La Repubblica non tocca Elkann perché si è ribaltato il rapporto tra giornali ed editori

Paolo Madron
24/01/2024

I 400 COLPI. Al di là della scomposta polemica di Meloni, è un tema che il quotidiano di Largo Fochetti guardi da un'altra parte di fronte alla ritirata di Stellantis dall'Italia. Eppure una volta il Corriere, di proprietà Fiat, faceva le pulci a Marchionne, e addirittura l'Espresso punzecchiava De Benedetti. Perché quando in edicola le vendite funzionavano erano i direttori a comandare. Ora che il business si è guastato vincono i padroni, i cui veri interessi quasi sempre sono altrove.

La Repubblica non tocca Elkann perché si è ribaltato il rapporto tra giornali ed editori

Al di là della polemica contingente – chi ha venduto e chi ha svenduto – il botta e risposta tra Giorgia Meloni e la Repubblica è un risvolto importante per capire l’attuale stato dei rapporti tra politica e media, ma soprattutto tra i giornali e i loro editori. E qui un po’ di memoria storica offre un prezioso aiuto. Una quindicina d’anni fa, o poco meno, Massimo Mucchetti, giornalista economico di punta del Corriere della sera, criticò pesantemente e a più riprese l’allora amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, manager circondato dall’alone di mitico salvatore della casa automobilistica, bollando come velleitario il suo piano industriale, impegnativamente denominato Fabbrica Italia. Dove il manager col maglione prometteva nel giro di cinque anni di aumentare il numero di auto dalle 650 mila prodotte nel 2009 a 1,6 milioni nel 2014, il tutto senza licenziare un operaio e facendo lavorare a pieno regime i molti che erano in cassa integrazione. Fu quello tra il giornalista e Marchionne un duello rusticano, culminato con una intervista al Corriere in cui i due se le davano di santa ragione. Per la cronaca, come poi i successivi eventi dimostrarono, aveva ragione Mucchetti.

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Sergio Marchionne e Massimo Mucchetti (Imagoeconomica).

Quanto la Fiat passò dal Corriere al suo avversario Repubblica

A questo punto uno potrebbe chiedersi: che c’entra questa storia con l’odierno scontro a muso duro tra Palazzo Chigi, gli eredi degli Agnelli e il loro principale quotidiano? Nulla, non fosse per un dettaglio che lega i due episodi. All’epoca maggior azionista del Corriere era la Fiat, ossia Marchionne, ossia John Elkann che di lì a poco, era il 2016, avrebbe preso la porta interrompendo il quarantennale domino della famiglia sabauda sul giornale di via Solferino. Per rientrare poi nel giro tre anni dopo comprandosi il suo avversario di sempre, la Repubblica, che ne aveva a più riprese insidiato il primato in edicola.

Di fronte alla ritirata di Stellantis il giornale ha guardato da un’altra parte

Di fronte alla guasconata della Meloni (abbiamo scritto che non è appropriato che un presidente del Consiglio attacchi un giornale facendone nome e cognome) da Largo Fochetti rispondono che identificare gli interessi di Repubblica con quelli di Stellantis, il gruppo nato dalla fusione tra Fca e Peugeot, è del tutto arbitrario e sbagliato. Ma restano i fatti: di fronte alla evidente ritirata del gruppo automobilistico a guida francese dall’Italia, il giornale ha preferito guardare da un’altra parte e non occuparsene. Eppure non era una questione di poco conto: Stellantis che lascia il Belpaese e trasferisce all’estero la produzione di molti dei suoi modelli è un caso di deindustrializzazione che impoverisce un sistema e un territorio – basta chiedere ai torinesi – che intorno a esso aveva costruito il suo tessuto.

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L’ad di Stellantis Carlos Tavares e John Elkann (Imagoeconomica).

Gli editori oggi sono portatori di interessi che asfaltano le redazioni

Ora la fatidica domanda: perché il Corriere della sera si permise di prendere a schiaffi il suo azionista, oltretutto quand’era all’apice del suo fulgore, e oggi la Repubblica invece ne è così acquiescente? Semplice: perché per molti anni, specie quando era un business da cui si guadagnava (i settimanali facevano numeri da record e la stessa Repubblica con la prima enciclopedia Utet data in allegato aveva fatto 32 milioni di utile, che era più di quanto realizzato dalle vendite edicola) erano i direttori a comandare sugli editori. Con la crisi il rapporto si è invertito, e gli editori, quasi sempre portatori di interessi che esulano dal settore, hanno dilagato asfaltando, termine orribile ma che rende bene l’idea, le redazioni.

L’erede degli Agnelli comunque digerisce sempre il rosso che gli presenta Gedi…

Conclusione amara ma comprensibile seguendo la logica dei profitti e delle perdite. Nessun giornale oggi può mettere in discussione gli interessi del suo proprietario. Se sei fortunato ti tocca Urbano Cairo il quale, a meno che la tentazione di mettersi in politica non lo vinca, fa l’editore puro. Talmente puro che pianta le tende in redazione, disegna i giornali e li rende molto docili con gli investitori pubblicitari. Se sei sfortunato ti tocca Elkann, il quale guarda a business redditizi, quindi non perde occasione per dire che l’editoria non lo è e la tratta come la Cenerentola di casa, relegandola persino a condividere l’amministratore delegato con una nota squadra di calcio. Ma al tempo stesso sei anche fortunato, nel senso che l’erede di casa Agnelli è tra i pochissimi che può digerire un rosso da 60 e più milioni che Gedi a ogni esercizio gli presenta, anche se adesso pare non più con la stessa imperturbabilità.

La Repubblica non tocca Elkann perché si è ribaltato il rapporto tra giornali ed editori
La copertina dell’Espresso contro il suo editore. A fianco, Giampaolo Pansa e Carlo De Benedetti.

L’Espresso e quella copertina contro De Benedetti: altri tempi

Regola importante e decisiva: se hai i conti in ordine ti puoi anche permettere la fronda all’editore. Lo fece il Corriere con la Fiat, lo fece l’Espresso ai tempi di Tangentopoli con una mitica copertina che recitava “Noi e lui” sotto la caricatura del suo padrone di allora, Carlo De Benedetti, dove Giampaolo Pansa gli chiedeva conto del suo coinvolgimento in Tangentopoli. Ma se all’editore, nella fattispecie Elkann, tocca mettere pesantemente mano al portafoglio per tenere in piedi la baracca, devi chinare la testa e abbozzare. Questo spiega perché, al di là di mille congetture e retroscena, la Repubblica non può permettersi di criticarlo.