Il destino dei sovranisti dipende dall’efficacia del Recovery Fund

Mario Margiocco
26/04/2020

È ancora prematuro dare un giudizio definitivo su questo strumento di aiuto finanziario europeo perché tempi e caratteristiche non sono ancora stati definiti. Più sarà valido meno gli italiani continueranno a seguire le ricette economiche fantasiose di Salvini e Meloni.

Il destino dei sovranisti dipende dall’efficacia del Recovery Fund

Più che sulle solite dichiarazioni dei soliti nostri politici nazionali avremmo fatto meglio a prestare attenzione negli ultimi tempi ad alcune cifre. Scoprendo, ad esempio, che per la Germania è più importante l’interscambio con il Lazio che non quello con la Grecia, 8,5 miliardi di euro l’anno scorso contro 8,2. Che la Lombardia è un partner commerciale molto più importante, per i tedeschi, della Corea del Sud, 43 miliardi contro 30, nonostante  la Seul sia la quinta potenza industriale del mondo, più avanti dell’Italia che è la ottava. E ancora, che l’interscambio italiano con la Baviera supera quello italiano con la Polonia mentre commerciamo di più con il solo Baden-Württenberg che non con la Russia.

Tra il Veneto e la Germania poi c’è un via vai di merci e servizi superiore a quello tra Germania e il Canada, non certo un bruscolino nell’economia globale. E infine, avremmo scoperto che negli ultimi 10 anni l’export italiano in terra tedesca è aumentato molto di più di quello germanico verso l’Italia, accorciando notevolmente le distanze. Quest’ultimo dato è facile da reperire, gli altri un po’ meno, e li ha messi in fila nel suo blog personale, che si chiama Dal fronte di Bruxelles ed è collegato all’edizione online del suo giornale, il corrispondente de Il Sole 24 Ore dalla capitale dell’Unione, Beda Romano.

Tutto questo vuol dire che non c’è da meravigliarsi, come fa invece ad esempio ora Beppe Grillo, se il Consiglio Ue del 23 aprile qualche mossa, non definitiva e non ancora chiara, l’ha fatta. Per anni Grillo è stato strenuo spregiatore della Ue come moltissimi M5s, e promotore di un referendum sull’uscita dell’Italia dall’euro, e ora cambia tono: «Forse l’Europa comincia a diventare una Comunità. Giuseppi sta aprendo la strada a qualcosa di nuovo. Continuiamo così». Caspita, lo stesso Grillo che inanellando le solite battute dichiarava alla folla di Torino, alla vigilia del referendum costituzionale del dicembre 2016, che l’Europa non l’avevano fatta quei buoni a nulla di Bruxelles, ma la Ryanair che ci porta ovunque con pochi spiccioli, senza sapere che invece è l’esatto contrario, la Ryanair l’ha creata Bruxelles con la liberalizzazione delle rotte avviata a metà Anni 80.

È ANCORA PRESTO PER GIUDICARE L’EFFICACIA DEL RECOVERY FUND

Più della Ue, quindi, sta cambiando Grillo. Quanto al «qualcosa di nuovo», si vede che nessuno ha mai spiegato a Grillo che il Recovery Fund avviato ora dal Consiglio Ue del 23 aprile non è una novità. L’Europa lo ha già fatto una dozzina di volte a partire dal 1974, incominciando a pensarci non a caso nel 1971, quando finiva il regime dei cambi fissi di Bretton Woods, e mettendo insieme un meccanismo che ha sempre avuto al centro come garanzie il bilancio della Commissione supportato da garanzie dei vari Paesi. L’attuale Fund sarà una versione maxi di quanto già sperimentato in passato, e per questo il bilancio della Commissione va notevolmente aumentato. Quanto maxi? Questo è importante prima di dare un giudizio definitivo, che non può non restare per ora prudente ma non negativo, così come è importante capire quanto verrà come prestito, e a che tassi e soprattutto a che maturità, e quanto come contributo. Ma la montagna, sembra, non sta partorendo un topolino. Un castoro, diciamo. Non certo un elefante, ma insomma.

Sembra che passi la linea di Merkel, e resta da vedere a cifre più chiare che cosa in essa rimane delle linee Macron, Conte e Sanchez. I Paesi Ue non hanno scelta. Se poi ai rapporti economici si aggiunge la politica internazionale, e l’urgenza di dimostrare, non solo per noi ma per gli interi equilibri globali, che i 27 Paesi del più piccolo dei continenti hanno anche una sorta di comune sentire e una qualche solidarietà, il risultato non sarebbe disprezzabile. Stiamo vivendo una inevitabile evoluzione degli scenari internazionalisti avviati 75 anni fa soprattutto dagli Stati Uniti, una stagione di neo-nazionalismi con nuove (o vecchie) sfere di influenza, l’esuberanza economica della Cina accoppiata però a un sistema politico che mai è stato neppure lontanamente democratico e che ha messo l’autocrazia del partito unico al servizio del vecchio nazionalismo imperiale. Stiamo vivendo poi, più da vicino, il desiderio russo di affermare nuovamente una politica di potenza dopo le umiliazioni della fine dell’Urss.

