Massimo Del Papa

Renato Zero, l'eterno ritorno

Renato Zero, l’eterno ritorno

26 Aprile 2013 14.06
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«Non è mai facile un ritorno, non è impresa da niente» cantava quattro anni fa. Ma per Renato Zero invece ogni ritorno è un’impresa che pare inevitabile, l’avventura di un impossibile vivere. Ogni volta un rilanciare con maggiore ambizione, con sfarzo prepotente, con il cielo come unico limite.
UN DESTINO GIÀ SCRITTO. Ne ha fatta di strada il ragazzino che si truccava nell’androne del suo palazzo e poi usciva, benedetto dalla portinaia Angelina, andando incontro al suo destino fatto di scherni, minacce, botte, porte in faccia. In quell’Italia bigotta, la pelle la riportava a casa ogni volta per scommessa. Ma non perdeva quel suo strano istinto, fatto di ottimismo disperato, che gli diceva: «Tu un giorno vincerai».
AL VIA IL LIVE DEI RECORD. Ha stravinto: oggi parte la sfida più incredibile di tutte nella favola di questo artista unico per coraggio, narcisismo, pregi e contraddizioni. Il «live dei record», come è già stato definito, parte al Palalottomatica di Roma che per un mese diventa casa Zero. Mai successo niente del genere, con nessun altro.

Un tutt’uno col pubblico in un’estasi dionisiaca

Ai suoi inizi, nel 1973, Zero era una popstar che scompigliava passioni e giudizi. Nella vita di ogni giorno era imprevedibile, sul palco una furia e la sua bizzarria non conosceva freni. Dava un valore estremo al momento live, dove collassava col pubblico, la sua estasi dionisiaca non lasciava scampo.
TRA VAUDEVILLE E CIRCO. Dai suoi concerti, teatrali, tra vaudeville e circo, si usciva impressionati, turbati. Cambiati. Ed è una magia di pochi. In scena è sempre stato un performer che pure impazzendo non perdeva mai la testa.
L’AFFERMAZIONE CON ZEROFOBIA. Tre dischi e tre tour di rodaggio, per così dire, ma un rodaggio di lusso. Alla fine l’estro, il talento e la caparbietà ebbero la meglio e Renatino sfondò con uno spettacolo inquietante e irresistibile, Zerofobia, malattia in due tempi inventata, contagiata e sofferta da Renato Zero, con Renato nella maschera d’un Pierrot vampirizzato, sarcastico e curioso. 
Era il teatro della Crudeltà, a evocazioni di Artaud, Bene, perfino Fellini: lui entrava in scena su un onirico cavallo bianco. L’anno dopo la Zerolandia assunse le sembianze del tendone del circo Togni, chiesto in prestito, e gli spettacoli, ancora con le semplici basi dei dischi, si facevano appena meno morbosi e più ordinati.
TROVATE SCENICHE E VISIONARIE. Il tour relativo a EroZero, forse il suo disco migliore, del 1979, accentuava e arricchiva la matrice teatrale, proponendo un ventaglio di suggestioni e di spunti veicolati sia dal corpo di ballo sia dalle trovate sceniche. La poetica, allucinata, visionaria, ma ormai personalissima e matura.
Con Senza Tregua tour arrivò il salto dai teatri agli stadi. Con l’acustica che si disperdeva, con un maxischermo (usato per la prima volta in Italia) che, più che evidenziare confondeva e disturbava, con una band con tutti i crismi (basta con le basi preregistrate). Un successo che si intensificò coi concerti estivi che già anticipavano i brani di Artide/Antartide.
LA MALEDIZIONE DI RENATO. Ma la sfortuna cominciò a bersagliare Zero: scomparvero collaboratori fondamentali per la sua musica, come Ruggero Cini. In una kermesse di tanti artisti al castello sforzesco di Milano, perse la vita una fan 16enne, Tiziana Canesi, precipitando da una balaustra, pressata dalla folla. Molti sciacalli si accanirono su Zero, del tutto incolpevole e, anzi, ignaro della tragedia fino al momento di esibirsi.
Qualcosa si era rotto irreversibilmente. Cominciò la crisi, di dischi, di successo, di esistenza. E di spettacoli: il tour dell’84-85, che cambiò nome in corso d’opera, da Caravan Zero a Capitan Zero era già sensibilmente ridimensionato rispetto alle ultime scorribande.

I quattro anni di autoesilio

Segnali di ripresa si ebbero solo con il tour relativo al doppio Zero (1987), dal quale doveva essere tratto un musical poi abortito, e soprattutto col Voyeur tour di due anni dopo. Seguirono quattro anni di autoesilio, con in mezzo Sanremo, con pochi concerti allo Stellarium di Viareggio.
LA SECONDA NASCITA. Il ritorno in grande stile arrivò con ZerOpera tour del 1993, bissato dall’immediatamente successivo TuttoZero, che inaugurò una stagione nuova, all’insegna della grandeur. 
Fu la seconda nascita di Zero, in crescita esponenziale, con produzioni sempre più sofisticate e dispendiose. Da qui in poi il gigantismo non fece che crescere, con i Momix e Carla Fracci, col maestro Riccardo Muti, con nuove tournée sempre più tecnicamente ridondanti e inappuntabili.
LA PERDITA DELLA FOLLIA. La follia e l’isteria degli anni d’oro, però, erano irrimediabilmente andate. Ormai Zero aveva imparato ad amministrare se stesso. Non c’era più posto per l’imprevedibilità che metteva brividi, solo per liturgie dalla regia rigorosa, saggi di eleganza e di estrema abilità nel tenere la scena: nulla di meno e nulla di più per un uomo che giura di non voler smettere mai. Che, come tutti i grandi artisti, vive il momento della scena come sublimazione di sé. Col paradosso di un passato esorcizzato ma che non passa, che puntualmente impregna di sé dischi e concerti a venire.
LA NOSTALGIA PER CIAO NÌ. Scorrono le stagioni di Renato Zero, che ormai ha vinto anche su se stesso. Ma per chi lo segue dall’inizio, è inevitabile ripiombare nel passato più magico e andarsi a rifugiare in Ciao Nì, il suo unico film, autobiografico manco a dirlo, un lunghissimo videoclip del 1979.
Sui titoli di coda portano la torta di crema, gigantesca. E Renato si commuove nel suo costume e tutto il pubblico gli si stringe attorno, addosso, lo divora e cominciano a volare scie di panna, schiume di creme e le facce stravolte sembrano quelle dei clown. Lì, in quel momento, scoppia qualcosa dentro e volano schegge di felicità perduta.
 


Quel tempo che Renato faceva il matto e tutto intorno era poesia, ora feroce, ora desolata, ma poesia. Tutto stava cominciando, tutto è andato, passato in un lampo. Ed erano lacrime leggere quelle.
Adesso ci mettono di più ad asciugare. Lasciano aloni di dolore. Un sottile, insinuante dolore nelle ossa, che quasi non sai d’averlo. E non c’è medicina, torna quando vuole, aggredisce quando vuole.

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