Riflessione sul limite dei pagamenti in contanti

Riflessione sul limite dei pagamenti in contanti

22 Novembre 2011 13.10
Like me!

Scorrendo il programma annunciato dalla presidente del Consiglio
Mario Monti si nota tra le varie proposte anche quella della
limitazione all’uso del contante, già lanciata anche da
Confindustria poco più di due mesi fa.
L’idea sarebbe di estendere la tracciabilità a tutti i
pagamenti tra privati sopra i 300-500 euro.
L’aspetto positivo della notizia è che si è finalmente capito
che la lotta all’evasione e al riciclaggio di denaro
proveniente da fonti illegali passa dalla lotta all’uso del
contante o meglio all’incentivo forzoso dell’uso della moneta
elettronica o di mezzi equivalenti tracciabili (bonifico bancario
o assegno).
L’aspetto negativo è che tale consapevolezza arriva alla
soglia del 2012, dopo che nel 2010 il governo di Sivlio
Berlusconi aveva incredibilmente ripristinato il limite dei
12.500 quale soglia di tracciabilità, a seguito della decisione
del 2009 di fissare la soglia, già alta, a 5 mila euro.
Non mi ricordo di alcuna levata di scudi su tale manovra,
nonostante la sua maliziosità, anche se oggi la gravità della
situazione è tale per cui il coraggio di denunciare il vero
punto nevralgico della fatidica lotta all’evasione è venuto a
galla.
Meglio tardi che mai, si potrebbe dire, ma oggettivamente dopo
mille proclami alla cittadinanza sulla lotta all’evasione,
senza interventi efficaci sull’uso del contante, l’ipocrisia
generale sulla questione è veramente imbarazzante.
Ora ci si chiede con una punta di ironia se è mai possibile che
una delle maggiori economie di questo Pianeta, con il maggior
numero di telefoni cellulari pro capite del mondo (dal bambino di
10 anni, al nonno) e un sistema bancario, che oltre che per la
sua solidità dovrebbe essere noto per l’avanguardia
tecnologica e per la presenza sul territorio, le persone debbano
pagare in contanti gli acquisti di beni e servizi con un limite
che solo di recente (13 agosto 2011) è stato portato a 2.500
euro.
La questione ha senza dubbio una base antropologica perché alla
semplice domanda rivolta alle persone sul motivo per cui non
usano il bancomat o la carta di credito per pagare i prodotti nei
negozi o il medico, le risposte convergono sui seguenti
argomenti:
– la tecnologia non è il loro forte;
– non tutti i negozi hanno la macchinetta bancomat;
– i commercianti si lamentano delle commissioni troppo alte
delle banche;
– non si rendono conto di spendere e poi arrivano a metà mese
senza soldi;
– i fogliettini delle ricevute sono d’impaccio nel
portafoglio; 
– l’effetto ottico di un bel mucchio di banconote sul bancone
è meglio di una sottile e anonima carta di credito.
Da quanto sopra se ne dovrebbe dedurre che gli italiani, che per
vedere la partita con il decoder ultimo modello o per trovare un
indirizzo usano un’applicazione dell’iPhone4 e risolvono il
problema in pochi minuti, quando vanno dal panettiere devono
pagare con il contante perché è scomodo fare altrimenti.
A questo punto bisogna avere l’onestà intellettuale per
accettare che da un lato gli alibi sono poco più che ridicoli e
oramai destituiti di qualunque fondamento logico e tecnico e
dall’altro che non si fa proprio nulla per educare
correttamente i cittadini.
La scusa della tecnologia anche per le persone anziane non regge.
Infatti gli italiani sono potenzialmente come tutte le
altre persone che vivono in Inghilterra, in Usa o in Francia. Nei
Paesi Occidentali con livelli culturali non dissimili, la
differenza la fa la norma di legge del Paese e non la
persona.
Sarei curioso di verificare se un nostro 70enne, che dovesse, per
necessità, trasferirsi a Parigi sarebbe in grado di adattarsi
allo stile «moneta elettronica» oppure no. Probabilmente
se la mattina uscisse di casa per comprarsi un paio di pantaloni,
si presentasse al negozio senza portarsi dietro la carta di
credito e dovesse tornare a casa senza pantaloni, probabilmente
la volta successiva si attrezzerebbe.
E a quel punto la questione sarebbe risolta: il 70enne, che in
Italia pagava in contanti perché era più ‘comodo’, si
porterebbe dietro il suo bancomat e farebbe quanto previsto dalla
normativa francese: il negozio, che paga ovviamente commissioni
più basse e magari ha un credito d’imposta per il costo
dell’apparecchio, registra la spesa e incassa in tempo reale
(limitando anche il rischio di furti sia presso il negozio sia
nel versamento in banca); il cliente tornerebbe a casa con i
pantaloni , riducendo il rischio di scippi perché diventerebbe
noto che anche gli anziani vanno in giro senza contanti, e
dulcis in fundo alla fine dell’anno con un semplice clic
l’Agenzia delle entrate saprebbe quanto ha speso il cittadino
nel corso di tutto l’anno e sarebbe in grado di confrontarlo
con il reddito denunciato.
Se l’esame fosse coerente non ci sarebbero problemi, altrimenti
il contribuente verrebbe chiamato per chiarimenti, con la logica
