Francesco Pacifico

Perché il governo è rimasto ai margini dell'operazione Fca-Renault

Perché il governo è rimasto ai margini dell’operazione Fca-Renault

I rapporti tra FiatChrysler e Roma sono freddi. Guastati dal rifiuto di Gorlier di incontrare il Mise. Così l’azienda è rimasta senza una sponda nel suo tentativo di fusione.

06 Giugno 2019 20.22

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Gennaio 2019: il governo ha già presentato la prima bozza degli incentivi sul rinnovo del parco auto italiano, focalizzando i bonus soltanto sulle vetture elettriche e ibride. Modelli che FiatChrysler (Fca) non ha in listino e in produzione. In quei giorni, le strutture del Mise che si occupano di politica industriale decidono di convocare a Roma il vecchio – e da poco giubilato – capo delle attività economiche in Europa, Alfredo Altavilla, e il suo successore Pietro Gorlier, per capire che cosa il Lingotto vuole fare (e continuare a fare) in Italia. Gorlier prende carta e penna e scrive ai massimi vertici del ministero dello Sviluppo che, visto il clima, «non ci sono le condizioni» per un incontro. Cioè, lui capo della maggiore fabbrica italiana, si rifiuta di andare a rapporto dal suo ministro di competenza. Da allora i rapporti tra il governo e il Lingotto si congelano miseramente.

E di fatto congelati lo sono stati anche negli ultimi giorni, quando John Elkann ha provato a fondere l’azienda di famiglia con Renault. Con i tavoli aperti a Parigi, Luigi Di Maio ha fatto sapere di essere «in costante contatto con Torino». L’altro vice premier, Matteo Salvini, ha plaudito all’operazione, auspicando anche un ingresso dello Stato italiano nel nuovo colosso internazionale. Mentre Giuseppe Conte, più istituzionale, si è affidato agli effetti miracolistici del mercato. Nulla di più. Emblematico che nel giorno in cui è saltato (per ora) il deal, lo stesso Di Maio se ne sia uscito con un generico: «L’esito dei negoziati tra Fca e Renault dimostra che quando la politica cerca di intervenire in questioni economiche non sempre fa bene». Ma era chiaro che avesse come principale obiettivo quello di dare l’ennesima stoccata all’Eliseo del nemico Emmanuel Macron.

LE LAMENTELE DI FCA E LA REPLICA STIZZITA DEL GOVERNO

Da Torino, dietro le quinte, si lamentano di essere lasciati soli dal governo. Di aver avuto maggiori difficoltà quando si è passati dal trattare con i vertici di Renault a chiudere con i ministri di Macron. Dal dicastero di via Veneto replicano che Fca è in malafede: non ha chiesto l’aiuto dell’esecutivo e – soprattutto – non ha né illustrato né concordato un’operazione, che – in caso di fusione con i francesi – potrebbe avere non poche ripercussioni sugli stabilimenti italiani. Anche perché le piattaforme della casa transalpina, soprattutto sui veicoli di gamma superiore e sull’elettrificazione sono più avanzate. La verità è che in questi mesi – chiusa la partita degli ecobonus – il governo italiano e Fca si sono tenuti a distanza, ma senza pestarsi i piedi.

renault fca governo
John Elkann.

IL COMPIACENTE SILENZIO SU MAGNETI MARELLI

Mike Manley ha confermato gli investimenti in Italia. Il Mise – accusato in una prima fase di aver aiutato le aziende giapponesi e tedesche oltre che le altre case di Detroit dirette concorrenti del Lingotto – ha deciso di spalmare su due anni gli incentivi per permettere a Fca di recuperare il tempo perduto sulle nuove motorizzazioni. Senza contare che Di Maio è volato a Torino – a quanto pare più per venire incontro alle esigenze della sindaca Chiara Appendino – per magnificare la scelta di produrre la 500 elettrica a Mirafiori. Definita «una rivoluzione» per tutto il settore. E ancora più palese è l’atteggiamento – di compiacente silenzio – tenuto da tutto l’esecutivo sulla vendita di Magneti Marelli ai giapponesi di Kansai. Nonostante parlassimo di un gioiello in grado di aiutare il passaggio a quella mobilità sostenibile tanto sponsorizzata dai cinque stelle.

Viste le condizioni iniziali, è difficile che la politica metta bocca o possa aiutare gli Elkann nell’operazione Renault

I grillini puntano a un’economia green, come dimostrano gli investimenti sulle centraline per le vetture elettriche che stanno facendo la gioia di Enel. Nei giorni delle querelle sugli ecobonus gli uomini Di Maio mandavano a dire ai manager di Fca che il vento era cambiato. E che con la loro strategia sarebbero presto sbarcati in Italia costruttori stranieri. Per la cronaca, anche su questo fronte non c’è nulla di concreto né ci sono contatti diretti. Di più, manca una strategia sull’auto. Come dimostra il fatto che il ministero dello Sviluppo ci ha messo tempo a convocare un tavolo sul settore come chiesto dai sindacati.

IL DOSSIER TORNERÀ PRESTO SUL TAVOLO DI DI MAIO

Viste le condizioni iniziali, è difficile che la politica metta bocca o possa aiutare gli Elkann nell’operazione Renault. Quel che è certo che sulla scrivania di Di Maio il dossier FiatChrsyler tornerà presto (e prepotentemente) in cima alla pila di faldoni delle crisi industriali. Tra l’estate e l’autunno scadono in alcuni stabilimenti come Pomigliano gli ammortizzatori sociali. Servirà altra Cig straordinaria. E si prospetta un intervento massiccio tenendo conto che i siti del Lingotto già oggi lavorano a scartamento ridotto.

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