Antonietta Demurtas

Regno Unito, la dolce vita dei sindacalisti

Regno Unito, la dolce vita dei sindacalisti

14 Agosto 2016 10.00
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Nel Regno Unito la Brexit ha segnato la fine di un’era.
Ma il senso di appartenenza nei confronti dell’Unione europea non è l’unico a essere venuto meno.
I cittadini britannici sono sempre più lontani anche da un’altra istituzione: quella delle Union, ossia i sindacati.
Come nei confronti di Bruxelles è la distanza tra la classe dirigente sindacale e i suoi iscritti a determinare la crisi.
L’incapacità di capire e risolvere i problemi della working class britannica, conosciuta in tutto il mondo per forza contrattuale, capacità di organizzarsi e scendere in piazza per protestare, sta lasciando un vuoto che sono gli stessi sindacalisti a vedere.
Anche se sono ancora pochi quelli disposti ad assumersi le responsabilità di questo divorzio.
MEA CULPA SUL GUARDIAN. L’8 agosto 2016, a fare un mea culpa pubblico sulle pagine del quotidiano The Guardian è stato un rappresentante sindacale britannico.
In forma anonima ha raccontato una vita passata a rivendicare la propria appartenenza politica a sinistra e a difendere i diritti dei lavoratori, per poi dover ammettere che quel sindacato nel quale ha tanto creduto è destinato a scomparire perché ha perso ideali, forza, onestà.
STRAPPO ANCHE IN ITALIA. Una denuncia che ricorda molto quella fatta nel 2015 da un sindacalista veronese della Cisl, che ha accusato i vertici di elargire maxi stipendi ai suoi dirigenti, proprio in un momento in cui la maggior parte degli iscritti faticavano a portare a casa la busta paga.
La storia aveva aperto una ferita, l’ennesima, nel mondo sindacale italiano, già colpito dal drastico calo degli iscritti: la Cgil ha perso circa 700 mila tessere dall’inizio del 2015.
«Colpa della crisi e dell’aumento del lavoro precario», hanno spiegato dall’organizzazione di Susanna Camusso.
IN UK LA CRISI È INTERNA. Ma se è proprio la perdita di iscritti ad accomunare ormai tutte le forze sindacali europee, nel Regno Unito c’è chi cerca di trovare all’interno dell’organizzazione le ragioni della crisi.
L’obiettivo, una volta entrato a far parte del sindacato, era «unirsi alla causa, fare la mia parte per far sì che il Labour party tornasse al potere», scrive il sindacalista britannico, ricordando i tempi nei quali l’intelligencia sindacale era capace di «illuminarlo con grandi teorie politiche».

I guai nel Regno Unito: sindacati senza né leader né organizzazione

Tempi che sembrano però finiti per sempre.
Oggi «la realtà è diversa», ammette con amarezza il sindacalista.
«Ci sono troppe opinioni, troppe discussioni e non abbastanza decision maker», dice. 
Critica una mancanza di leadership all’interno della sinistra e dei sindacati. Insomma, mancano i capi illuminati di un tempo. 
«Una gestione debole», commenta, «è il sintomo di una totale mancanza di coerenza nell’organizzazione: tutti sono concentrati a lavorare su un proprio progetto piuttosto che fare qualcosa insieme, come una vera squadra».
L’unione fa la forza sembra essere ormai solo uno slogan. L’individualismo ha preso il potere anche all’interno dei sindacati.
CALO DI ISCRITTI IGNORATO. Ognuno pensa per sé. E il risultato, visibile a tutti, è un calo delle iscrizioni. «Ma il problema che ogni mese perdiamo molti iscritti non viene mai affrontato», denuncia il britannico. Così non soprende il fatto che «l’adesione agli scioperi sia al suo livello più basso».
Secondo gli ultimi dati nel 2015 si è registrato il più basso numero di scioperi dall’inizio delle rilevazioni nel 1893. Per quanto lo sciopero sia l’ultima risorsa per i lavoratori perché comporta per loro la perdita del salario, il fatto che solo 170 mila giorni siano stati persi in scioperi nel 2015 (rispetto ai 29,5 milioni nel 1979) indica quanto la stragrande maggioranza dei lavoratori si senta debole nel mercato del lavoro di oggi.
STIPENDI INDIETRO TUTTA. Il Regno Unito è allo stesso livello della Grecia per quanto riguarda la bassa crescita degli stipendi.
A venire meno è il ruolo principale dei sindacati che consiste nel regolare l’offerta di lavoro, negoziando paghe e condizioni attraverso lo sciopero.
Ma, come dimostra la recente ricerca del Trades Union Congress (Tuc), la Confederazione che unisce i sindacati del Regno Unito, in tutto 58, i salari dei lavoratori sono scesi ulteriormente in Gran Bretagna dal 2007 più che in tutti gli altri 28 Paesi Ocse, eccetto la Grecia.
Un calo dovuto anche alla minore capacità dei sindacati di contrattare, e alla mancata adesione agli stessi da parte dei lavoratori.
ADESIONE A QUOTA 26%. Nel settore privato che occupa la maggior parte della forza lavoro, l’appartenenza sindacale è solo del 14%, molto più elevato nel settore pubblico (56%). A livello complessivo è però ferma al 26%.
L’adesione è diminuita drasticamente negli anni 1980 e 1990 in seguito alle misure contro i sindacati del governo Thacher, passando da 13 milioni nel 1979 a circa 7,3 milioni nel 2000.
Nel settembre 2012 il tasso di sindacalizzazione è sceso al di sotto di 6 milioni per la prima volta dal 1940 per poi risalire di poche unità.
Secondo il Bollettino statistico del Trade Union Membership 2014 il numero dei dipendenti iscritti al sindacato è di circa 6,4 milioni, 40 mila in meno rispetto al 2013.
Considerando che i lavoratori britannici sono 31 milioni, i membri del sindacato britannico occupano quindi una piccola parte della forza lavoro della Gran Bretagna.

