Il Pd e la sciagurata idea di un referendum sui grillini

Paolo Madron
20/03/2018

Se per caso prevalesse il sì all’alleanza col M5s, la scelta per gli attuali vertici del partito sarebbe obbligata. Cosa che delegittimerebbe pesantemente quel congresso che in molti chiedono.

Il Pd e la sciagurata idea di un referendum sui grillini

Piero Ignazi, che è un politologo assai autorevole, sostiene praticamente dall’indomani delle elezioni che il Pd dovrebbe sporcarsi le mani, e non rintanarsi sull’Aventino, come molti dei suoi dirigenti vorrebbero fare. Per sporcarsi le mani il professore intende, e lo ribadisce in una intervista al Fatto quotidiano del 20 marzo, andare a vedere cosa il Movimento 5 stelle propone ed eventualmente sedersi attorno a un tavolo per abbozzare l’ipotesi di un governo in funzione anti leghista. L’argomento principe a sostegno di questa tesi viene dall’analisi dei flussi elettorali, là dove si evince chiaramente che i voti persi dal Pd sono andati per la gran parte ai pentastellati. Quindi c’è un po’ di sinistra dentro al Movimento che costituisce una sponda da cui partire.

Se per caso al referendum prevalesse il sì all’alleanza, la scelta per gli attuali per quanto provvisori vertici del partito sarebbe obbligata

Ignazi però, sempre nella citata intervista, sostiene anche che in questa fase, con le ferite ancora aperte, sarebbe una sciagura se il Pd appoggiasse in qualsivoglia forma un governo a guida Di Maio. «Si farebbe del male», afferma testualmente, alludendo al fatto che quello che resta il principale partito della sinistra avrebbe ancora più da perdere nell’accettare un ruolo subalterno. L’idea comunque, e anche questa gode di un certo sostegno dentro e fuori il partito, potrebbe essere quella di interpellare la base, ovvero indire un referendum tra gli iscritti per sapere se ritengano conveniente o mortale l’eventuale abbraccio con i pentastellati. Un modo insomma per tagliare la testa al toro.

IL RISCHIO DI DELEGITTIMARE VERTICI E CONGRESSO. Idea altrettanto sciagurata quasi quanto andare con loro al governo. I referendum comportano la brutta conseguenza che il risultato, specie se caricato di messianiche attese, deve essere tenuto in considerazione. Nella fattispecie, hanno anche un sentore delegittimante per la dirigenza del partito. Come dire: noi sull’eventuale abboccamento con i 5 stelle non sappiamo che pesci pigliare, a questo punto elettori del Pd dateci voi la linea. Ergo, se per caso prevalesse il sì all’alleanza, la scelta per gli attuali per quanto provvisori vertici del partito sarebbe obbligata. Cosa che delegittimerebbe pesantemente quel congresso che tutte le componenti piddine invocano come passaggio fondante della possibile rigenerazione.

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Si può immaginare un congresso che smentisce l’esito di una consultazione referendaria decidendo di non cedere alla profferte grilline e nemmeno alle sinuose pressioni di Mattarella? Quindi è forse il caso di abbandonare la balzana tentazione e cominciare il non facile percorso di palingenesi rassegnandosi serenamente a saltare un giro restando all’opposizione. La lenzuolata di analisi sulla sconfitta con cui dalle colonne del Foglio Nicola Zingaretti, neo confermato presidente della Regione Lazio, lancia la sua candidatura alla segreteria del partito, è lì a dimostrare che nel Pd le idee sono ancora poche, confuse e velleitarie.