Francesco Pacifico

Il reddito di cittadinanza scatena la guerra sui poveri

Il reddito di cittadinanza scatena la guerra sui poveri

11 Febbraio 2019 07.00
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Dalla guerra tra poveri a quella intorno ai poveri – con il reddito di cittadinanza – il passo è breve. Il provvedimento, infatti, mette all'angolo l'associazionismo, i sindaci, i sindacati e le aziende. Infatti, parallelo alla denuncia dei limiti della misura (pochi fondi rispetto alla platea, le famiglie numerose penalizzate rispetto ai singoli, le strutture arretrate), c'è uno scontro di potere e di natura politica che vede fronteggiarsi governo, enti locali e quelli che un tempo si chiamavano corpi intermedi. Con il reddito di cittadinanza lo Stato accentra nuovamente su di sé tutte le politiche contro l'indigenza e il disagio sociale (compreso quello legato alla disoccupazione), non riconoscendo e rischiando di spazzare via tutto quello che in questi anni è stato fatto dal terzo settore, dai Comuni, dai Regioni, dai sindacati e dal mondo delle imprese. Senza dimenticare che a regime il programma varrà oltre 7 miliardi di euro, più del doppio di quando si spende ora in questa direzione.

IL REDDITO DI CITTADINANZA E LA CENTRALITÀ DELLO STATO

Il reddito di cittadinanza ha l'ambizione, o la presunzione, di diventare uno strumento unico contro ogni forma di difficoltà economica e sociale: affronta sia la povertà integrando il reddito sia la disoccupazione. E su questo fronte lo Stato non si mette soltanto a offrire percorsi di formazione, ma si pone anche come intermediario tra la domanda e l'offerta di lavoro. Il tutto in un Paese, l'Italia, dove tra sussidi e agevolazioni fiscali sono in piedi circa una ventina di meccanismi nati in questa direzione. Ma soprattutto riporta a livello centrale tutte le strategie di contrasto all'indigenza: attraverso l'Anpal, agenzia governativa sotto il ministero del Lavoro, si prova a uniformare l'opera dei centri per l'impiego regionali; la card con la quale si erogano i soldi è gestita da Poste, il cui azionariato per oltre il 60% è pubblico; non è stato chiarito ancora il ruolo delle agenzie di lavoro private, mentre l'associazionismo è fuori dalla gestione dei programmi contro la povertà.

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LA DENUNCIA DELLE ACLI

In audizione al Senato, Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli oltre che portavoce dell’Alleanza contro la povertà, ha definito «un peccato» il fatto che il mondo dell'associazionismo – quello che ha costruito il Rei – «non sia stato coinvolto nella fase preparatoria del decreto». Per poi stigmatizzare «un sistema di governance che non valorizza adeguatamente il contributo dei diversi attori, pubblici e privati, in particolare il terzo settore e le parti sociali, impegnati nella lotta contro la povertà». Il riferimento è a quelle «articolate componenti nella programmazione e nella realizzazione di una strategia integrata di risposte locali contro la povertà in collaborazione con tutti gli attori della rete»: mense, luoghi di ricovero e di accoglienza, percorsi di assistenza per disoccupati, malati cronici e tossicodipendenze, attraverso i quali il mondo dell'associazionismo spende circa l'80% dei 9,1 miliardi di euro raccolti ogni anno con la beneficenza.

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TAGLIATI I FONDI ALLE REGIONI

Si sentono esclusi anche gli enti locali. Le Regioni, che si sono viste scippare nel "decretone" circa mezzo miliardo di euro per il rilancio dei centri per l'impiego e l'assunzione dei dipendenti necessari, hanno chiesto al governo di mantenere il modello attuale realizzato intorno al Rei. Stefano Bonaccini, governatore dell'Emilia-Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni, ha denunciato: «Il primo effetto del reddito è stato azzerare quanto faticosamente costruito in Emilia-Romagna: abbiamo istituito il reddito di solidarietà regionale, che integra il Rei, affidandone la gestione ai servizi sociali dei Comuni. Ora si dice ai sindaci che cambia tutto, con il risultato di mettere in crisi i nostri centri per l’impiego, che oggi si occupano di presa in carico, orientamento formativo, incontro tra domanda e offerta di lavoro. E non possono diventare sportelli per sussidi». I sindaci – e la questione ha non poche ricadute in termini di consenso – con il sussidio lasciato in eredità dal governo Gentiloni hanno mappato le sacche di povertà nel loro territori, hanno creato collegamenti con le associazioni impegnate nei quartieri, e riescono a dare (seppure di entità limitata) risposte economiche ai bisogni dei loro elettori.

A SINDACATI E CONFINDUSTRIA LE BRICIOLE

Il reddito di cittadinanza rischia, poi, definitivamente di ridurre al minimo il potere d'interdizione che sindacati e associazioni datoriali hanno sulle politiche del lavoro. Nei percorsi di formazione il vero player è il pubblico. Vista la platea del reddito (poco scolarizzata, disoccupata da tempi immemori, fuori dalla rivoluzione digitale) le risorse saranno monopolio di soggetti poco appetibili per le aziende. Senza dimenticare che gli incentivi per chi assume, come detto destinati a lavoratori fuori dal mercato, finiranno negli anni per erodere la quantità di sgravi che in questi anni il governo ha utilizzato per tagliare il cuneo fiscale e sostenere il welfare aziendale, al centro dei contratti nazionali firmati dalle parti sociali. In quest'ottica, almeno per ora, i sindacati e Confindustria dovranno accontentarsi delle briciole: il ristorno delle pratiche per il calcolo degli Isee fatte dei Caf, dove i confederali la fanno da padrone, e la formazione in outsourcing per agenzie del lavoro e gli enti bilaterali, quando i soggetti pubblici non riusciranno a erogarla da soli.

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