Il reddito di cittadinanza è pignorabile?

27 Febbraio 2019 18.00
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Con il via libera del Senato al Decretone, si avvicina sempre più il momento in cui il reddito di cittadinanza sarà finalmente realtà. Ma c'è un rischio che il governo non sembra avere calcolato: quei soldi potrebbero essere attesi con ansia non solo da tutti coloro che ne hanno diritto, ma anche dai loro creditori. Essendo infatti un importo a sostegno dei meno abbienti, ci sono buone probabilità che i destinatari abbiano contratto debiti. E non solo con il padrone di casa o il macellaio all'angolo, ma pure con soggetti economicamente forti, come le banche.

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I CASI DI INADEMPIENZA

Pensiamo al caso, tutt'altro che raro, di inadempienza rispetto al pagamento delle rate di mutui e finanziarie. Se così fosse, si arriverebbe al paradosso che la misura bandiera del Movimento 5 stelle, appena atterrata sulla card dei bisognosi, finisca in ben altre tasche, lasciando i beneficiari con un pugno di mosche in mano. Il reddito di cittadinanza è pignorabile? Pare impossibile, ma la legge non lo dice. Abbiamo tentato di capirlo con Andrea Brunelli, avvocato esperto in diritto del Lavoro.

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DOMANDA. Avvocato, c'è molta confusione sulla consistenza e sulla portata del reddito di cittadinanza. Può spiegare anzitutto in cosa consiste?
RISPOSTA.
Dal 6 marzo sarà possibile presentare la domanda per ottenere il reddito di cittadinanza, tramite il sito che il governo ha lanciato lo scorso 4 febbraio. È uno strumento del quale si è parlato moltissimo e, anche per questo, si è creata confusione. Per essere certi di avere chiari limiti e contorni della misura in esame, occorre restare fedeli al dettato normativo e cioè il Decreto Legge N. 4/2019 che, all'articolo 1, fornisce la definizione della misura.

Cioè?
Si tratta di una «misura fondamentale di politica attiva del lavoro a garanzia del diritto al lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale, nonché diretta a favorire il diritto all’informazione, all’istruzione, alla formazione, alla cultura attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro. Costituisce livello essenziale delle prestazioni nei limiti delle risorse disponibili».

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Chi ne beneficerà?
I requisiti per accedere al reddito di cittadinanza sono, in estrema sintesi, i seguenti: essere cittadino italiano o di un Paese comunitario o straniero con un permesso di soggiorno di lungo periodo; essere residente in Italia da almeno 10 anni; avere un Isee inferiore a 9.360 euro annui; non disporre di beni mobili con valore superiore a 6 mila euro; avere un reddito familiare complessivo inferiore a 6 mila euro, soglia che aumenta a 9.630 euro per chi vive in affitto; nessun componente del nucleo familiare deve possedere auto o moto di grossa cilindrata né navi e imbarcazioni da diporto e deve essersi dimesso senza giusta causa nei 12 mesi precedenti.

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I requisiti finiscono qui?
No, in presenza di quelli appena ricordati occorre dichiararsi immediatamente disponibili al lavoro e sottoscrivere un percorso per l'inclusione sociale e lavorativa, che comprende, fra le altre cose, terminare gli studi, essere disponibili al servizio per la comunità, riqualificarsi professionalmente e ricercare attivamente un lavoro.

A quanto ammontano gli importi erogati?
Gli importi erogati variano fino a un massimo di 780 euro al mese per chi è in affitto. La misura può durare al massimo 18 mesi rinnovabili di altri 18 e si interrompe in caso di accettazione di un'offerta di lavoro o di rifiuto di un'offerta congrua.

Quando un'offerta di lavoro è “congrua”?
Viene considerata tale se la possibile nuova occupazione si trova entro i 100 chilometri nei primi 6 mesi di erogazione ed entro i 250 km a decorrere dal sesto mese e un giorno. Se in famiglia non vi sono minori o disabili è altresì ritenuta congrua, dopo i primi 18 mesi, un'offerta in qualsiasi zona del territorio nazionale e il beneficiario riceverà altre tre mensilità di reddito per coprire le spese di trasferimento.

