Guido Mariani

Viaggio nell'India sovranista, tra divisioni e odio religioso

Viaggio nell’India sovranista, tra divisioni e odio religioso

Gli immigrati musulmani definiti «termiti». I dalit sempre più ai margini. Nel Subcontinente aumentano intolleranza e violenze. Sulla scia di una retorica identitaria e tradizionalista.

16 Giugno 2019 09.00

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Un sovranismo color zafferano. Lo scorso 23 maggio le elezioni in India si sono concluse con un verdetto senza sfumature. Il Bharatiya Janata Party (Bjp), il Partito del Popolo indiano, ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi della camera bassa, la Lok Shaba, confermando così alla guida del governo l’attuale premier, il leader del partito, il 68enne Narendra Modi. Le previsioni che davano in vantaggio la formazione, ma ipotizzavano un calo nei consensi, anche per colpa di una situazione economica in peggioramento, si sono rivelate clamorosamente errate.

È IN INDIA IL PARTITO PIÙ VOTATO DEL PIANETA

Il Bjp è oggi il partito più votato del pianeta, ha ottenuto 229 milioni di voti, che si sono tradotti in 303 seggi, rendendo anche superfluo l’appoggio di partiti minori che fanno parte della coalizione dell’Alleanza Nazionale Democratica. Non si vedeva una vittoria così netta dal 1984 quando l’India si schierò compatto accanto a Rajiv Gandhi nelle prime elezioni dopo l’assassinio della madre, la lady di ferro indiana Indira Gandhi.

LA ROCCAFORTE INDUISTA DEL PREMIER MODI

Dovrebbe essere improprio accostare le vicende della più grande democrazia mondiale a quelle dell’Occidente, ma non è esagerato definire il Bjp il corrispettivo indiano dei partiti sovranisti e nazionalisti. La formazione, che ha come simbolo un fiore di loto e ha come colore di riferimento l’arancione dorato dello zafferano, è un partito religioso indù nato negli Anni 80 da precedenti formazioni religiose e che ha tra gli atti più eclatanti della propria storia un’azione di violenza di massa che nel 1992 portò alla distruzione della moschea Babri Masjid nella città di Ayodhya e a un successivo massacro di musulmani.

Modi è un leader tanto politico quanto religioso. La sua circoscrizione di riferimento è la città sacra degli induisti, Varanasi. Dove è stato rieletto con il 64% dei voti e dove in campagna elettorale è stato acclamato da una folla enorme. Affianca ai comizi i rituali sacri. In attesa dei risultati delle elezioni si è ritirato in preghiera in una grotta dell’Himalaya per poi ricomparire a Delhi da trionfatore. Per la maggioranza dell’elettorato indiano rappresenta il cuore della tradizione, un uomo del popolo che parla chiaro e che punta allo sviluppo del Paese. Segna soprattutto la definitiva emancipazione dalla politica dell’Indian National Congress, il Partito del Congresso della famiglia Nehru-Gandhi che ha governato il Paese per 49 anni fino al 2014 con politiche laiche e social-democratiche, ma nepotistiche e clientelari.

LE VIOLENZE IN CRESCITA CONTRO GLI “INTOCCABILI”

Nel primo discorso ufficiale ai membri della sua coalizione dopo la vittoria, il premier confermato ha proposto il mantra per il suo nuovo mandato “Sabka Sath, Sabka Vikas, Sabka Vishwas (“Il supporto di tutti, lo sviluppo di tutti, la fiducia di tutti”), ribadendo l’impegno a difendere le minoranze, riconoscendo che oggi vivono nella paura. Un problema che rischia di diventare emergenza: l’India negli ultimi anni ha registrato un aumento degli episodi di intolleranza contro i “dalit”, la casta degli intoccabili, e contro i musulmani. Si sono moltiplicati episodi legati ai vigilantes indù, gruppi spontanei che si lanciano in spedizioni punitive (spesso organizzate tramite Whatsapp e social network) che colpiscono chi non rispetta le regole più sacre della religione, prima fra tutte il divieto di uccidere e macellare mucche.

GLI IMMIGRATI MUSULMANI IN INDIA? «TERMITI» E «INFILTRATI»

Secondo Human Rights Watch, nell’ultimo triennio almeno 44 persone (di cui 36 di fede musulmana) sono state uccise e 280 ferite in centinaia di attacchi, che spesso possono contare sulla protezione delle forze dell’ordine e l’approvazione di esponenti politici locali del Bjp. Amit Shah, presidente del partito di maggioranza, in campagna elettorale ha definito gli immigrati musulmani che arrivano dal Bangladesh in cerca di lavoro «termiti» e «infiltrati». Promettendo di ricacciarli nel golfo del Bengala. I musulmani rappresentano il 14% della popolazione del Paese e nell’assemblea appena eletta saranno solo 27, il 5%. L’India ha inoltre in programma il rimpatrio di 40 mila musulmani rohingya scappati dalla Birmania e ritenuti una minaccia alla sicurezza nazionale. Sullo sfondo il conflitto mai risolto con il Pakistan, paese musulmano nemico accusato di fomentare il terrorismo islamico.

