Perché la retorica del «nulla sarà come prima» è fuorviante

Giorgio Triani
25/04/2020

Lo slogan viene ripetuto nei social, nei giornali e nei talk show. Ma il cambiamento non sarà né automatico né veloce. E se non supereremo l’attuale polarizzazione che vede spaccata la società sulla visione del mondo tutto rischia di diventare peggio di prima.

Perché la retorica del «nulla sarà come prima» è fuorviante

«Nulla sarà come prima» è una tiritera, anche quando viene evocata da persone serie e autorevoli quali sono l’ex premier Enrico Letta e la virologa Ilaria Capua. Di peggio, nel senso della ripetizione infinita, c’è solo la domanda obbligata in ogni talk #covid19, rivolta all’esperto di turno: «Quando avremo il vaccino, professore?». Certo la tivù generalista non è il luogo deputato per domande intelligenti, originali e magari illuminanti, dunque per ricevere risposte a tono. Tuttavia non meno evidente è l’urgenza di «oneste conversazioni» sollecitata da Micha Narberhaus, in un’analisi sulla società post-coronavirus fra le più brillanti che ho letto in questi due mesi.

Il sociologo tedesco, animatore di Smart CSOs Lab, un tink tank sull’innovazione sociale, parte infatti dalla principale causa che impedisce la ricerca di soluzioni condivise. Ossia la forte polarizzazione. L’irriducibile contrapposizione attuale fra populisti e globalisti, sviluppisti ed ecologisti, tradizionalisti (dio, patria, famiglia) e assolutisti delle libertà civili e sessuali. Personificando fra Donald Trump e Greta Thunberg, Meloni&Salvini e Sardine (che nate nelle piazze ora sono temporaneamente confinate solo sui social), Oktober Fest e Gay Pride.

Un conflitto questo che più o meno corre lungo tutte le comunità nazionali e i vari segmenti sociali, dividendo e contrapponendo una miriade di interessi (economici, professionali, associativi) che non riescono più a essere ricomposti dalla politica. Non più in grado, anche perché priva di leadership unificanti, di mediare, trovare sintesi efficaci, indicare sfide condivise. Un deficit questo che si manifesta in modo esemplare nell’espressione da cui sono partito: «Nulla sarà come prima».

Perché non è chiaro, per ridirla con Winston Churchill, se #covid19 sia «l’inizio della fine», ovvero ciò che accelera la transizione e pone fine a un’epoca, o al contrario «la fine dell’inizio», cioè un ritorno a modelli produttivi e di consumo che erano in via di superamento ma che la grande crisi economia riporta in auge. Chi si sente infatti di parlare di transizione dall’energia fossile alle fonti sostenibili o di totale riconversione della produzione di plastica nel momento in cui l’industria manifatturiera sta entrando nella più pesante congiuntura dal Secondo Dopoguerra ?

L’AGITATA IMMOBILITÀ A CUI CI OBBLIGA LA PANDEMIA

Avevamo iniziato l’anno con l’idea che il “cambiamento” fosse in pieno corso. Ma adesso ci troviamo in uno stato di “agitata immobilità”, in cui auspici ottimistici o al contrario paure eccessive non producono trasformazioni reali, essendo pii desideri (il mondo green post-crescita) o timori tutti da dimostrare (l’egemonia planetaria della Cina e la restrizione normalizzata degli spazi di libertà personali). Da cui l’altra ferale domanda da talk: «Cosa impareremo dal coronavirus?». In teoria le città vuote, il traffico fermo, le persone restituite alla famiglia dovrebbero averci trasformato profondamente. Restituiti a una dimensione di vita più riflessiva (il valore del silenzio e della lettura), più vicina alle ragioni degli altri, soprattutto chi soffre o è in prima fila nella lotta al virus, più consapevole del valore di un ambiente sano e di un’aria finalmente respirabile.

Sarà bene ricordare ai sostenitori del «nulla sarà come prima» che il cambiamento non sarà automatico, né veloce come si accredita

In realtà davanti a noi ci stanno concretissimi rischi di disoccupazione di massa, disordini sociali e miseria umana propri di un’economia in declino. Essendo altresì aleatorie molte ipotesi sul comportamento umano a seguito ad esempio dell’introduzione di «un reddito d’emergenza»: incentiverà o deprimerà l’etica del lavoro sulla parte di popolazione interessata? Ma inattendibili si stanno rivelando anche i numeri e le previsioni epidemiologiche che continuano a tenere banco sui media e sui social e a ispirare decisori pubblici e sanitari. «La pandemia ha drammaticamente dimostrato i limiti dei modelli scientifici usati per predire il futuro» ha scritto il Wall Street Journal riferendosi alle due previsioni, dell’Imperial College e dell’Oxford University, che hanno rovinosamente orientato il governo di Boris Johnson.

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Milano svuotata dalla pandemia.

Ora è vero che mai dalla fine della Seconda guerra mondiale l’imprevedibile aveva impattato così pesantemente sulla società e l’economia. Generando addirittura inversioni totali degli orientamenti e sentimenti dominanti. Si pensi solo al lockdown totale e globale per settimane e mesi in un mondo che sino all’altrieri non si chiudeva, né fermava mai. Tuttavia sarà bene ricordare ai sostenitori del «nulla sarà come prima» che il cambiamento non sarà automatico, né veloce come si accredita. Anzi «il coronavirus non cambierà nulla», scrive Ben Gummer, già ministro della sanità inglese, storico e autore di The scoruging angel, sulla “morte nera”, la pandemia medioevale che decimò la popolazione europea.

SPAGNOLA E ASIATICA CAMBIARONO POCO O NULLA

D’altra parte, venendo a tempi più recenti, quali cambiamenti derivarono dalla Spagnola che uccise oltre 50 milioni di persone e dall’influenza di Hong Kong, l’Asiatica, che nel 1968 fece più di un milione di morti ? Nel breve periodo e sul piano pratico poco o niente. Perché i cambiamenti osservati negli anni successivi erano iniziati tutti prima della pandemia. Che fu, come è ora, un acceleratore di processi già in corso. I sistemi culturali – pensieri e idee, ma anche costumi e consumi – si trasformano infatti molto lentamente. «La cultura è appiccicosa», scrive Narberhaus, segnalando che l’effetto pandemico più probabile a breve e medio termine sarà una grave recessione globale, con altissima disoccupazione e impoverimento delle popolazioni. Con conseguente grande rischio di un’ulteriore ascesa  di forze e partiti autoritari e nazionalisti.

Riconoscere le ragioni e le convinzioni dell’altro anche se non condivise e prima ancora convenire sul tipo di società che si intende conseguire, sono due pre-condizioni obbligate per uscire da questa pandemia migliori

In simile contesto di conversione ecologica del sistema produttivo e di pianeta green se ne ritornerà a parlare, come l’altro giorno, solo in occasione dell’Earth day. In altre parole il retorico «nulla sarà più come prima» sarà bene sostituirlo con un più realistico «tutto rischia di essere peggio di prima». Se non supereremo l’attuale polarizzazione che vede spaccata la società al punto che qualsiasi visione del mondo e sistema di valori non coincidenti con i propri vengono ritenuti inaccettabili, offensivi, malvagi. Una divisione questa che non oppone più semplicemente due blocchi, sistemi o parti di società definiti e omogenei (sinistra e destra, conservatori e liberali), ma all’interno di entrambi vede divampare opposizioni, conflitti e fondamentalismi altrettanto irriducibili. Alla fine rovinosi per tutti.

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Persone con le mascherine a Parigi nel 1919 ai tempi dell’epidemia di influenza spagnola. (Getty)

Ecco dunque, che recuperare “oneste conversazioni”, riconoscendo le ragioni e le convinzioni dell’altro anche se non condivise, ovvero un livello minimo di empatia, e prima ancora convenire sul tipo di società che si intende conseguire, ancorché in modi e con strumenti diversi, sono due pre-condizioni obbligate per uscire da questa pandemia migliori. Ma non per due mesi, giusto il tempo obbligato e sospeso del confinamento domestico. Bensì per tutto il tempo che servirà per ristabilire un grado accettabile di fiducia e tolleranza, di legittimità anche delle idee che non si condividono, la cui assenza oggi in Italia fa più danni di Covid-19.