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Si è parlato molto anche dell'aspetto sanzionatorio…
Sì. Vi sono sanzioni per evitare indebite percezioni del reddito: chiunque richieda il beneficio fornendo con dolo dati e notizie false, incluso l’occultamento di redditi e patrimoni, è punito con la reclusione da 1 a 6 anni, oltre alla decadenza dalla misura e al recupero delle somme indebitamente percepite. Alle medesime sanzioni soggiace chi collabori occultando redditi o patrimoni al fine di di usufruire della misura.

C'è il rischio che ad attendere il reddito non vi siano solo i diretti interessati, ma anche i loro creditori…
Sì, se una persona si trova nelle condizioni di poter chiedere il reddito di cittadinanza è probabile che abbia qualche debito. I creditori potrebbero beneficiare indirettamente del reddito di cittadinanza, cercando di pignorare gli importi erogati in favore del destinatario proprio mediante il pignoramento presso terzi.

Di cosa si tratta?
È una procedura diffusissima quando si tenta un recupero coattivo dei crediti. Generalmente vengono sottoposte a pignoramento presso terzi le retribuzioni e le pensioni, nella misura massima di 1/5 del loro valore, o i conti correnti attivi presso gli istituti bancari e postali.

Tutte le sostanze possono essere pignorate?
No. Il Codice di procedura civile elenca, all'articolo 545, i crediti impignorabili. Tra questi troviamo i crediti alimentari, tranne nelle cause di alimenti. Non si possono pignorare poi i sussidi per i poveri, i sussidi per maternità, malattie o funerali.

Il decreto legge nulla dice sulla pignorabilità del reddito di cittadinanza. Dato il silenzio normativo, il legislatore ha evidentemente preferito delegare tutto alla magistratura

Cosa dice la legge che istituisce il reddito di cittadinanza sulla sua pignorabilità?
Qui sta l'aspetto più curioso della novella legislativa: il decreto legge nulla dice sulla disciplina di pignorabilità del reddito di cittadinanza. Dato il silenzio normativo, il legislatore ha, evidentemente, preferito delegare tutto alla magistratura.

Quindi è pignorabile?
A una prima analisi, non essendoci ancora, ovviamente, ordinanze e sentenza della magistratura, il reddito di cittadinanza parrebbe pignorabile in quanto non sarebbe inquadrabile quale misura assistenziale a sostegno dei poveri ma come misura di politica attiva del lavoro, come testimoniato anche dagli sgravi contributivi disposti in favore della azienda che assumono un beneficiario del reddito.

Forse si estenderà per analogia ciò che si prevede per misure simili: Rei, assegno sociale, pensione sociale, Naspi…
Il Rei, reddito di inclusione, è una misura espressamente a sostegno dei poveri e, pertanto, impignorabile, così come l'assegno sociale che, essendo destinato a chi non può lavorare, ha esclusivamente lo scopo di contrastare la povertà. Anche la pensione di cittadinanza non è pignorabile, essendo anch'essa una misura volta a contrastare la povertà. La Naspi, quella che nel linguaggio comune viene chiamata "disoccupazione", è una misura in favore di chi perde involontariamente il proprio lavoro, ossia chi subisce un licenziamento o si dimette per giusta causa cioè per mancato pagamento delle retribuzioni, per mobbing, per molestie, entro l'anno di vita del figlio, e così via. È possibile pignorarla ma non oltre l'importo di 672 euro circa, considerato dalla magistratura il minimo vitale e sempre nella misura di un quinto dell'eccedenza. Per esempio, se un soggetto percepisce 900 euro è pignorabile il quinto della differenza fra 900 e 672, cioè circa 46 euro.

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