Massimo Del Papa

Referendum in Lombardia e Veneto e la questione settentrionale mai risolta

Referendum in Lombardia e Veneto e la questione settentrionale mai risolta

23 Ottobre 2017 08.16
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Tempo di referendum secessionisti, autonomisti, in Catalogna come nel lombardo-veneto italiano. Casomai non mancassero i motivi di preoccupazione, di ansia. Ragioni diverse, prospettive diverse, ma identica la smania, anche la furia che porta a distinguersi, a non volerci stare più tutti sotto il medesimo ombrello. Vittorio Feltri va giù duro: «Chi non vota sì al referendum è un ladro o una spia. L'autonomia è un diritto e non una concessione. Almeno questo sia chiaro». E accetta di tenere per «le locomotive lombarda e veneta» non il 100% dei tributi, ma la metà sì, perché la sola Lombardia versa allo Stato 54 miliardi l'anno, «cifra enorme che viene sperperata per mantenere orde di parassiti e di evasori seriali» che Feltri evidentemente colloca o identifica nel solo Mezzogiorno.

LA QUESTIONE SETTENTRIONALE. Mario Sechi, su List, il suo intrigante progetto per una informazione selettiva e di qualità, è più analitico ma anche lui sembra propendere per le ragioni referendarie: «La questione settentrionale non è aperta, è apertissima, erutta cenere, lava e lapilli sotto forma di risultati raggiunti, cose fatte, relazioni internazionali, futuro. Il Mezzogiorno è una specie di aggregazione informe di sultanati dove il capo locale dispone, ordina, controlla, per assenza dello Stato centrale e presenza famelica dei clientes, di una politica unitaria, e per convenienza personale. Il localismo è una malattia dell'essere. De Luca domina in Campania, dove addirittura abbiamo la singolare città stato in cui regna De Magistris; Emiliano fa altrettanto in Puglia; poi c'è la Calabria infelix dove chi governa non ha importanza perché a fare e disfare ci pensa quella cosa chiamata 'ndrangheta; la Basilicata che non estrae nemmeno il suo petrolio; la Sicilia che vota il 5 novembre ma resta e resterà un enigma; la Sardegna così sola al centro del Mediterraneo da essere dimenticata nelle cronache nazionali. Non è un puzzle, è l'esplosione in mille pezzi di un bicchiere che cade in terra».

Perché citiamo gli interventi di due giornalisti? Perché potrebbero essere stati scritti 25, 100 anni fa e perfino ai tempi dell'Unità d'Italia. Se si vanno a confrontare le note dei meridionalisti dell'epoca e degli storici che di quel periodo si occuparono, si trovano grossomodo le stesse lamentazioni. Sentite lo storico meridionale Gaetano Cingari: «Il protezionismo in una economia fortemente arretrata e priva di materie prime impediva il ribasso dei prezzi e il progresso tecnico». E il collega Carlo De Cesare: «L’industria napoletana era armonica, ma sostanzialmente immobilista e senza prospettive. Le campagne separate dalla capitale con scarsissime comunicazioni, un livello culturale infimo, debolissime attrezzature civili. La preoccupazione costante dei Borboni, esplicitamente dichiarata, era di conservare l’industria dentro questi stretti limiti. Già prima del 1860 l’industria tessile che era a Napoli il ramo più importante della industria attraversava difficolta gravissime data l’estrema ristrettezza e povertà del mercato».

LA «TERRIBILITÀ DEL MEZZOGIORNO». Ancora, lo studioso francese Fulchignon sulle condizioni dell'agricoltura meridionale al tempo dell'Unità d'Italia: «O il latifondo o contadini troppo poveri e troppo ignoranti per diventare imprenditori e correre rischi. Si accontentano di piantare qualche olivo e dei gelsi e vivono in condizioni bestiali»; «ovunque, riferisce un ispettore governativo, miseria e fame e il ricorso da parte dei contadini a erbe malsane e a ghiande per la nutrizione«. E Giustino Fortunato parlava di «terribilità del Mezzogiorno». Viceversa, ciò che sostenevano contemporanei e storici dell'Unità si riverbera nell'attuale. Nel 1991 Giorgio Bocca poteva scrivere un libro dal titolo programmatico, La disunità d'Italia, dove contestava la questione meridionale come impostata da Gramsci, mettendo in discussione una asserita sostanziale parità di condizioni tra Nord e Sud al tempo dell'annessione.

Disunità d'Italia vuole dire che il Paese non è mai stato uno e trino ma solo trino, un mosaico, una terra a macchie di leopardo che non hanno mai fatto il leopardo

Molto più recentemente, dati e situazioni storiche che avrebbero penalizzato il Sud per mano piemontese sono stati demoliti dallo storico economico Emanuele Felice, per il quale la causa primaria del ritardo e del sottosviluppo è da rilevarsi nell'atteggiamento parassitario delle classi dominanti meridionali, che, di concerto alla criminalità organizzata, avrebbero mantenuto l'intera regione, o meglio complesso di regioni, in una situazione di parassitismo e di sfruttamento delle rendite (quelle loro, s'intende). Scrive Felice nel suo saggio Perché il Sud è rimasto indietro (il Mulino) del 2014: «La strategia giusta dovrebbe invece puntare a modificare radicalmente la società meridionale, spezzando le catene socio-istituzionali che condannano la maggioranza dei suoi abitanti a una vita peggiore di quella dei loro concittadini del Nord; annientare la criminalità organizzata, eliminare il clientelismo, rompere il giogo dei privilegi e delle rendite. Riconvertire cioè le istituzioni del Mezzogiorno da estrattive a inclusive, passando per la trasformazione delle strutture sottostanti».

