Massimo Morici

Come investire dopo il rialzo dei tassi della Fed

Come investire dopo il rialzo dei tassi della Fed

20 Dicembre 2018 09.53
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Rispetto all'Europa, gli Stati Uniti d'America sono almeno tre anni avanti. Un discorso che vale soprattutto in finanza. E dovrebbe tenerlo a mente chi ha investito parte dei suoi capitali nei mercati finanziari d'Oltreoceano, obbligazioni e azioni. Dall'altra sponda dell'Atlantico gli stimoli monetari straordinari sono terminati da un pezzo e la Fed è tornata ad alzare i tassi di interesse a fine 2015. Dopo l'ultimo rialzo di un quarto di punto, deciso alla riunione del 19 dicembre, oggi il costo del denaro negli Usa si aggira fra il 2,25% e il 2,50%, con l'obiettivo di arrivare vicini al 3% l'anno prossimo, quando sono previsti altri due ritocchi all'insù. Nel Vecchio Continente, invece, si disquisisce ancora su quali potrebbero essere le conseguenze della fine degli acquisti di titoli di Stato (tra cui i nostri Btp) da parte della Bce, confermata per fine 2018, mentre i tassi resteranno al tappeto almeno fino all'estate 2019.

Già, gli americani – a differenza degli europei – sono già entrati in una fase di politica monetaria restrittiva (quantitative tightening) e sono già pronti, per lo meno mentalmente, ad affrontare la prossima recessione. Cosa cambia dal punto di vista degli investimenti? Gli esperti fanno notare che l'aumento dei tassi è un elemento fisso nella fase finale del ciclo economico e che bisogna muoversi con cautela se si maneggiano le obbligazioni: i rendimenti, infatti, si muovono in direzione opposta rispetto ai prezzi. Quando i primi salgono (e questo accade nelle fasi di rialzo dei tassi), i secondo scendono.

GLI INVESTITORI USA PUNTANO SUI CERTIFICATI DI DEPOSITI BANCARI

Come proteggere quindi il portafoglio? Jerome M Schneider, Tina Adatia e Kenneth Chambers, tre esperti di Pimco, il più grande investitore obbligazionario al mondo, basato in California ma controllato dall'assicuratore tedesco Allianz, fanno notare che gli investitori americani, spaventati anche dal rischio di ribasso in Borsa (Wall Street corre dal 2009), stanno cominciando a trasferire parte del patrimonio verso i certificati di deposito bancari. È un modo per mettere il denaro in sicurezza, anche se, come è noto a tutti i risparmiatori (anche a quelli meno sofisticati), il ritiro anticipato può portare a sanzioni o comunque a far perdere gli interessi guadagnati.

Tuttavia, se si vuole rimanere investiti ed evitare di andare a ingrassare i depositi, un'altra strategia, che può essere replicata dagli investitori europei, è quella di puntare sulle obbligazioni in dollari a breve termine (un anno o anche meno). Questi bond, infatti, sono meno sensibili ai cambiamenti dei tassi, anche se, a differenza dei depositi a tempo non hanno garanzie. E per chi ha come valuta di riferimento l'euro, occorre tenere d'occhio anche il cambio con il dollaro.

UN PERIODO POTENZIALMENTE BUONO PER LE SMALL CAP AMERICANE

Sul fronte azionario, invece, la recente storia di Wall Street ci ricorda che nelle fasi di rialzi dei tassi, le small cap americane tendono a sovraperformare le large cap. Motivo? «Le small cap replicano in qualche modo la performance dell'economia interna mentre le large cap tendono a riflettere le condizioni prevalenti sulla scena internazionale», spiega Nicolas Janvier, gestore azionario di Columbia Threadneedle Investments, casa di investimento anglo-americana. «In parte», prosegue l'esperto di finanza, «ciò è dovuto alla loro esposizione all'economia interna statunitense. Le small cap dipendono fortemente dalle condizioni dell'economia statunitense e un aumento costante dei rendimenti dei Treasury è indice di una fiducia crescente. Le società a bassa capitalizzazione generano circa l'80% dei loro fatturati sul mercato interno mentre per le loro omologhe più grandi il dato equivalente è molto inferiore, fermo attorno al 55%-60%».

Janvier ha messo in fila i rendimenti del principale indice di Wall Street con quello delle Pmi americane dal 1962 a oggi. E in 56 anni ha scoperto che nei mesi in cui i tassi d'interesse salivano, l'S&P 500 rendeva in media il 6,1% a fronte del 14% delle small cap. Al contrario, nei mesi di calo dei tassi d'interesse le large cap rendevano il 14,9%, mentre le small cap il 10%. Ma, ovviamente, quanto accaduto nei decenni passati e non è detto che questo andamento si ripeta in futuro.

ATTENZIONE AI MERCATI EMERGENTI

La politica restrittiva della Fed, infine, è fonte di non poche preoccupazioni per chi investe nelle obbligazioni dei mercati emergenti. Questi bond, un tempo definiti esotici, sono diventati familiari agli investitori europei (e italiani). E non c'entra la globalizzazione: bond asiatici e sudamericani hanno rappresentato, infatti, l'unica alternativa – assieme alle obbligazioni societarie più rischiose di aziende europee e americane (titoli high yield) – a chi andava a caccia di rendimenti in periodi di tassi al tappeto con le obbligazioni in dollari e in euro rendevano poco o nulla.

Storicamente, il rafforzamento del dollaro ha danneggiato i mercati emergenti.

In passato, la parabola ascendente dei tassi di interesse statunitensi e la conseguente forza del dollaro americano si è rivelata una combinazione fatale per la crescita in queste aree in forte sviluppo. Tuttavia, tale effetto potrebbe risultare meno incisivo nel ciclo attuale, conclude Kirstie Spence, gestore obbligazionario di Capital Group, uno dei più grandi gestori di patrimoni in America, basato a Los Angeles e con masse per oltre 1.800 miliardi di dollari. «Storicamente», spiega, «il rafforzamento del dollaro ha danneggiato i mercati emergenti. Oggi, però, le valute di questi Paesi sono prevalentemente soggette a un regime di cambi flessibili, pertanto molti paesi emergenti hanno ridotto il proprio deficit delle partite correnti e iniziato ad aumentare le emissioni di debito in valuta locale, anche se quello corporate resta denominato prevalentemente in dollari».

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