intervento operato dalle Banche centrali che hanno fornito liquidità al sistema, stemperando gli effetti della crisi.

NAZIONALISMO, DAZI E LA PERDITA DI POTERE DEL WTO

Quando il sistema finanziario scopre le sue inefficienze, il premio per le attività di rischio crolla verticalmente, ma di sicuro l’elemento che impatta di più sulla disoccupazione è il livello della produzione e dei consumi. Se intendiamo dire davvero adido alla recessione dovremo smetterla di invocare aiuti monetari, che rischiano di causare una errata percezione del rischio favorendo bolle speculative, e chiedere invece di stimolare produzione e consumi, favorendo il contesto che più di ogni altro ha mostrato nei decenni scorsi di essere un formidabile propellente: il commercio mondiale. Questo rende “sbagliata” la scelta elettorale di tanti lavoratori, indirizzata a favorire chi propone “stregonerie” monetarie e minore apertura, a colpi di dazi e cultura nazionalista.

In uno strano capovolgimento logico chi soffre di più degli effetti di una recessione, esprime la domanda politica di iniziative che favoriscono periodi recessivi e di polarizzazione del potere e della ricchezza

La situazione oggi è che l'Organizzazione mondiale del commercio, l'istituzione alla base dell'ordinamento economico liberale del Dopoguerra, è un “animale” poco protetto e a rischio estinzione. Invocando la sicurezza nazionale il presidente Usa Donald Trump ha introdotto dazi su acciaio e alluminio, minaccia di farlo sulle auto, e dichiara di voler estendere il discorso alle proprietà intellettuali e al commercio digitale. Le regole condivise del Wto vengono così forzate, e lo sguardo truce dalla Casa Bianca risponde alle critiche non rinnovando il mandato ai membri che insorgono. Anche se una futura amministrazione a Washington invertisse il corso, il sistema delle leggi commerciali internazionali avrà perso credibilità, forse in modo irreversibile. Se il Wto dovesse appassire, avremmo un mondo basato su accordi bilaterali, l'equilibrio di potere tra le nazioni si sposterà da una competizione convergente orientata alle esportazioni, a una competizione divergente orientata alle importazioni, stimolando un'escalation di misure protezionistiche in tutto il mondo.

Questo forzerà le piccole nazioni a stringere accordi asimmetrici con le economie maggiori, formando macroregioni di influenza, dove l’asimmetria negli accordi porterà le potenze maggiori alla discriminazione di quei Paesi che hanno accordi con Stati rivali. Questo spiega molto bene perché venga spesa così tanta energia geopolitica da Usa e dalla Russia per tentare di indebolire e “smontare” l'Ue. In uno strano capovolgimento logico chi soffre di più degli effetti di una recessione, esprime la domanda politica di iniziative che favoriscono periodi recessivi e di polarizzazione del potere e della ricchezza. La favola di Pollicino insegna che una cattiva gestione delle fortune conduce alla miseria; il piccolo eroe dovette salvare due volte se stesso e i fratelli dalla balzana idea dei genitori di abbandonarli nel bosco. Una missione già così molto difficile, ma sarebbe stata impossibile se nel frattempo i suoi fratelli avessero fatto il tifo per l’Orco.

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