L'ETERNO RITORNO DELLE SMANIE BOSSIANE. Facile a dirsi! Ma se le diagnosi, e anche le prognosi ancora ricalcano le grida d'allarme e di dolore di oltre un secolo e mezzo fa, se vale ancora la retorica pirandelliana delle «due stirpi con vicenda ineguale di nascita e di morte», se insomma si torna alle intuizioni e alle smanie bossiane di 30 anni orsono, al vuol dire che c'è qualcosa di circolare, che non si riesce a spezzare e va oltre la danza dei paralleli.

Che Milano sia meglio di Roma, che il Nord continui a tirare rispetto al Sud, sono evidenze che ciascuno può analizzare come meglio crede. Si può continuare a considerare, con certo ceto intellettuale meridionale, il Mezzogiorno quale eterno ostaggio del Settentrione, oggi come più di ieri con la narrazione gomorristica che concentra ogni causa nell'impatto criminale e assolvendosi così da tutto il resto. Si può considerare la salita costante della Linea delle palme di Sciascia, una meridionalizzazione nel peggio dell'intero territorio nazionale. Ma se una consultazione popolare serve al compacimento di chi la indice, serve a poco.

UNA DIFFIDENZA CHE SA DI INSOFFERENZA. L'Italia soffre nel complesso, è in forte ritardo socioeconomico in blocco, anche la parte di sopra ha problemi enormi, in parte comuni al resto in parte specifici, e, quando brilla, spesso lo fa per giustapposizione, per confronto con un Sud che comunque non è tutto uguale. Da cui la diffidenza che un secolo e mezzo di nazione comune non è riuscito a sanare: ed è una diffidenza che sa di insofferenza, che, al di là della diversità del reddito, dell'organizzazione, delle prospettive, si tinge di distacco atavico, quasi genetico. Disunità d'Italia vuole dire che il Paese non è mai stato uno e trino ma solo trino, un mosaico, una terra a macchie di leopardo che non hanno mai fatto il leopardo; vuol dire che le diversità, a volte abissali, coinvolgono mentalità e tipologie umane; che la voglia di distacco del Nord rispetto al Sud si può leggere anche in senso contrario, come sa chi ha avuto la ventura di vivere nei due emisferi, vantando origini comuni: se sei un settentrionale con radici mediterranee, il tuo destino è di non trovare patria, verrai tenuto in fama di terrone al Nord così come di polenta, di nordista se scendi, il «ma lei non è di qua» che ti segue come ombra o maledizione, la misura di una distanza anche sfumata, anche cordiale, ma che non colmi mai completamente. Sempre sarai esule, tu che arrivi.

UNITI NEL FAMILISMO AMORALE. Non è solo la sociologica economica della ricchezza pro capite, c'è qualcosa d'altro, di più profondo che investe le attitudini, le mentalità profonde. Il Paese disunito è fatto di due blocchi separati, ma, all'intero di questi, ottomila sono i campanili che dividono e, in essi, miriadi le famiglie, i clan, le tribù. Non c'è mai stato un ubi consistam, incompatibili i linguaggi, le abitudini gastronomiche, le concezioni della vita, solo la globalizzazione consumistica ha potuto legare, amalgamare in parte le due, le mille Italie. Paradossalmente, ciò che da sempre unisce il Paese dalle Alpi al Lilibeo, che lo omogeneizza, è la sua frammentazione, il familismo amorale di Banfield a Montegrano, il particulare machiavellico e guicciardinesco.

INCAPACI DI FARE SISTEMA. Per dire l'incapacità di fare fronte comune in qualsiasi situazione. Plurimi sono i distretti industriali italiani, diversissimi per composizione, storia, performance, ma tutti fratelli in una consapevolezza: «Non sappiamo unirci, non sappiamo crescere, non riusciamo a 'fare sistema'». D'accordo, l'effervescenza polverizzata degli artigiani e piccoli imprenditori ha fatto buona parte della fortuna del Nord. Ma anche tra quelli risuona ancor oggi come un secolo fa il grido: «Quel là, s'el ga dà?», io faccio la mia parte, ma quell'altro cosa fa?

Certo, Sechi ha ragione, il Sud ha problemi localistici anche demenziali, Roma è una balena mediterranea spiaggiata che sconta il velleitarismo grillino non meno di quello centralistico di una sinistra di governo impreparata a fronteggiare un divenire continuo dalle complessità inusitate. Ma nella Milano che vuole distinguersi, la giunta progressista dalle magnifiche sorti lancia un servizio nordeuropeo o cinese di biciclette pubbliche e i bravi cittadini o le scaricano nel Naviglio o le sfasciano oppure le requisiscono e le subaffittano, insomma ci fanno su un patetico racket. La cialtronaggine spicciola non ha alibi referendari sul marciapiede di via Lanzone, dove la madama in silicone e mocassini ti viene sopra col velocipede finto-vintage e se le chiedi «Ma dove va, scusi?», senza neanche guardarti ti solleva il medio ingioiellato.

UN REFERENDUM NON BASTA. La risposta consultiva di Veneto e Lombardia è stata dirompente e non potrà essere sottovalutata, difficile poter pensare che anche questa nuttata ha da passà. Che il Sud fuori dall'Europa si sia accomodato fin che ha potuto nel suo ruolo di zavorra, è innegabile. Ma che un referendum autonomista possa risolvere problemi incorporati anche al Nord, questo è tutto da dimostrare.

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