LA DISGREGAZIONE DELL’UE CONVINE SOLO A USA, RUSSIA E CINA

La Ue è da alcuni anni sotto attacco su tutti i fronti. Ancora il 22 aprile Donald Trump definiva «gli alleati» come peggiori dei nemici, perché si fanno difendere gratis dalla Nato a spese americane. Un pizzico di verità c’è, ma c’è soprattutto la totale cecità storico-geografica di un uomo incapace di andare oltre le tecniche populiste per raschiare il fondo del barile dei consensi e disposto a gettare a mare, per questo, il lavoro diplomatico di tre generazioni di leader che lo hanno preceduto. La Russia vuole sfasciare la Ue, per dominare in Europa, finlandizzandola e rompendo quindi anche la Nato, ed è attivissima su questo soprattutto come dezinformatzija, parola russa di origine rivoluzionaria prima del 1980 assente dai dizionari occidentali; la Cina vuole legare l’Europa alla sua economia; Trump vuole togliersi dai piedi la Ue per trattare commercialmente con ogni singolo Paese e poter fare la voce grossa, e sulla Nato subisce con rabbia i condizionamenti dei suoi militari della sua diplomazia e della finanza americana. Tre indicatori ci dicono quindi che a noi conviene tenerci l’Unione, anche quando non ci piace troppo, e farla avanzare.

NELLA PROPAGANDA DI MELONI E SALVINI IL DEBITO ITALIANO NON ESISTE

Scendiamo ora nella bottega nazionale. Giorgia Meloni come noto non sottoscrive questa visione, o meglio dice sempre che, comunque, l’unica vera risposta è quella nazionale: confini, dazi, bandiera. Se Matteo Salvini è un convertito al nazionalismo, è la leader di Fratelli d’Italia ad essere da sempre Italy first che poi vuol dire, come nel caso di America first, Italy alone.  E Giorgia Meloni avrà sempre, comunque vada, la sua riserva che i maligni definiscono «nostalgica» e che comunque ha fra le componenti di base quel “rapporto sereno con il fascismo” che è tutto suo. Ha sempre detto che l’Unione europea è un bluff e che ci danneggia. Comunque vadano ora il Recovery Fund e il resto, la Meloni si salverà, scornata se la Ue ne uscirà benino, ma si salverà. Chi rischia di uscirne distrutto è il già ammaccato campione sovranista, cioè nazionalista, Matteo Salvini. Sulla Ue non ha fatto altro che gettare insulti e dichiarazioni di guerra, a proposito e a sproposito. La sera del 23 aprile ha detto che «…si delinea una dipendenza perenne da Berlino e da Bruxelles…». E ha parlato di «sconfitta, fallimento, disfatta». Certamente per lui, se le cose vanno in un certo modo.

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Matteo Salvini e Giorgia Meloni. (Ansa)

Da tempo si resta molto perplessi a fronte di una parte dei connazionali, circa il 40% sia pure con nette divisioni fra i leghisti, incessantemente ispirati dai leader sovranisti Salvini e Meloni e dai loro lancieri, che parlano come se:

a) il debito pubblico non esistesse se non fossero mercati manipolati e partner malevoli a ricordarlo;

b) esistessero formule semplici per risolverlo;

c) potressimo applicare queste formule uscendo finalmente dall’euro e rinunciando allegramente all’ombrello monetario della Bce che non è un ombrello ma una galera.

La voragine mentale nella strategia sovranista sta nella totale sottovalutazione del debito pubblico italiano, che non considerano perché dicono di avere la bacchetta magica per risolverlo, cioè il ritorno alla banca centrale nazionale, alla lira, e alla creazione di moneta ad libitum. Il tutto è un grande bluff. Solo che accettare di vederlo mettendo le carte in tavola, rischia di costarci molto caro, la fine dell’Italia moderna. Occorre capire il bluff senza arrivare a quel punto. Ci sono validissimi argomenti, basta un poco di storia monetaria e di buon senso, per sostenere che il ritorno alla lira, elemento fondamentale nella strategia salviniana, ci porterebbe al disastro. Perderemmo fra l’altro quell’ombrello Bce che al momento sta tenendo a galla il debito pubblico italiano e lo farà ancora per molto. Avranno gli italiani questo realismo o preferiranno un gesto di sfida dannunziano, sciocco sterile e profondamente autolesionista?

SE L’EUROPA FALLISCE I NOSTRI SOVRANISTI TORNERANNO FORTI

Il pacchetto europeo, una volta pronto cioè verso metà giugno al più tardi, andrà in parlamento. Poi ci sarà forse il capitolo di impiego dei crediti e degli aiuti. Non si vorrebbero vedere province con nessuna vera industria e poche imprese ricevere cospicui aiuti “industriali” a un’industria che non c’è. Superata si spera l’emergenza non solo sanitaria ma economica, fra un anno o due quindi, il debito oggi a briglia sciolta inevitabilmente tornerà ad essere il nodo centrale della politica italiana, più alto di oggi e quindi più centrale. Bisognerà comunque incominciare a farlo scendere. Salvini in modo ingenuamente smaccato, Meloni più in sottinteso, e gli ineffabili oracoli salviniani Alberto Bagnai e soprattutto Claudio Borghi, in modo ridicolo hanno sempre detto di avere la bacchetta magica. Se ci salviamo dal coronavirus e dalle sue conseguenze, con un aiuto dall’Europa che non sfiguri a fronte del tanto invocato Piano Marshall (ci saranno in proporzione assai meno dei soldi gratis del 48-52, ma è importante che ci siano), non si sa quanti continueranno a credere in Matteo Salvini. Se invece anche quello europeo sarà un bluff, anche Salvini tornerà a bluffare, e alla grande.