La vita da sindacalista? Si lavora poco e si guadagna bene

E uno dei problemi della sempre maggiore lontanza della classe lavoratrice dai sindacati non è solo la crisi economica, ma anche il fatto che nelle organizzazioni sindacali «personalità molto forti sono state autorizzate a fare quello che volevano e a limitarsi a seguire l’orario di lavoro».
Così una giornata tipica di un sindacalista britannico è oggi ben lontana da quella passata in fabbrica a lottare insieme ai lavoratori, a discutere con i datori di lavoro e a protestare in piazza.
TRA CAFFÈ E QUALCHE EMAIL. Ma consiste, spiega il sindacalista anonimo, «nel preparare un bricco di caffè, rispondere alle email degli iscritti, declinare educatamente le proposte commerciali fatte dai call center, rispondere con un: ”Non ne ho idea”, quando il resto del personale mi chiede che cosa deve fare. E limitarmi a navigare su internet mentre aspetto che il mio capo mi dia un po’ di lavoro da fare».
In pratica, ammette, «dire che sono sotto utilizzato è un eufemismo. Eppure, nonostante i difetti, le mancanze, resterò qui a lungo, perché i benefici, come ci si aspetterebbe da un sindacato, sono incredibili».
STRAORDINARI, QUESTI SCONOSCIUTI. A differenza dei lavoratori iscritti al sindacato, i loro rappresentanti hanno un «orario di lavoro breve, e nessuno si sognerebbe di fare gli straordinari, lunghe vacanze, uno stipendio molto buono, soprattutto se si considera la quantità di lavoro che devo fare, una grande pensione e la possibilità di partecipare a qualsiasi corso di formazione».
Insomma, una pacchia, che stride con la vita degli iscritti.
Un lavoro quello del sindacalista che nessuno, una volta intrapreso, vuole quindi «abbandonare sino alla pensione, anche davanti a un’altra buona offerta», perché, spiega, «le persone si rendono conto che alla fine conviene comunque rimanere qui e fare poco più che controllare la posta, e avere garantito lo stesso stipendio».
ANALFABETISMO INFORMATICO. Una sorta di parassitismo che contraddistingue sempre più l’intera classe sindacale, ormai definita «una forza lavoro che invecchia, senza nuove idee. Gli attivisti sono analfabeti informatici, preferiscono stampare i messaggi di posta elettronica, invece di inviarli via internet», è il racconto.
«Una volta fui deriso per aver suggerito di provare ad avere un ufficio senza carta e salvare le foreste pluviali. Abbiamo troppi membri vecchi. A loro piace compilare moduli, mi è stato detto».

Membri sempre più vecchi

Nel 2014, circa il 38% dei membri sindacali erano di età superiore ai 50 anni.
La percentuale di iscritti al sindacato di età inferiore a 50 è scesa dal 1995, mentre la proporzione di età superiore a 50 è aumentata.
I dipendenti con 10 o più anni di servizio costituiscono circa il 52% di tutti i membri del sindacato, ma solo il 31% di tutti i dipendenti.
Un sindacato vecchio che rappresenta vecchi. Ed è per questo motivo che «il nostro tentativo di parlare di diversità, di appartenenza, è definito pallido, maschile e stantio», è la riflessione.
NIENTE DONNE E GIOVANI. «È raro vedere una donna in qualsiasi riunione o in qualsiasi commissione. O un giovane o chiunque di una minoranza etnica».
Per non parlare, infine, dello «spreco della quota di iscrizione dei nostri utenti, che è scandaloso», è l’ultima denuncia.
«La conferenza annuale necessita di così tanto tempo per essere organizzata e costa una piccola fortuna, il tutto per permettere a un gruppo di vecchi di trascorrere un paio di notti lontano da casa in una città di mare a bere abbondanti quantità di alcol».
UNA SPERANZA DI NOME CORBYN. Il quadro che ne viene fuori è quello di una lenta e inesorabile débâcle dei sindacati britannici.
Per questo «quando i potenziali membri mi chiedono perché dovrebbero unirsi, io dico loro la solita tiritera, ma quello che veramente penso è: ”Iscrivetevi dai nostri avversari, sono meno costosi e si prenderanno cura di voi più di noi”».
Infine l’ultimo pensiero del sindacalista: «Non ho però ancora completamente perso la fiducia nel movimento. So che ci sono sindacati migliori là fuori, e a essere onesti ci sono ancora un paio di persone che qui lavorano duramente per i membri».
Tra questi un pensiero è rivolto al «compagno Jeremy Corbyn», il leader del Labour party: è a lui che il sindacalista anonimo e amareggiato affida la speranza che il «sindacato sarà capace nel giro di pochi anni di far sventolare ancora la bandiera rossa».


Twitter @antodem

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