Repubblica, i migliori (e i peggiori) anni della nostra vita

Paolo Madron
24/04/2020

Il giornale fondato da Scalfari ha le radici ben piantate nel Novecento ma ora che il Secolo breve si allontana palesa tutto il suo smarrimento. Orgogliosamente rivendica il senso di sé e della sua storia, e fa appello alla sua comunità di lettori. Ma occorre sapere che quei lettori non sono più gli stessi.

Repubblica, i migliori (e i peggiori) anni della nostra vita

Dovessi dare un suggerimento a Maurizio Molinari (scontato che arrivasse a Largo Fochetti, non l’infelice tempistica in cui ciò è avvenuto), gli regalerei uno slogan per la prossima campagna promozionale. «Repubblica è un giornale che è nato e cresciuto con l’idea di cambiare il mondo. Da oggi il mondo non lo cambierà, ma cercherà di spiegarlo». Forse questo potrebbe essere un buon proponimento per un giornale che vuole scrivere il futuro, ma che è condizionato dalla sua storia e dallo spirito identitario che ha saputo costruire negli anni.

La contraddizione è evidente, per certi versi lacerante: Repubblica ha le radici ben piantate nel Novecento in un contesto pre-caduta del Muro (non a caso a Berlino Ezio Mauro ha realizzato di recente uno dei suoi più bei reportage diventato poi libro velato di nostalgie), ma ora che il Secolo breve si allontana nel tempo palesa tutto il suo smarrimento. E cosa succede quando si perdono i punti di riferimento, i presupposti culturali su cui hai costruito la tua storia di enorme successo? Si diventa autarchici – la politica di questi anni conosce bene il fenomeno – e quindi inevitabilmente autoreferenziali. Ci si ritaglia uno spazio proprio da cui si guarda il mondo, e ci si lamenta se quel mondo non ti riconosce più, ha smesso di attribuirti il credito di cui prima godevi.

C’è un passaggio sempre uguale nei comunicati dei giornalisti che punteggiano le travagliate vicende che in questo ultimo lustro hanno coinvolto il giornale, anche in quest’ultimo seguito al licenziamento di Carlo Verdelli, che così recita: «Repubblica non è e non è mai stato un giornale come tutti gli altri. Ha sempre avuto una identità forte espressa in una linea chiara. È un giornale d’informazione il quale anziché ostentare una illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente di aver fatto una scelta di campo. Sono le parole usate dal fondatore Eugenio Scalfari nel suo primo editoriale del 1976. Parole che valevano allora. E valgono a maggior ragione oggi».

QUEL SENSO DI UNICITÀ CHE RISCHIA DI SCADERE IN AUTOREFERENZIALITÀ

Due considerazioni. Dire che Repubblica non è mai stato un giornale come tutti gli altri può essere anche vero, ma introduce quel principio di supremazia morale, di appartenenza esclusiva, che ha zavorrato il pensiero della Sinistra in questi anni. E la supremazia morale è l’anticamera di un’altra perniciosa condizione dello spirito, l’autoreferenzialità. Forse per provare a fare un giornale diverso occorre dismettere l’idea di sentirsi unici, privilegiando il racconto al pregiudizio, i fatti alle opinioni, lo sguardo e l’ascolto alla morale. Il riferimento alle parole del fondatore che hanno accompagnato l’esordio di Repubblica, 44 anni fa, è un giusto motivo di orgoglio. A patto di essere consapevoli che anche le parole possono perdere il loro peso, sono soggette all’usura del tempo, si ridefiniscono al mutare dei contesti.

In un momento decisivo della sua oramai lunga vita, Repubblica orgogliosamente rivendica il senso di sé e della sua storia, e fa appello alla comunità di lettori che la sostengono. Ma occorre sapere che quei lettori non sono più se non in minima parte gli stessi, e che il difficile è parlare a quelli nuovi. Che oggi sono ben diversi da quelli che un tempo avevano contribuito a decretarne il successo. Sono volubili, liberi dall’ideologia se non da quella del mercato, infedeli nell’utilizzo dei supporti informativi, superficiali in senso etimologico e non negativo. Surfano sulla superficie increspata del mare cavalcandone le onde senza mai tuffarvisi dentro.

UN QUOTIDIANO CHE FATICA A TROVARE UNA IDENTITÀ ADATTA AI TEMPI

Se Repubblica ha avuto due direttori in 40 anni, e tre direttori in quattro, non è colpa soltanto di editori impazienti e umorali che oltretutto mal reggevano il declino delle copie. È proprio perché il giornale fatica a trovare uno spirito identitario adatto a tempi dove il nemico non è più così riconoscibile (non ci sono più i Craxi e i Berlusconi che ti forniscono un formidabile collante per costruire una linea antagonista), i fronti non sono definiti ma cangianti, la politica e i politici si sono fatti concavi e convessi, l’impero digitale ha reso obsoleti strumenti e chiavi di lettura, la geopolitica ha ridisegnato i confini del mondo.

Carlo Verdelli.

Non voglio giudicare il lavoro dei colleghi, ma credo che Mario Calabresi si sia trovato a gestire ascesa e caduta del renzismo con lo stesso atteggiamento di chi ti concede un’apertura di credito e poi si veda dagli eventi costretto a rimangiarsela. E fu cosa comune a molti che sarebbe ingeneroso imputare solo a lui l’errore. E Carlo Verdelli? Lo ha detto all’esordio e lo ha ribadito nel suo commiato dai lettori. Ha fatto il giornale che piaceva al fondatore e al suo successore – Scalfari, in tivù, ebbe a dire compiaciuto che Verdelli gli piaceva proprio perché si ispirava in toto alla sua Repubblica – ne ha ispessito lo spirito antagonista richiamando in servizio, lo dico non in senso spregiativo, i reduci di tante vetuste battaglie. Ne ha fatto un giornale per vecchi perché, come confessò un giorno Marco De Benedetti, l’obiettivo non era tanto di prendere nuovi lettori ma di conservare quelli affezionati. Che però le leggi della vita assottigliano inesorabilmente.

Parafrasando Eugenio Montale, e vale non solo per Repubblica, è oggi più facile dire ciò che non si è e ciò che non si vuole

Cosa per altro sostenuta anche da Molinari nel suo addio a La Stampa, in un passaggio dove dice che la missione è quella di rallentare la perdita delle copie. Penso che in buona fede i suoi predecessori ci abbiano provato, e che si siano scontrati con una crisi del media che è assai più forte anche dei più ingegnosi tentativi di arginarla (in Italia, perché all’estero la storia è in molti casi diversa). Parafrasando Eugenio Montale, e vale non solo per Repubblica, è oggi più facile dire ciò che non si è e ciò che non si vuole, mentre il voler essere oscilla tra velleità e chimera. Penso ancora che un direttore faccia i giornali circondandosi delle persone di cui si fida, il che è umano ma profondamente sbagliato. Penso, ma sicuramente mi sbaglio, che per provare a fare un buon giornale oggi un direttore debba partire da un principio inderogabile: non fidarsi di se stesso.