Un quinquennio di maggioranza assoluta per il partito di Modi non farà che acuire le divisioni di fede e irrigidire le separazione tra le caste

Altrettanto drammatici i numeri delle violenze contro gli intoccabili. Secondo i dati dell’osservatorio National Campaign on Dalit Human Rights ogni giorno in India si verificano 27 episodi di violenza contro i membri delle caste inferiori della gerarchia induista tra cui diversi omicidi a settimana e tre stupri al giorno. Lo scorso 28 maggio una ragazzina dalit di 14 anni è stata stuprata e uccisa a Muzaffarnagar, stato dell’Uttar Pradesh. Il 20 maggio nel villaggio di Kot, sempre nell’Uttar Pradesh, un intoccabile è stato picchiato a morte. Aveva mangiato alla presenza di persone di casta superiore a un matrimonio. È opinione di molti che un quinquennio di maggioranza assoluta per il partito di Modi non farà che acuire le divisioni di fede e irrigidire le separazione tra le caste.

I dalit sono la casta più bassa nell'India di ieri e di oggi.
Due donne dalit.

Proprio nel feudo elettorale di Modi queste divisioni appaiono evidentissime in un discusso progetto edilizio sostenuto dal premier. E presentato come prova del suo impegno nei confronti del suo elettorato diretto. Nel cuore della Varanasi religiosa, a pochi passi dal sacro fiume del Gange sorge uno dei templi più importanti della religione induista, il Kashi Vishwanath. Il tempio è immerso in un intricato labirinto di strade strette dette “galis”, circondato da insediamenti, botteghe, templi e altari accumulatisi nel corso dei secoli nel cuore di una delle zone più antiche della città. Lo scorso febbraio, in piena campagna elettorale, sono iniziati i lavori per liberare la zona da tutti gli edifici residenziali, già individuati da qualche mese. Con lo scopo di valorizzare l’area e collegare direttamente il tempio al Gange.

IL PROGETTO DI MODI CHE LASCIA I DALIT SENZA CASA

L’idea è creare un corridoio, una sorta di “spianata”, un percorso sacro che unisca il Kashi Vishwanath alle sponde del divino fiume. Un gesto potentemente simbolico visto che in quel punto sulle acque si affaccia il Manikarnika Ghat, la sponda dove si svolgono le cremazioni rituali induiste e dove i corpi diventano fumo e cenere interrompendo, secondo la fede tradizionale, il ciclo delle nascite e delle reincarnazioni. Oggi il corridoio, sostenuto da Modi, è ancora un cumulo di macerie. Il premier ha inaugurato i lavori che hanno abbattuto circa 230 case e si sono poi fermati. Forse in attesa di un esito positivo del voto. Gli abitanti hanno ricevuto una modesta ricompensa, molti erano in affitto e solo i proprietari sono stati risarciti a prezzi di mercato.

Camminando tra le macerie si vedono ancora famiglie accampate nei monconi di quelle che fino a poco tempo fa erano le loro case

Alcuni hanno perso il lavoro, altri si sono trasferiti in villaggi. Gli abbattimenti hanno ridotto in briciole senza tanti scrupoli costruzioni antiche. Dalle macerie sono emersi diversi templi che erano custoditi al centro di cortili o nascosti nelle abitazioni. Altri residenti tentano di resistere e si oppongono a lasciare le proprie abitazioni. «Io non me ne andrò. La mia famiglia abita qui da tre generazioni. Non ho nessuna intenzione di andarmene. Chi dice che tutti sono d’accordo con questo progetto mente», spiega un residente che vive nel vicolo che porta al tempio, proprio sopra il piccolo ufficio postale della zona. Camminando tra le macerie non recintate in alcune rovine si vedono ancora delle famiglie accampate nei monconi di quelle che fino a poco tempo fa erano le loro case.

LA CREMAZIONE DEI CADAVERI, UN LAVORO (SOLO) PER GLI ULTIMI

Un ritratto su un muro spiega un’altra parte di questa storia. Il volto è quello di B. R. Ambedkar, l’eroe degli intoccabili, l’attivista che nella prima metà del XX secolo si batté per i diritti dei dalit. È un segno rivelatore, molti degli edifici rasi al suolo erano, e sono, case di intoccabili. In questa zona risiedono da secoli anche perché lavorano proprio sul Gange occupandosi della cremazione dei cadaveri, una funzione ritenuta indegna dalle caste superiori indiane. Alcune di queste famiglie hanno tentato di opporsi alle ruspe, ma invano.

Quando lo scorso marzo il primo ministro è venuto a celebrare l’inizio dell’opera, i dalit sono stati allontanati dall’area. Tenuti sotto controllo da un imponente apparato di sicurezza. L’area però non è a rischio solo per i contrasti tra caste. Ma anche perché, proprio accanto al Kashi Vishwanath sorge la moschea Gyanvapi, costruita nel 1669 durante l’era dei Moghul su un tempio induista abbattuto. Se e quando verranno ultimati i lavori, questa area diventerà un ritrovo per raduni indù. Che potranno turbare una convivenza fino ad ora carica di tensione, ma sostanzialmente pacifica. Per i dirigenti locali del Bjp il progetto non solo non ha creato malcontento, ma creerà un importante indotto turistico.

UN’INDIA DALLO SPIRITO IDENTITARIO E TRADIZIONALISTA

Per Modi è un altro segno del suo spirito decisionista e del suo legame con la religione induista. Per ora rimane, come molte delle sue promesse del primo mandato, un lavoro iniziato e non ancora finito. Confermando lui, però il popolo indiano ha voluto credere a un’India più dinamica, meno laica, più identitaria e tradizionalista.

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