conclusione che se riesce a fornirli se ne ritornerebbe a casa
per godersi i suoi pantaloni, altrimenti gli verrebbe fatto un
accertamento e invece dei pantaloni pagherebbe le imposte che
avrebbe dovuto pagare e per un po’ non comprerebbe altri
pantaloni.
Molti diranno che è ‘l’uovo di Colombo’ o che forse è
un mondo immaginario desunto da un libro di fantascienza. Invece
è la semplice realtà di un Paese che è confinante con il
nostro e che molti anni fa ha deciso concretamente, facendo
tesoro di quanto avevano già fatto altri Paesi come gli Usa, in
cui il contante era sintomo di evasione, e lo ha semplicemente e
con celerità messo di fatto fuori legge, dando ovviamente una
serie di rigide istruzioni operative.
Grazie a questo la Francia ha potuto varare riforme importanti
come il quoziente familiare e ha educato un po’ con la forza i
suoi cittadini a non fare i furbi. Penso che ne sia valsa la
pena.
Pertanto visto che ormai è chiaro che le scuse antropologiche
sono puerili e che il nostro Paese è assolutamente in grado di
copiare i sistemi, che si sono chiaramente dimostrati efficaci ed
efficienti, bisognerebbe immediatamente passare dai proclami alle
azioni concrete e senza ulteriori tentennamenti.
Siamo a fine novembre e manca un mese o poco più alla fine
dell’anno: il governo deve fare un provvedimento urgente per
stabilire quanto segue:
– dal 1 gennaio 2012 i pagamenti sopra i 500 euro devono essere
fatti con mezzi tracciabili;
– in questo mese è fatto obbligo a tutti gli esercizi
commerciali e professionali che hanno rapporti con le persone
fisiche a dotarsi di apparecchiature bancomat, il cui costo
certificato rappresenterà un credito d’imposta del 100% per
l’anno 2012;
– in considerazione della fortissima crescita delle transazioni
previste per l’anno 2012 il governo dovrebbe concordare con
l’Abi una riduzione drastica delle commissioni per i pagamenti
con moneta elettronica a carico dei percettori, con un controllo
specifico affidato a Banca d’Italia.
– avviso sul cellulare per ogni acquisto e invio estratto conto
ogni sette giorni via internet o sul cellulare, per un miglior
monitoraggio delle spese;
– dal 2012 il metro-redditometro dovrebbe andare a regime, con
collegamento automatico da parte delle banche all’Agenzie delle
entrate, senza inutili aggravi a carico dei contribuenti, le cui
dichiarazioni fiscali sono ormai diventate insostenibili;
– potenziare i controlli antiriciclaggio sugli intermediari
finanziari iscritti alla Banca d’Italia, che dal 1 settembre
2011 hanno l’obbligo di nominare un responsabile del servizio
Antiriciclaggio.
Se queste misure o altre equipollenti venissero celermente poste
in essere con decorrenza dal 1 gennaio, facendo buon uso di
questo periodo per creare tutti i presupposti anche organizzativi
per arrivare al buon fine dell’operazione, penso che l’anno
2012 senza tanti proclami e/o leggi bizantine sarebbe
diverso.
Ovviamente tutto questo consentirebbe anche una maggiore azione
su base locale, creando effettivamente i presupposti per uno
sviluppo del tanto auspicato Federalismo fiscale, per restituire
una parte del gettito sotto forma di incentivi alle imprese e di
sgravi per le famiglie numerose e non ultimo un po’ di
giustizia anche nelle cause di separazione civile in cui
purtroppo in tanti casi l’assegno di mantenimento ai
figli-moglie viene definito sui redditi denunciati e non sulle
spese sostenute dal coniuge.
La Costituzione dice che ogni cittadino è tenuto a contribuire
in base alla sua capacità reddituale, ma in Italia così non è
da tempo e la situazione non è più sostenibile.
Vedremo se questa rinnovata consapevolezza anche di tutto il ceto
imprenditoriale su tale argomento, porterà a una proposta
concreta e rapidamente applicabile: i tempi sono duri e bisogna
anche dare un segnale di serietà e di riconoscimento a chi fa il
suo dovere rispetto a chi, frinendo come la cicala, innervosisce
anche il manipolo di ostinate formichine sempre più esausto dopo
continui prelievi spot e senza un senso compiuto.
Il problema è che ogni soluzione drastica ha un altro lato della
medaglia e va detto che i consumi in Italia sono fortemente
condizionati dalla presenza di molto denaro non legale o
addirittura illecito e quindi diventa necessario valutare
concretamente quanto la stretta sui pagamenti tracciabili
influenzerà i consumi e il gettito Iva a breve termine a fronte
di una maggiore equità prospettica e di un maggior futuro
introito fiscale sulle imposte dirette.
Riuscire a risolvere tale busillis in poco più di un mese è
veramente impresa ardua anche per un grande esperto come Monti,
ma senza dubbio la decisione va attuata: è un atto dovuto e
ormai richiesto a gran voce dai cittadini che ambiscono a un
livello di maggiore equità, ma rischia a breve termine di essere
per le casse, già esangui dello Stato, un gioco a somma
negativa.

Maurizio Astuni 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *