Riad si compra la Siria

Giovanna Faggionato
23/08/2012

L'Occidente latita. E l'Arabia Saudita sostiene i ribelli.

Riad si compra la Siria

Se le guerre si vincono a suon di monete sonanti, in Siria l’Occidente ha già perso.
Per mesi, le indiscrezioni hanno descritto Damasco come un pozzo di capitali, aiuti e armi in arrivo da tutti i fronti. E invece, a quasi un anno e mezzo dall’inizio della guerra civile, il denaro sembra arrivare da una parte sola: dai Paesi del Golfo, dalle roccaforti sunnite interessate a sostenere i ribelli contro il regime sciita di Bashar al Assad. E, secondo indescrizioni, a favorire con moneta sonante le diserzioni di alcuni ex esponenti del regime, tra cui l’ex primo ministro sunnita Riad Hijab.
I MILIONI DI RE ABDULLAH. Per l’assistenza ai 300 mila rifugiati, re Abdullah, monarca assoluto della potente Arabia saudita, è riuscito in tre giorni a mettere insieme 50 milioni di euro. Una cifra che le Nazioni Unite non hanno raccolto nemmeno in sei mesi.
L’ASSEGNO DI OBAMA. Tanto che i ribelli hanno iniziato a lamentarsi pubblicamente del mancato sostegno occidentale, costringendo il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a firmare un documento per l’invio di 20 milioni di euro e la Francia ad annunciare l’invio di aiuti «non letali».
Una corsa contro il tempo, un tentativo tardivo. Che potrebbe non bastare per assicurare un posto al tavolo del dopo Assad.

Il ritardo dell’Occidente e la crisi dell’Onu

Una delle ragioni del ritardo occidentale è la crisi dell’Onu. Politica ed economica, dimostrata dal ripetuto fallimento della missione di Kofi Annan, e nota ai frequentatori del palazzo di Vetro e della sede di Ginevra. Da almeno un anno, nei corridoi delle Nazioni Unite, si parla di consulenze tagliate, progetti interrotti, linee di finanziamento prosciugate. La riduzione dei fondi per i programmi di sviluppo si traduce in un calo dell’influenza occidentale.
LE PROMESSE EUROPEE. Ma i tagli dell’organizzazione sovranazionale non sono compensati dall’azione dei singoli governi. 
Anche Londra, che pure ospita l’opposizione siriana all’estero, non è stata generosa. Solo il 10 agosto William Hague, ministro degli Esteri del Regno Unito, ha promesso di versare ai ribelli 5 milioni di sterline, circa 6,3 milioni di euro, ammettendo il ritardo nell’intervento: «Il popolo siriano non può aspettare all’infinito».
Giulio Terzi, ministro degli Esteri italiano ha dichiarato: «Dall’Italia solo strumenti di comunicazione». Di soldi, insomma, non ne vuole mettere nessuno.
AIUTI «NON LETALI». Anche la Francia, tradizionalmente presenzialista sullo scenario mediorientale, si è tenuta in disparte. Il premier Jean Marc Ayrault ha ribadito semplicemente di essere pronto a offrire ai ribelli aiuti «non letali».
Una formula che ricalca quella scelta da Obama nella direttiva, segreta e firmata in tutta fretta, che stanzia 25 milioni di dollari di aiuti. A cui si aggiungono 5,5 milioni di dollari (4,3 milioni di euro) di soccorsi umanitari annunciati dal segretario di Stato Hillary Clinton.
Il Canada, dal canto suo, ha stanziato 15 milioni di dollari  (12 milioni di euro) per i circa 150 mila siriani rifugiati in Giordania. E persino la Cina dovrebbe fornire assistenza umanitaria per circa 30 milioni di yuan, ovvero 3,7 milioni di euro.

Il triangolo Turchia-Arabia-Qatar cerca di egemonizzare la guerra

Mentre le capitali occidentali latitano, altre potenze hanno preso posto nel conflitto siriano, sia sul fronte dei finanziamenti sia su quello degli aiuti militari.
Secondo le indiscrezioni della stampa israeliana, la Turchia gestirebbe un centro nevralgico per l’addestramento dei generali dell’esercito siriano passati al fronte dell’opposizione e sarebbe il principale coordinatore del Free syrian army.
La base per l’addestramento si troverebbe a Sud della Turchia, nella città di Adana, a circa 100 chilometri dal confine con la Siria, e sarebbe nata in base a precisi accordi con l’Arabia Saudita.
TRA BENEFICENZA E AIUTI MILITARI. Anche lo sceicco Khalifa, secondo fonti di stampa, sta sostenendo con forza i ribelli. «Il Qatar ha mobilitato le forze speciali per formarli e aiutarli logisticamente. Pensi a un triangolo con una punta in alto in Turchia e due in basso in Arabia e Qatar», ha spiegato una fonte basata a Doha per descrivere il tentativo di egemonizzare la guerra siriana.
E attraverso il Charity Qatar sta anche facendo affluire denaro – poco meno di 5 milioni di euro – nei campi profughi stanziati in Giordania.
Secondo le stesse fonti, gli americani avrebbero pochi uomini sul posto e starebbero lavorando per lo più con intermediari. I Churchill, i Roosvelt e gli Stalin del post Assad, insomma, rischiano di chiamarsi Recep Tayyip Erdogan, Re Abdullah e Hamad bin Khalifa Al Thani. Con tutta probabilità saranno loro i protagonisti della Yalta mediorientale.